Laboratorio di scrittura creativa per morti viventi: Lezione 8

Ognuno ha il proprio stile. È qualcosa di simile al DNA. Si può migliorarne l’uso, si può imparare a gestirlo, ma non si può sfuggire al proprio stile.

Nelle lezioni precedenti:

 

Lo stile

Il 14 dicembre potevo dirmi sequestrato dagli zombie da almeno una settimana. Ero davvero sequestrato? Non mi tenevano incatenato, è vero. Non so spiegarlo. Con gli zombie si capisce subito cosa è giusto e cosa non è giusto fare. A me sembrava giusto restare e non era paura. Era qualcosa di più. Era il terrore di poter diventare come loro, qualsiasi cosa avessi fatto.

Riuscivo comunque a trovarci un lato positivo: dormivo bene. Il cimitero, di notte, non è così male come si pensa. C’è silenzio ed è un silenzio assoluto, avvolgente. L’idea di dormire per qualche ora in mezzo a chi dorme da un’eternità evidentemente aiuta a prendere sonno. Di giorno non avevo molto da fare, quindi alternavo piccole gite all’interno del cimitero (sempre scortato dagli zombie) a sonnellini di qualche minuto. La notte dormivo dalle otto alle dieci ore e la mattina mi guardavo riflesso in uno specchio a forma di cuore, trovato sulla lapide di una ragazza morta giovane e avevo l’impressione di ringiovanire. Sullo specchio qualcuno aveva scritto un messaggio per la ragazza: Ci manchi e io avevo la sensazione che quella scritta fosse per me da chissà chi. Perché l’altra grande verità è che io non avevo nessuno ad aspettarmi fuori dal Verano.

Vivere con gli zombie mi ha insegnato alcune cose. Prima fra tutte: gli zombie non obbligano mai nessuno a fare niente. Semplicemente quello che c’era da fare era nell’aria e a nessuno sarebbe passato per la mente di cambiare programma.

Così la lezione del 14 dicembre si era svolta nel cimitero. Gli zombie si erano radunati attorno alla cappella in cui mi avevano relegato dal giorno del sequestro. Erano in tanti ad ascoltare, credo almeno il doppio delle normali lezioni. Argomento della lezione: lo stile. Ero dovuto andare a braccio, a memoria, senza riuscire a citare nessun brano. Non avevo niente con me e mi toccava inventare tutto, tranne le tre grandi verità sullo stile che ogni scrittore dovrebbe avere sempre a mente.

Grande verità sullo stile numero 1: lo stile è solo uno per ogni storia, non si può usare uno stile inadatto a raccontare quello che si vuole raccontare.

Grande verità sullo stile numero 2: copiare lo stile di un altro scrittore è impossibile. Ci si può provare ma il massimo che si ottiene è una pallida imitazione che, il più delle volte, non porta a niente.

Grande verità sullo stile numero 3: Ognuno ha il proprio stile. È qualcosa di simile al DNA. Si può migliorarne l’uso, si può imparare a gestirlo, ma non si può sfuggire al proprio stile.

Tutti se ne stavano in silenzio, apparentemente colpiti dalla spiegazione e dagli esempi che avevo fatto, anche senza citare i testi. Quando avevo finito di spiegare, non saprei dire quanto tempo dopo l’inizio della lezione (non avevo alcun riferimento temporale), il tipo rock si era fatto avanti e si era accostato a Oronzo.

“Fratello”, aveva detto, “il nostro insegnante ci ha illuminato su un’altra grande verità”.

“E cioè?”, aveva chiesto Oronzo.

“Cioè, ti stai sforzando di essere come loro, per questo non avanzi nei sondaggi. Tu, fratello, stai parlando come un vivente e questo ti rende poco vero. Una pallida imitazione”.

“Ragazzi”, ero intervenuto, “io capisco che state vivendo un momento complesso della vostra rivoluzione. Lo so che siete eccitati ma non sempre le regole narrative…”

“Zitto un po’”, aveva detto Oronzo e aveva alzato le ossa del braccio destro per farmi tacere: stava pensando. “Mi sa che quello che dice il mio compare qui è vero. Voialtri che ne pensate?”, si era rivolto agli altri già in fermento.

Il gruppo aveva emesso un gemito unico, fatto di tanti gemiti che somigliavano a tanti sì ma suonavano come lamenti.

“È un problema di stile”, aveva insistito il rocker decomposto, “ti stai atteggiando a vivente quando non lo sei. Lo faccio anche io. Quando uso questa voce artefatta che è l’imitazione della voce che avevo da vivo, si sente che sono falso. Se devo parlare con voi va bene, sapete chi sono, ma se devo parlare alla nazione intera, beh, secondo me non funziona. Noi stiamo raccontando una rivoluzione alla fine e se non siamo noi stessi allora…”

“Questo fratello ha ragione” aveva detto Oronzo e poi era rimasto in silenzio per qualche secondo. Aveva abbassato il teschio verso terra e quando era tornato a guardarmi aveva pronunciato, puntando le orbite vuote nella mia direzione: “In effetti io non parlo così”. Mi erano venuti i brividi. La sua voce era completamente cambiata e ogni parola che usciva dalla sua bocca malandata si andava a infilare direttamente nel mio cervello, senza passare per le orecchie e tutta l’attrezzatura che usiamo per percepire e interpretare quello che viene dall’esterno. “Io, con la mia voce, posso convincere tutti solo se sono vero, solo se sono me stesso”.

Ecco com’è nato il successo del confronto tra candidati premier del 16 dicembre che tutti avete avuto modo di vedere. Ecco svelato il mistero della nuova voce degli zombie che aveva cambiato in sole due ore il destino delle elezioni che si sarebbero svolte di lì a poco.

Posso ritenermi responsabile di quanto accaduto? La risposta sembra scontata ma io credo di no. Non sono stato io a innescare la voglia di rivoluzione negli zombie, come non sono stato io a insegnare loro a parlare in quel modo. Quella era la loro natura, non lo hanno imparato. Quelle che avete letto sui giornali e ascoltato in TV sono solo falsità. Io insegnavo agli zombie quello che ho insegnato per anni a decine di persone senza che queste tentassero di cambiare l’ordine civile di una nazione intera. Sono stato solo una pedina involontaria in questa rivoluzione.

Confesso che sono rimasto di sasso anche io quando, il 16 dicembre, Oronzo ha tirato fuori quella voce e si è infilato nel cervello della maggior parte della popolazione votante. Anche io sentivo solo: “Andrete e voterete me, perché così è giusto”. Solo che, come voi, non mi sono reso conto di quello che stava succedendo. Come voi, anche io credevo di essere l’unico ad avere questa specie di allucinazione uditiva. Come voi, anche io credevo di avere qualche problema personale, mio, soltanto mio. E invece mi sbagliavo.

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Massimiliano Ciarrocca

Ex allievo di Paolo Restuccia. Ha pubblicato il libro Pronto France'? (Fazi, 2014), ha collaborato con Liberoveleno e ha scritto lo spettacolo teatrale Buon Natale, la trilogia del livore. Ha recentemente realizzato il podcast Apocalips Bau in collaborazione con Filosofia Coatta e Genius. Insegna in diversi laboratori creativi.

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