Freddo: Capitolo 16 – Suoni

Se alzo la testa quando è buio, sento gridare qualcosa, grida, spesso, o proprio frasi o parole sconnesse, lo sai che sputo di merda che siamo sulla terra?

Nei capitoli precedenti:

 

Sedicesimo capitolo – Suoni

Come dormire? Sdraiato su un materasso gonfiabile, avvinghiato a una coperta della U.S. Army, quelle da guerra che avevo visto solo nei film e coprivano i soldati che poi morivano, saltavano in aria nel sonno. Per giunta dopo il discorso di quel tipo su bunker e allarmi.

È buio qui dentro, solo fuori dalla finestra intravedo, tra il vetro e la tenda, una striscia di luce bianca di sicurezza.

Mi giro sul fianco destro, aggiusto la coperta, poi sinistro, poi supino. Almeno alcuni russano, il silenzio totale è veleno per me, mi trema la gabbia toracica dall’angoscia nel silenzio totale.

Apro gli occhi. Di nuovo quella vecchina, quella che ho visto al centro Youth of Ukraine, lì che mi sembrava impalpabile, eterea. Poi è sparita. Sta ferma poco distante da me. Vedo solo il volto scontornato dal buio, è scavato, i capelli resistenti bianchi, grossi, il naso dritto, le labbra pastello rosse, è pallida ma la pelle, con tutte le rughe, è luminosa, ha gli occhi marroni che sembrano presi da un noccioleto abbandonato chissà quanti anni fa per via del freddo.

Resto immobile. È a pochi centimetri da me, mi dice qualcosa ma non la capisco. Chiudo gli occhi, non è possibile, mi giro, sento di conoscerla da sempre ma non capisco chi sia.

Russano almeno tre persone, forte, l’aria è pesante, quella gravità di quando troppi respiri fluttuano in una stanza. Stringo il cuscino. Allora. Conto fino a tre e riapro gli occhi, se conto come facevo da piccolo rintanato sotto le coperte, riapro gli occhi e non c’è nessuno, sicuro.

– Uno. – Però, dico, se li riapro troppo presto magari sta ancora là e ci parlo, nel senso che la affronto, chissà cosa vuole. Forse sì, è il caso di aprirli di botto e capire se è solo immaginazione e che tipo di immaginazione. Li apro. Buio pesto. Russano, la tenda si muove appena. Lei non c’è più. La coperta mi pizzica. Devo alzarmi. La notte per me è un filo indistruttibile che mi attorciglio al collo. Mi alzo. Nel buio pesto devo superare le quindici persone nella stanza con me e poi tutte quelle nel corridoio. Senza svegliarle. Senza far cadere nulla. Non so neanche se i militari all’entrata mi faranno uscire.

Un passo, sento una gamba, deve essere Mariangela. Quanta vicinanza con queste persone, appiccicati per giorni. Chissà se sarò capace di mantenere questo grado di vicinanza tornati a Roma? Sempre se torniamo. Sì che torno.

Altro passo, vado dritto, tocco un materasso e arrivo al muro. La porta era a destra mi sembra, o forse no, provo a sfiorare il muro e arrivo a un battente, poi trovo la porta, ancora aperta. Sono fuori.

Qui russa il doppio delle persone, forse il triplo. Mai visti, sconosciuti, indifesi come me. Avanzo e sento qualcuno che bisbiglia, intravedo altri con il telefono in mano e lo schermo luminoso, sono quasi alla fine del corridoio, avrò superato venti persone, laggiù le scale mi porteranno all’ingresso della scuola.

Però le borracce, quelle che mantengono l’acqua fredda, quelle che ormai tutti hanno, dovrebbero restare dentro gli zaini. Non in mezzo al cazzo.

Il piede destro sfiora una grossa borraccia di acciaio, sento la base muoversi e l’acciaio tintinnare contro il pavimento. Non cade. Ruota poco più veloce, mi chino per fermarla ma è già piegata verso terra. Sveglierò tutti, stanchi del viaggio e tesi per la tensione, che coglione. Ma sono veloce, molto. Mi chino, il dorso della mano tocca per primo il pavimento freddo e prendo la bottiglia in tempo.

– Psst, aò. Stai attento.

Non so chi parla, ma qualcuno mi ha sentito. Ma è andata bene così.

Sono così irrequieto che inciampo altre due volte, forse su delle gambe di gente addormentata e poi, finalmente, sono davanti alle scale.

Scendo, due gradini alla volta. All’ingresso non ci sono militari ma solo una guardia. Un uomo che avrà al massimo settant’anni sprofonda dentro una poltrona bianca e nera anni ’60, qua sembra tutto anni ’60, le strade, le case, le scuole, le facce.

– Posso uscire?

Mi guarda come se fossi un alieno. Certo, se gli parlo in italiano certo che mi guarda così.

Allungo dito e braccio verso la porta, capisce che voglio uscire.

– Quick.

Lo dice in inglese ma praticamente suona ucraino.

Annuisco ed esco.

L’inverno non se n’è ancora andato del tutto, mi stringo dentro la felpa della Sea Shepherd perché fa freddo. La scuola è uno stabile unico, un pezzo di cemento con le finestre. Intorno il bosco è scuro, buio.

La strada sterrata che parte dall’uscita della scuola verso il bosco finisce contro gli alberi che oscillano appena, scuri. Mi aspetto che la vecchia esca di botto. Sorrido. Poi sento dietro di me dei passi.

– Hey, non dormi?

Ecco, è finita è lei, l’anziana. Che poi non so se ne ho paura o se ne sono attratto o se entrambe le cose. Però è la voce di un maschio.

Mi giro. Un tipo che non conosco, felpa, barba e due orecchini d’oro.

– Scusa, non volevo spaventarti.

– Nah. Tranquillo.

– Niente sonno?

– Eh no.

Non ho alcuna voglia di parlare, con la coda dell’occhio ho l’impressione che il bosco si scurisca di un nero ancora più nero.

– Beh, ci sta. Ci sta tutta, come fai a dormire? Qua se ci sparano, se escono da là, laggiù dico, – Indica il nero della foresta – Boh, fa impressione. Certo che non dormi, mica li capisco quelli su che russano già.

Mi guarda il viso, mi guarda i pantaloni con le tasche, la felpa, il taglio dei capelli.

– Non ci spareranno, – dico – A parte che c’è un bunker, ma siamo tanti, poi sai che incidente diplomatico? Inoltre questo è territorio ucraino. Chi ci spara? Gli ucraini? Al massimo qualche drone russo ci becca la scuola. Ma la vedo difficile.

– Uhm, io non starei qui fuori.

– E allora tu perché stai qui? Scusa eh, non voglio essere scortese.

– Eh. La mia fidanzata ti ha sentito uscire e mi ha chiesto di chiederti dove vai.

– La tua fidanzata?

– Sì, non offenderti. Lei è un po’ paranoica.

– In che senso?

– Boh, esce uno di notte qua nel nulla al buio, in una missione rischiosa, da solo. “Fa strano”, dice.

– Fa strano?

– Senti lo so, mi rompeva i coglioni, che ne so, magari buchi le ruote e rimaniamo qua o boh, rubi qualcosa. Lo so, lo so mi vergogno a dirtelo.

– E perché me lo dici?

– Perché è una rompicoglioni.

Sorridiamo tutti e due. Siamo tutti davvero tanto tesi.

– Certo potevi almeno resistere un poco di più. Che so, qualche domanda, indagare un po’. Cioè la sputtani così?

– È brava, ma è imparanoiata. Ci rideremo su più avanti. Ma ti pare che uno a cinquemila chilometri dall’Italia fino in Ucraina, uno dei dieci paesi più pericolosi al mondo secondo la Farnesina, arriva e buca le gomme di una carovana per la pace o ruba scatolette di tonno e pannolini o che ne so, si fotte altri beni di prima necessità? Beh deve essere un bel malato, no?

Guardo a terra, vorrei solo tornasse dentro. La sua statura minuta, i grossi orecchini d’oro, la barba curata nel dettaglio mi disturbano. Per non parlare del tono di voce molle.

– Dille di stare tranquilla, sono uscito solo per una boccata d’aria.

– Ok, oh, scusa ancora. Guarda che roba le stelle. Ma hai visto? – Mi dice indicando il cielo.

– No.

– Come no? Guarda che roba, cielo limpido, poche luci, mamma mia, sembrano luminarie.

– Eh sì.

– Oh ma stai guardando per terra?!

– Sì.

– Eh, guarda su, no?

– Non mi va di guardarle.

– Ah, ok, cioè non ti va di alzare la testa. Le stelle sono meravigliose!

Le stelle sono meravigliose, ma chi è ’sto cojone? Le stelle sono meravigliose. Come te la sei rimorchiata, eroe, quella paranoica della tua donna? Se tanto mi dà tanto, e le stelle sono meravigliose, fa bene a essere imparanoiata con accanto uno come te.

– Eh sì, lo sono.

Se ne andrà ora, su.

– Certo guardare per terra, però, boh?! Conti i sassi?

Ma scherziamo? Ma che vole questo?

– Non è che la tua ragazza ti sta aspettando? – Dico.

– Uh, forse sì, hai ragione.

– Ma mi togli ’sta curiosità? Scusa eh.

– Dimmi.

– Ok stai qua, c’hai pure tu, come tutti quelli della carovana, le palle, ma perché esci di notte in una situazione delicata? Sei sicuro di stare bene? – Prende qualche secondo di pausa. – Cioè, hai problemi al collo magari? – E ride.

Problemi al collo. Non ci credo. Una battuta. Non posso crederci. Ha detto prima “Le stelle sono meravigliose” e poi “Hai problemi al collo”. Lo guardo.

– Non alzo la testa perché il cielo, le stelle, sono assordanti. Come ti chiami?

– Marco.

– Perché mi parlano, Marco, sono assordanti, strillano. Mi dicono cose. Vedi, se tengo la testa dritta vado avanti per bene, sento i rumori sicuri della quotidianità intorno e procedo. Se guardo per terra invece ascolto la superficie delle robe che ho da fare, il suono delle responsabilità, sento il rumore di quello che mi aspetta ben ancorato a terra e lo controllo, procedo. Ma se alzo la testa, se alzo la testa quando è buio, visto che vuoi saperlo questo mi accade solo di notte, sento gridare qualcosa, grida, spesso, o proprio frasi o parole sconnesse, lo sai che sputo di merda che siamo sulla terra? Eh, Marco? Saranno solo angosce mie, per carità, ma io le sento da lì. Come se lassù ci fosse una stanza piccola con un enorme megafono e una voce mi dicesse qualcosa, che ovviamente non capisco, non riesco a capirla, ne colgo solo una piccola parte, o forse non voglio, e così io evito di alzare la testa, Marco, perché mi fa male alle orecchie e mi resta addosso una sensazione di inquietudine. Lo capisci? Una sensazione ancestrale, di violenza, di vuoto, di boh. Non lo so, neanche ti conosco e ti racconto ’sta roba. Almeno acquieti la tua donna che non buco gomme e al massimo mi buco le orecchie.

Tossisco appena. E penso che se era qualche anno fa e la donna di questo qua usciva al posto suo, magari me la sarei scopata pure là nel bosco; se le è bastato un “Le stelle sono meravigliose”, figuriamoci. Li mortacci tua, Marco. Tossisco ancora.

Lo vedo arretrare di un passo.

– Frate’, mi dispiace, scusa. Non volevo essere invadente.

– Non lo sei stato, sono circostanze.

Ora se ne andrà, immagino.

– Vuoi una birra?

Per Dio, gliela spacco in faccia. Giuro gliela spacco su ’sto naso di merda e ’sti occhietti azzurri inutili e gli faccio una bella maschera di sangue e magari col sorriso da ebete direbbe: “Il cielo è scuro ma poi arriva sempre il giorno”.

Respiro a fondo. Immagino la sua fidanzata con una mano tra le cosce mentre parlo e questo mi acquieta.

– Sei gentile, no grazie, non bevo la birra quando sono assorto in questi pensieri. Vorrei sopravvivere alla nottata.

– Certo stai bello impicciato, dovresti però, scusa eh se mi permetto, capire dove stai. Cioè pensa a questi qua, a questo posto, a come stanno qua. Non è il massimo pensare ai propri cazzi qui, ecco.

Fortuna che non ho la birra in mano.

Io sento pile di stronzate, strati di stronzate quotidianamente, per lavoro, per sopravvivenza, per caso. E sto qui in Ucraina, concentrato, pronto, teso, sto qui per realizzare che non è possibile che io mi senta vivo solo se mi spingo agli estremi, sto qui di notte in piedi poco prima dell’apice del viaggio, a sentire questa enorme testa di cazzo. Che magari mi sta dando dell’egoista.

– Ti dispiace se resto ancora un po’ per fatti miei qua, mica per scortesia eh? – Glielo chiedo forzandomi di essere gentile.

– No no no no, figurati. Figurati. Dai, ci si vede, magari domani va meglio.

Sorrido mentre lui se ne va.

Guardo quel nero pece che avvolge la foresta. Chissà se questa sera le stelle brillano davvero come diceva il tipo.

Domani sarà un giorno importante, andremo in visita in un quartiere povero e dilaniato dalla guerra. Prima, però, una piccola parte di noi ha il permesso di andare in centro a Mykolayiv. Io andrò con Ludovico e gli altri. A quel ragazzo, Ludovico, voglio bene a pelle, porca puttana.

Vedo il nero deformarsi. Dal buio, piccola tra i contorni degli alberi, mi sembra di intravedere l’anziana di prima. Ha un vestito tra l’azzurro e il blu sgargiante, tanto da illuminare quasi quel pezzettino di bosco da cui esce.

Decido di non chiudere gli occhi. Si avvicina lenta, il silenzio mi secca la bocca. La conosco, certo che la conosco, lo sento, mi sembra di conoscerla da sempre ma non riesco a capire chi sia. La pelle, le labbra, i capelli sembrano piovere da qualche profondità recondita dentro di me, da qualche pezzetto di me. Si avvicina.

– Perdonami, scusa scusa, – una mano mi tocca la spalla, – Sono sempre Marco. Scusa, giuro che poi rientro.

Non ho moti di rabbia fisici verso le persone, non ne ho mai contro altri che non sia io. Nella mia vita ne ho avuti due o tre, contro me stesso, ma non contro le persone. Adesso vorrei che tutto quello che ho imparato dal pugilato, non è tanto, ma qualcosa è, si scagli sulla faccia di questo stronzo.

Mi giro, Marco. Marco, un ometto che forse non esiste, come la signora, a questo punto. Forse è un’altra forma di angoscia, di memoria, di ossessione; non può esistere un uomo così patetico.

– Volevo scusarmi, tieni.

Mi porge una bottiglia di birra. Ma gli avevo detto di no, gli avevo detto di no.

– Ora me ne vado, giuro. Una birretta ti farà bene.

Sfila via silenzioso senza avermi ascoltato e mi ritrovo con la birra in mano.

Mi rigiro. La vecchina non c’è più. Alzo gli occhi al cielo, solo un istante. Nel rumore assordante, inspiegabile ’sta cosa acustica quando guardo su, forse ho un problema ai timpani, forse è suggestione come per la vecchina, ma questa volta il rumore si blocca su una frequenza sostenibile e mi sembra di sentir bisbigliare questo, tiro fuori il telefono dalla tasca per scrivere:

Prendimi per mano almeno di notte

dove la vita incontra la morte

il respiro rallenta e sfiora la sorte

giù nel vuoto che ti riempie di botte;

 

Stringimi dai, non ero io la tua principessa?

siedi e guarda morire una stella

non vivi solo di luce riflessa?

quando mi dicevi, quanto sei bella;

 

Ma nel buio d’angoscia gorgheggi

che fare che dire non resta che il sonno

condito daffanno, ma che bello linganno

ci provi ci riesci ma tanto non reggi;

 

Suvvia è finita dai vieni su a galla

prendi la mano e fatti farfalla,

muovi le ali muovi i colori

scongela gli ardori chi l’ha detto che muori?

 

Non hai più speranza da quando sei senza

chiedi perdono da quella tua stanza

diventa ragione diventa ricordo

è lalba di un giorno che non vedrà ritorno.”

 

Giro la testa avanti, indietro. La vecchina non c’è. Mi spingo le dita nelle orecchie. Nessun rumore. Ho le labbra incollate, appiccicose, e la gola secca. Gli alberi immobili e il nero intorno sembrano dipinti, resto con il telefono in mano, la luce dello schermo si spegne. Guardo per terra, è ora di rientrare e dormire, domani sarà dura.

Condividi su Facebook

Andrea Fassi

Pronipote del fondatore del Palazzo del Freddo, Andrea rappresenta la quinta generazione della famiglia Fassi. Si laurea in Scienze Politiche e Relazioni Internazionali coltivando l’interesse per la scrittura. Prima di seguire la passione di famiglia, gira il mondo ricoprendo diversi ruoli nel settore della ristorazione ed entrando in contatto con culture lontane. Cresciuto con il gelato nel sangue, ama applicare le sue esperienze di viaggiatore alla produzione di gusti rari e sperimentali che propone durante showcooking e corsi al Palazzo del Freddo. Ritorna al passato dando spazio al valore dell’intuito invece dei rigidi schemi matematici in cui spesso oggi è racchiuso il mondo del gelato. Combina la passione per il laboratorio con il controllo di gestione: è l’unico responsabile del Palazzo del Freddo in qualità di Amministratore Delegato e segue la produzione dei locali esteri in franchising dell’azienda. In costante aggiornamento, ha conseguito il Master del Sole 24 Ore in Food and Beverage Management. La passione per la lettura e la scrittura lo porta alla fondazione della Scuola di scrittura Genius nel 2019 insieme a Paolo Restuccia, Lucia Pappalardo, Luigi Annibaldi e ad altri editor e scrittori. Premiato al concorso “Bukowsky” per il racconto “La macchina del giovane Saleri”, riceve il primo premio al concorso “Esquilino” per il racconto “Osso di Seppia” e due menzioni speciali nei rispettivi concorsi “Premio città di Latina” e “Concorso Mario Berrino”. Il suo racconto “Quando smette di piovere”, dedicato alla compagna, viene scelto tra i migliori racconti al concorso “Michelangelo Buonarroti”. Ogni martedì segue la sua rubrica per la scuola Genius in cui propone racconti brevi, pagine scelte sui sensi e aneddoti dietro le materie prime di tutto il mondo. Per la testata “Il cielo Sopra Esquilino” segue la rubrica “Esquisito” e ha collaborato con il sito web “La cucina italiana” scrivendo di gelato. Docente Genius di scrittura sensoriale, organizza con gli altri insegnanti “Il gusto per le storie”, cena evento di degustazione di gelato in cui le portate si ispirano a libri e film.

Tag

Potrebbe piacerti anche...

Dentro la lampada

Calvario

A “X”, per giocare, c’erano solo la fantasia, i piedi e le mani. Anche la voce, ma bassa, finché si era per le strade.

Leggi Tutto
Apri la chat
Dubbi? Chatta con noi
Ciao! Scrivimi un messaggio per dirmi come posso aiutarti :)