Freddo: Capitolo 19 – Congelare

SCome quando esci la sera in maglietta a novembre, come quando una mano ti tocca la pelle e la sua temperatura è più bassa della tua. Il freddo si annida nello stomaco, ma arriva un po’ ovunque.

Nei capitoli precedenti:

 

Diciannovesimo capitolo – Congelare

 

Roma, 2018

Mi sistemo sulla sedia spingendo i piedi a terra e srotolo il lembo dei pantaloni corti arricciato sulle ginocchia. Giuseppina Kim, l’interprete del Papa, mi stuzzica abbia fatto da interprete a Ratzinger, siede accanto a me sulla destra. Mr. Hwan e Mr. Son siedono davanti a me. Nico, il mio commercialista, cui devo parte dei miei risultati, è alla mia sinistra.

– Mr. Hwan, in qualità di presidente del Palazzo di Freddo, ti ringrazia per il tempo e la disponibilità.

Sale come quando esci la sera in maglietta a novembre, come quando una mano ti tocca la pelle e la sua temperatura è più bassa della tua. Guardo Giuseppina negli occhi, tanto non può percepirlo. Si chiama “freddo”. Il freddo è annidato dentro il mio stomaco, ma arriva un po’ ovunque. Congela da dentro, una bolla ghiacciata che mi rende immune a sentimenti veri.

Mi tiro indietro sulla sedia e inspiro, per scaldarmi.

– Sono felice che siate qui, ringrazio io voi, per l’attenzione e per il rispetto verso il nome della mia famiglia e il Palazzo del Freddo.

– Prima di chiudere la riunione, Mr. Hwan vorrebbe sapere perché le vendite sono aumentate di anno in anno ma nella chiusura del bilancio 2017 l’utile è stato appena positivo.

Giuseppina si aggiusta i capelli neri. Poi aggiunge:

– È una domanda in coda alla riunione, perché hanno massima fiducia in te, Andrea. Ci tengono a precisarlo.

Perché ho fatto una cazzata. Li guardo, mi sorridono, sui loro volti in effetti non mi sembra ci sia dubbio, che poi hanno delle espressioni impossibili da leggere.

Il punto è che io non sopporto di dover dare spiegazioni. Lo faccio solo in coppia, non che mi piaccia sia chiaro, ma per un motivo ben preciso: è un modo per fingere interesse.

Mi gratto il naso.

– Per via dell’esternalizzazione delle assunzioni stagionali. Per sei mesi, a causa di un licenziamento, come loro sanno, non ho potuto assumere direttamente. Il tasso di maggiorazione che ha applicato l’agenzia interinale, fra straordinari, domenicali e notturni, ha aumentato i costi del diciannove percento.

Prendo una boccata d’aria prima di ripartire.

– Aspetta, Andrea, traduco.

Giuseppina volta il viso verso i due manager.

Io guardo Nico, lui annuisce in silenzio, poi con le labbra mima: – Bene.

– Inoltre – Aggiungo, Nico mi guarda, Giuseppina pure, mi guardano perché interrompo la risposta di Mr. Hwan – Abbiamo avuto un tre percento circa in più di manutenzioni varie sui macchinari in laboratorio e al banco.

Giuseppina annuisce, con il volto fa cenno a Mr. Hwan di continuare.

Sale di nuovo, la pancia gorgoglia e lo sterno è ghiacciato. Non sento niente, non ho paura di loro, non provo nemmeno gioia. Il pensiero di Livia, ma poi perché mi viene in mente ora ’sta Livia?

– Andrea, ci sei?

Il freddo mi costringe a rintanarmi in superficie.

– Mr. Hwan ha capito. Il licenziamento era inevitabile, pensi però che l’utile per l’anno prossimo si ristabilizzerà?

– Certo!

Giuseppina traduce. Nico mi guarda e mormora:

– Ma non lo sai.

No che non lo so. Lo immagino.

– Tranquillo – Rispondo a bassa voce.

Ma che ci sto a fare qui? Incastrato con due manager coreani che hanno il potere di farmi domande sull’azienda fondata dal mio bisnonno, il mio commercialista e una donna coreana che di nome fa Giuseppina.

È il potere del cognome. Apre porte prive di merito e ti ci fionda dentro, per poi richiuderle a chiave. Mi gratto ancora il naso, forte.

Sto qui perché un pezzo di me lo voleva. Il punto è che più avanzo, invecchio, più quel pezzo finisce in periferia, si sgretola e, come tutto ciò che ho desiderato, svanisce se non ne ho più bisogno. E io non sento niente.

Così il freddo mi arriva in gola e abbassa il tono della mia voce.

Appena finiamo scrivo a Livia. Quell’operatrice sociale del corso per disabili dell’altra settimana. Occhi verdi verdi verdi. Ma come mi è venuta in mente? Abbiamo parlato sì e no un paio d’ore, molto bene certo, ma davvero mi serve questo per fuggire? Il freddo però si placa, almeno un po’. Devo restare concentrato.

Intorno c’è un istante di silenzio, Giuseppina appunta parole sul suo quadernino.

– Andrea, il tuo contratto scade con questo consiglio di amministrazione.

Guardo Nico. È finita. Sono libero, vaffanculo. Non me lo rinnovano e via. Vaffanculo gelato, famiglia e Corea, gelatieri invidiosi con le coccarde, vaffanculo idea distorta del cibo. Mi metto a fare non so che, me ne vado. Via. Magari è la volta buona che inizio a scrivere.

– Sì, è così. Dobbiamo parlare del rinnovo.

Sorrido. Non vedranno mai l’odio. Gli farò vedere solo amore. Sono impeccabile in amore, a parole. Ma seriamente, dove finisco se perdo tutto questo? Chi finirei per essere, se perdessi ora il Palazzo del Freddo?

– Loro vorrebbero che tu continuassi con i tuoi piani. Con il tuo modo. Seguono il tuo lavoro social, è all’inizio, ma funzionerà. Chiedono inoltre se puoi aiutarli per i negozi Fassi in Corea, ricette nuove, qualche accortezza sullo stoccaggio.

Allento la tensione sulla sedia muovendo l’anca verso il basso.

– Certo, volentieri!

E i tuoi desideri? Me lo chiede una voce gelida. I miei desideri. Sono tre anni e poco più che gestisco il Palazzo del Freddo, era il 2015 quando ho iniziato e sono trentaquattro anni che i miei desideri sono in secondo piano, neanche li so in realtà, il freddo me li anestetizza. Figurati che me ne fotte dei desideri.

– Posso valutare di venire a Seoul.

Giuseppina annuisce.

– Non penso serva, aspetta che chiedo. Credo di aver capito vogliano una consulenza da qui.

Guardo Nico, che mi sorride disteso. Poi indica l’orologio e la pancia.

– C’ho fame.

Mi viene da ridere.

– Allora, Andrea, riparlerete del tuo viaggio in Corea più avanti. Sei già stato a Seoul lo scorso anno, pensano tu possa dare degli spunti da qui.

Mi sa che mi lascio abbracciare dal freddo, non lo combatto così me ne sto immune e mi distraggo dal vuoto. Congelato azzero tutto, poi, quando il freddo si fa insostenibile, oriento le energie su una donna di turno. Poi mi stufo. Non curante dei sentimenti dell’altra persona, ovviamente.

Guardo Nico, non se ne accorgerebbe. Sul lavoro sono una macchina da guerra. Ma sono a pezzi.

Mi piace però che Nico riconosca le mie doti, questo un po’ mi scalda.

– Va bene, allora ne riparleremo.

– Mr. Son e Mr. Hwan gradirebbero cenare con voi. Dottor Colamarco, lei anche si unisce a noi?

– Certo, mi fa molto piacere. – Risponde Nico.

Sorrido e mi alzo. Prendo il telefono, scrivo a questa Livia. Forse non è il momento. Ma le scrivo lo stesso. Mi ricordo solo le tette. “Ciao, ti devo un gelato o una birra. Scegli tu.” Mi scappa l’emoticon con il sorrisino. Non uso mai emoticon nei messaggi alle ragazze, sono da sfigato. Faccio in tempo a cancellarla, penso a come uno possa scoparsi una scrivendo messaggi con le emoticon.

Spunto la moltitudine di notifiche, d’altronde sono stato quattro ore in riunione senza telefono.

Penso a quando sono stato in Corea, sono proprio bone le coreane. Sorrido, ma cazzo c’ho il chiodo fisso.

Alzo gli occhi dal telefono.

– È Giorgia?

Nico è il commercialista del padre di Giorgia. Lei, devo ammettere, mi ha salvato per certi versi, pochi, e mi vuole bene. Io sto per distruggerla.

– Eh, sì sì, la avviso che ceniamo fuori.

– Bene, salutala.

Annuisco.

Ci avviciniamo alla sala grande della gelateria.

– È andata bene, Andrea.

Giuseppina mi ha tradotto diverse volte ormai, spende sempre una parola riassuntiva sulle impressioni. Si è affezionata a me, lo vedo, dietro una professionalità imperscrutabile lei vede la mia paura e l’inesperienza.

– Sono contenti, la gelateria è tua, loro vogliono solo che il nome Fassi cresca esponenzialmente. Devi darti tempo, Andrea.

Sorrido; non è proprio mia.

Darmi tempo. Io non ho tempo, a me il tempo congela l’anima.

@livia scrive: “Tu porti il gelato, io ti aspetto a casa con la birra”. Emoticon del tacco a spillo.

Usciamo dal Palazzo del Freddo, faccio strada verso il ristorante Danilo, cucina romana, il locale si trova subito dopo la Torrefazione Ciamei. Non è un posto che amo, ma voglio far assaggiare loro un po’ di cucina tipica e a Nico quel posto piace.

L’aria all’aperto non è più calda come poche settimane fa. Giuseppina si stringe nel gilet; Nico, nella sua giacca blu, parla con lei per farsi tradurre alcune informazioni architettoniche su Seoul. Nico è curioso di natura e mi risulta sempre simpatico.

Resto in silenzio, capofila, cammino verso il ristorante, quando all’altezza di Ciamei una ragazza passa a meno di un metro da me. Ha delle scarpe bianche, una borsa che sembra da piscina, mi guarda non più di una manciata di secondi. Indossa due occhi che sembrano due piccole perle nere sospese nel vuoto. Mi ci scaldo qualche istante come se il freddo fosse svanito del tutto. Mi ricordo del film di Nolan, “Interstellar”, di McConaughey che cerca di comunicare incastrato nello spazio-tempo. Mi sento un po’ così, che non so neanche bene che significa.

Mi suona il telefono, lo prendo ma subito rialzo lo sguardo, lei non c’è più. Il tempo sembra ripartire, il freddo cresce di nuovo. Sblocco lo schermo.

@livia scrive: “Non voglio essere sfacciata, ma mi sentirei lusingata se fosse il Re del gelato a recapitarmi a casa una vaschetta di nocciola, cioccolato e crema”.

Condividi su Facebook

Andrea Fassi

Pronipote del fondatore del Palazzo del Freddo, Andrea rappresenta la quinta generazione della famiglia Fassi. Si laurea in Scienze Politiche e Relazioni Internazionali coltivando l’interesse per la scrittura. Prima di seguire la passione di famiglia, gira il mondo ricoprendo diversi ruoli nel settore della ristorazione ed entrando in contatto con culture lontane. Cresciuto con il gelato nel sangue, ama applicare le sue esperienze di viaggiatore alla produzione di gusti rari e sperimentali che propone durante showcooking e corsi al Palazzo del Freddo. Ritorna al passato dando spazio al valore dell’intuito invece dei rigidi schemi matematici in cui spesso oggi è racchiuso il mondo del gelato. Combina la passione per il laboratorio con il controllo di gestione: è l’unico responsabile del Palazzo del Freddo in qualità di Amministratore Delegato e segue la produzione dei locali esteri in franchising dell’azienda. In costante aggiornamento, ha conseguito il Master del Sole 24 Ore in Food and Beverage Management. La passione per la lettura e la scrittura lo porta alla fondazione della Scuola di scrittura Genius nel 2019 insieme a Paolo Restuccia, Lucia Pappalardo, Luigi Annibaldi e ad altri editor e scrittori. Premiato al concorso “Bukowsky” per il racconto “La macchina del giovane Saleri”, riceve il primo premio al concorso “Esquilino” per il racconto “Osso di Seppia” e due menzioni speciali nei rispettivi concorsi “Premio città di Latina” e “Concorso Mario Berrino”. Il suo racconto “Quando smette di piovere”, dedicato alla compagna, viene scelto tra i migliori racconti al concorso “Michelangelo Buonarroti”. Ogni martedì segue la sua rubrica per la scuola Genius in cui propone racconti brevi, pagine scelte sui sensi e aneddoti dietro le materie prime di tutto il mondo. Per la testata “Il cielo Sopra Esquilino” segue la rubrica “Esquisito” e ha collaborato con il sito web “La cucina italiana” scrivendo di gelato. Docente Genius di scrittura sensoriale, organizza con gli altri insegnanti “Il gusto per le storie”, cena evento di degustazione di gelato in cui le portate si ispirano a libri e film.

Tag

Potrebbe piacerti anche...

Dentro la lampada

Calvario

A “X”, per giocare, c’erano solo la fantasia, i piedi e le mani. Anche la voce, ma bassa, finché si era per le strade.

Leggi Tutto
Apri la chat
Dubbi? Chatta con noi
Ciao! Scrivimi un messaggio per dirmi come posso aiutarti :)