“Uvaspina” di Monica Acito (Bompiani)

Un romanzo che sfugge alle definizioni, dove la lingua è essa stessa una protagonista, insieme a Napoli, la città che ti mangia da dentro, che ti concede per poi toglierti tutto

Uvaspina è il nome con cui lo chiamano tutti, relegando il suo nome anagrafico alle trafile burocratiche, ed è il nome con cui il lettore lo ricorderà. La storia di questo ragazzo, prima ragazzino e poi giovane adulto, insieme alla sua famiglia tossica e deprivata d’affetto, è destinata a non scomparire quando si chiude il libro, quando l’ultima pagina pare consegnarlo a un futuro oltre la carta. Uvaspina è soprannominato così, e si sa che a Napoli, e in genere in Campania, i soprannomi ti identificano e ti danno sostanza, per una piccola voglia sulla guancia destra, ma soprattutto, nella sua testa, è uvaspina come la bacca destinata a essere spremuta a beneficio degli altri. E chi spreme Uvaspina è soprattutto la sorella minore Filomena, detta Minuccia, che è gelosa in modo patologico di quel fratello da cui la separa una manciata di mesi, il tempo furioso tra due raccolti. Minuccia lo odia perché lui è bello e delicato e presto trova il modo di accanirsi su di lui per sfogare le sue frustrazioni di adolescente. Nella mente di Uvaspina la sorella è uno strummolo, la trottola napoletana che si lancia con una cordicella e abbatte tutti gli ostacoli che trova sul suo cammino fino a essere travolta dalla sua stessa forza centripeta. La madre dei ragazzi, Graziella la spaiata, è una ragazza di Forcella che ha fatto un matrimonio al di sopra di qualsiasi aspettativa, quando nella sua carriera di chiagnazzara a pagamento ai funerali di sconosciuti ha conosciuto il giovane Pasquale Riccio, figlio del defunto notaio. La selvaggia e incontrollabile freschezza di Graziella, insieme alle sue labbra color ciliegia, sono un afrodisiaco irresistibile per lui, che proviene da una famiglia impostata, dove il suo futuro è già scritto nello studio avviato del padre. Dal basso di Forcella al lussuoso quartiere di Chiaia il salto è notevole, ma il castello desiderato, per Graziella, con la fine della giovinezza diventa una sorta di prigione annoiata, dove non le resta altro che guardare dalla finestra il mare zozzoso e i tramonti color sangue, nella ricerca vana di vedere la macchina del marito di ritorno dalle feste, mentre consuma cibo e sigarette. Le spirali di fumo delle scadenti sigarette di contrabbando segnano l’infanzia di Uvaspina e Minuccia, che ogni mercoledì, tenendosi per mano, come bambini perduti, assistono impotenti alla sceneggiata della madre che inscena la propria morte, nel tentativo, infruttuoso, di impedire al marito di uscire a divertirsi, nel mondo dove lei rimane un’estranea, una popolana sfatta e fuori posto, che non sa parlare e nemmeno sorridere nel modo composto che hanno le altre mogli dei professionisti del Circolo Nautico. Graziella rimane intimamente una forcellara, una che non riesce a liberarsi dell’aria asfittica e sfiancata del centro storico, e perdendo il suo territorio rimane priva di identità e protezione.

Nella scoperta e accettazione dolorosa della sua omosessualità, evidente a tutti, ai compagni di scuola che lo sfottono senza pietà per le sue movenze aggraziate, urlandogli, con la cattiveria escludente degli adolescenti, “ricchione”, “femminiello”, Uvaspina sente il peso di una vita che non riesce più a reggere, e nella disperazione di un attimo, si getta in mare, e sarà la mano abbronzata e robusta di Antonio, un pescatore che vive nelle baracche sopra gli scogli di Coroglio, a salvarlo. Quel gesto, reale e simbolico, intriso di speranza, sarà il nuovo inizio di Uvaspina, preso da un amore, ricambiato, che gli darà tregua dalla crudeltà di Minuccia, dalla vergogna del padre e dall’impotenza della madre, che, chiamata a scegliere tra i suoi figli, sceglie quella che le sembra più debole, e chiede al figlio di sopportare gli sfoghi folli della sorella.

Il primo bacio, che rivelerà a Uvaspina che Antonio è come lui, è un bacio dalla saliva al sapore di sangue, una sorta di scenario erotico, probabilmente deciso da Antonio, e segnerà l’inizio di una passione furiosa. I due ragazzi consumeranno i loro amplessi tra il mare e i ruderi luminosi di Palazzo Donn’Anna, abbandonato in riva al mare e corroso dalle correnti saline, emblema della caducità e della bellezza che non regge al tempo. Antonio è un affabulatore, pieno di parole lette sui libri dei mercatini, pagine ingiallite e smozzicate che gli hanno reso la vita, poverissima, migliore. Antonio è anche affamato di rivincite, però, e sarà la sua fame di migliorare la sua condizione a portarlo a compiere una scelta, che Uvaspina considera assurda, e segnerà il passo nella storia di tutta la famiglia, sconvolta e coinvolta dal tradimento e che metterà a confronto l’ambivalenza e la rabbia di Minuccia verso il fratello, nel desiderio di cancellarlo e di prendere il suo posto.

Un romanzo che sfugge alle definizioni, dove la lingua è essa stessa una protagonista, insieme a Napoli, la città che ti mangia da dentro, che ti concede per poi toglierti tutto. In ogni pagina si respira l’aria sfiatata di caldo dei marciapiedi affollati, la vita appiccicosa di persone pigiate insieme sui bus che non passano, le bestemmie e le voci rauche dei venditori ambulanti. Sentiamo la rabbia devastata, la prepotenza, e l’amore, tutto unito in un bolo intestinale che ci restituisce uno spaccato reale di una città vitale e mortifera. La carnalità menzognera e prepotente di Napoli esplode tra le dita del lettore, che si trova a orientare il ritmo dei suoi pensieri su quello esposto di Uvaspina, e Antonio, di Minuccia e la Spaiata, in cerca di una fuga dall’arsura che li tiene prigionieri.

Napoli è una città illusoria, esplosa in verticali in bellezza e oscurità, fatta di fiati estivi e piogge corrosive, dove il rapporto con la magia e i filtri di amore e di morte permea la vita di chi a lei si consegna. Napoli è una città dove niente è come sembra, una mano gentile può accarezzarti e riempirti di schiaffi con la stessa intensità, e dove lo sguardo si frantuma e si illude, quando ti perdi nella discesa di Chiaia, immerso nei tramonti rosa e blu e oro, le dita macchiate di sugo di pomodoro e frittura, uno stato d’animo che non ti lascia, anche se vai a vivere altrove.

 

Uvaspina sentì qualcosa di dolce e morbido nel sangue, sentì tutta la dolcezza oceanica della trottola che in quel momento non stava girando: l’asse dello strummolo era fermo in mezzo al mare, e sfiorava appena il pelo dell’acqua. Minuccia stava dalla sua parte, aveva indovinato i suoi pensieri, e gli regalava un sorriso rassicurante, un’increspatura di labbra che si scioglieva e si sfarinava come le ali di una farfalla, e lasciava una polverina magica nell’aria. Uvaspina e Minuccia si guardarono, più volte: in fondo ai loro occhi ballava una coda di avventure e dolcezze silenziose, di monellerie e giocattoli, di ricordi e alleanze. Ogni parola tra quei due, muta o silenziosa che fosse, era più vera di ogni cosa, anche del grande corpo di Napoli.

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Marilena Votta

Marilena Votta nasce a Napoli e trascorre la sua infanzia e adolescenza in un luogo fatto di sole accecante e ombre altrettanto tenaci. Ha pubblicato le raccolte di racconti Equilibri sospesi, La ragazza di miele e altre storie (Progetto Cultura, 2016) e Diastema (Ensemble, 2020), e la raccolta di poesie Estate (Progetto Cultura, 2019). Il suo racconto “Fratello maggiore fratello minore” è stato pubblicato nell’antologia “Roma-Tuscolana”. Alcuni suoi racconti sono disponibili su varie riviste on line e cartacee. Nell’ottobre 2021 pubblica il suo primo romanzo, Stati di desiderio, con D editore. Del suo rapporto con la scrittura asserisce, convinta, che è il suo posto nel mondo. Scrive recensioni di libri che ama per "Dentro la lampada", la rivista della scuola Genius.

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