La brigata di Vicolo Stretto

Ci ritrovavamo spesso in cucina a osservare la porta di un frigo socchiuso, dal quale spuntavano solo dei piedini di figli non nostri

Ci trasferimmo in Vicolo Stretto un Venerdì Santo di aprile, quando la figlia più grande aveva appena cominciato le elementari e non aveva ancora legato con i nuovi compagni. Non avevamo ancora il cancelletto né la cassetta delle lettere, perciò i bambini del vicinato, attratti dalla casa nuova e dall’assenza di tende, che permettevano di scorrere la nostra vita all’interno come in una sorta di Grande fratello del quartiere, non resistevano a provare a curiosare nel nostro nuovo frigo king-size.

Così ci ritrovavamo spesso in cucina a osservare la porta di un frigo socchiuso, dal quale spuntavano solo dei piedini di figli non nostri, mentre le teste infilate tra i ripiani cercavano di sbafare gelati e dolci a tradimento.

Stramba, così la chiamavamo io e mio marito in confidenza, era la bimba più piccola di una delle famiglie del vicinato. Probabilmente era uscita di troppo, visto che viveva perennemente scalza nella stradina del quartiere e, quando per disperazione cercammo di limitare le incursioni al frigorifero mettendo il cancelletto, iniziò a infilarsi nel foro della cassetta della posta strisciandoci dentro come un procione; così in qualche modo riusciva sempre a finire le scorte.

Stramba non ci dava fastidio, anzi, in fondo ci era simpatica e poi, si sa, con i bambini bisogna essere comprensivi ed educarli, inoltre giocava con la nostra piccola, ma aveva un senso del pudore piuttosto limitato. Per andare in bagno con una relativa calma, dovevamo sprangarci dentro casa. Soprattutto perché Stramba aveva cominciato a invitare a casa nostra anche gli altri bambini del vicinato, tanto che noi assistevamo impotenti nella nostra cucina alla sfilata di bambini simpatizzanti con le nuove costruzioni del quartiere. Non avevamo certo voglia, durante i periodi di meditazione sul water, di trovarci faccia a faccia con il bambino cicciottello che abitava in fondo alla stradina, che ci osservava dalla porta con un cono al cioccolato in mano e la bocca impiastricciata.

All’ennesimo tentativo di spiegare che la nostra casa non era il bar gratuito del paese e che sarebbe stato utile suonare il campanello, ci limitammo a posizionare la cassetta delle lettere e chiudere il passaggio furtivo. Da quel giorno Stramba si considerò irrimediabilmente offesa, tanto che non ci degnò più nemmeno del saluto. Non che prima salutasse, chiaro, ce la ritrovavamo in casa a mangiare o guardare la tivù spaparanzata sul divano, come se entrare in casa d’altri fosse la cosa più naturale del mondo, tanto che non chiedeva né permesso né diceva mai buongiorno o ciao quando se ne andava a casa sua a dormire. Ma almeno speravamo che potesse considerare l’accoglienza della quale aveva goduto, fintanto che passò quell’estate nella quale l’abbiamo considerata una nostra figlia adottiva.

Davanti a casa di Stramba, conoscemmo anche il padre che, non capivamo perché, tutti i pomeriggi si ritrovava fuori in strada con la canna dell’acqua, estate o inverno che fosse, a lavare il selciato di asfalto. Tutte le volte che passavamo davanti a casa di Stramba, lui era immancabilmente fuori con la canna in mano o al massimo a trafficare in giardino. Da quel momento venne il soprannome di Fester, primo della lunga collana di soprannomi dei nostri vicini.

Ci chiedevamo spesso chi fosse la moglie di Fester, che non vedevamo mai, più per la curiosità, che per reale interesse a conoscerla. In seguito, scoprimmo che lei lavorava in uno studio. Lavorava anche lui in realtà, ma a orari strani, tanto che cominciammo a dubitare della sanità mentale dell’intera famiglia. Infatti, quasi tutto il giorno, Fester lo passava a lavare il selciato e Stramba a correre su e giù per la stradina fino a sera.

Così arrivò di nuovo il periodo estivo, e il gruppetto dei bambini del quartiere cominciò a giocare in strada appena i pomeriggi furono caldi a sufficienza da stare fuori. L’esperienza della casa di periferia era un toccasana e i bambini giocavano finché diventava buio. Nostra figlia era felicissima del nuovo gruppetto formatosi, ma evidentemente i giochi funzionavano solo in determinati modi, che noi, abituati alla gestione famigliare di un appartamento in centro, ancora non capivamo appieno.

Durante il periodo di Stramba, si aggiunse anche qualche altra bimba. Anch’esse ci sembravano strane e ci sottoponevano al rito dell’accoglienza delle nuove famiglie del vicinato che aveva intrapreso Stramba.

Stramba cominciò a frequentare casa nostra, allargando la sua attenzione ai giochi. Amava particolarmente i giocattoli e i trucchi che trovava in bagno. Un giorno la nostra figlioletta, in lacrime, arrivò piangendo con le bambole tutte ricoperte di uno strato di smalto sulla plastica della faccina. Purtroppo, nel tentativo di togliere con l’acetone lo smalto dalla plastica, i balocchi che rappresentavano l’ideale principesco della parte femminile nella nostra famiglia furono trasformati dalla chimica in semplici stampati senza volto né connotati.

Fester, nel frattempo, cercava il modo di passare la giornata; quindi cominciò ad ampliare artigianalmente il laghetto del minuscolo giardino, in modo da farci nuotare i pesciolini rossi, che presto sarebbero cresciuti, diventando delle enormi carpe e causando in questo modo la necessità di moltiplicare i lavaggi della stradina con la canna dell’acqua. Giusto per stemperare l’odore di acquitrino che si stava diffondendo.

La nostra figlioletta ci convinse che avrebbe tanto voluto anche lei un animaletto; perciò, per accontentarla, preparammo una piccola boccia, nella quale accogliemmo Magellano, un grazioso pesciolino rosso che, dopo aver tentato più volte il suicidio gettandosi fuori dalla boccia, ci lasciò in un luttuoso mare di lacrime. Ecco che Stramba arrivò con il padre Fester in consolazione, proponendosi di regalarci un pesce del loro laghetto.

“Ma digli che te lo dia piccolo” dissi a mio marito, pensando che non avremmo avuto modo e tempo di curarlo e che a breve avrebbe fatto la stessa fine della precedente creatura.

Fortunatamente il pesce che arrivò, che era effettivamente il più piccolo dello stagno, era già talmente grande che non riusciva nemmeno a fare retromarcia nella nostra piccola boccia cittadina. Pertanto, con mio enorme dispiacere, rinunciammo alla proposta e rendemmo la libertà al povero pesce di Stramba, senza nemmeno battezzarlo.

Ormai le famiglie conoscevano il gruppetto del Vicolo Stretto, e non si preoccupavano più di tanto di recuperare a una certa i rispettivi figli, sapendo che sarebbero comunque tornati nel loro letto prima di mattina. Ma i tempi cambiavano e i ragazzi crescevano e si sa, i giovani si annoiano in fretta. Fu quindi il periodo della richiesta di animali più impegnativi.

La famiglia decise per un bellissimo cane, che sarebbe venuto benissimo negli stati di WhatsApp. Cominciammo a vedere strani movimenti sospetti davanti alla nostra recinzione. Stramba si preparava, preparava il cane con una bandana legata al collo, e si incamminava per il marciapiede verso la campagna.

“Toh, guarda” dicevamo io e mio marito vedendoli partire da dietro le tende, che nel frattempo avevamo pensato bene di mettere alle finestre, “Almeno… porta fuori il cane!”

Ma, arrivata al limite del cancello, registrata la storia sui profili social, Stramba faceva marcia indietro e riportava il cane in giardino, gli toglieva la bandana dal collo e il guinzaglio e lo lasciava lì sconsolato in attesa del prossimo giro di pochi metri.

Ma gli animali, evidentemente, non possono gestire la frustrazione come gli umani. Cominciò così la vendetta. Qualsiasi cosa capitasse a tiro, fuori dalle mura di casa, finiva nelle fauci delle fiere. Così fecero una brutta fine: i sacchetti di rifiuti, il set da giardino di Wengé color marrone, le radici delle piante, la legna per il barbecue e i giardini si trasformarono in campi minati. Tanto che nemmeno il corriere di Amazon si fidava di lasciare i pacchi nelle altre proprietà; perciò, suonava sempre a noi chiedendoci se potessimo ritirarli per gli altri.

Nonostante i lavaggi quotidiani del selciato di Fester, la puzza che regnava nella discarica, nella quale si era trasformato il vicolo, ci obbligò a erigere una barriera vegetale, in modo da schermare il fetore da canile che saliva a ogni pioggia e a ogni prima calura estiva. Il cane, non più guardato, divenne a breve depresso e ancora oggi non reagisce più a nessuno stimolo.

Con il cane arrivarono anche i piccioni. Un giorno trovammo Fester che, imbracciando un fucile a pallettoni, puntava dritto verso la nostra casa.

“No”, implorai mio marito, “non uscire! Altrimenti impallinerà anche te!”. Ma non feci a tempo a finire la frase che il marito era già uscito a vedere cosa combinava Fester, che si era proposto come risolutore definitivo della “questione animali” dell’intero Vicolo Stretto. Per un periodo intravedemmo piccioni abbattuti nel circondario, ma il resto dell’ecosistema spietato, nel quale ci eravamo nel frattempo ambientati, faceva velocemente sparire i cadaveri.

Stramba cominciò a disgustarsi del quartiere, che stava regredendo a uno stadio primitivo e selvaggio, così cercò nuovi modi di divertirsi e tentò l’assalto della casa dell’Imperatore, ultimo cantiere del quartiere, sorta dopo la nostra, per la quale confermò la sua innata predisposizione per le case di nuova costruzione. Purtroppo, il buon Imperatore aveva pensato bene di erigere una ringhiera alta e appuntita, come la recinzione del castello di Versailles. Così Stramba si infilzò sulla ringhiera tentando di scavalcarla. Purtroppo, Stramba scivolò rovinosamente tra i pali di ferro, infilzando un braccio nelle forche appuntite della barriera regale. Tutti i bambini si precipitarono fuori in strada al rumore dell’ambulanza che arrivava, e di seguito anche tutti i genitori, per vedere e assistere impotenti ai soccorsi. Così: più per curiosità che per aiutare, come avviene spesso durante gli incidenti stradali.

Le voci che ricorrevano erano le più svariate. Dalle più catastrofiste:

“…povera, speriamo che non resti offesa dall’incidente…”,

alle più sarcastiche: “…poteva stare attenta, è sempre stata sbandata come suo nonno Bulb…”,

a quelle che cominciavano a formulare sentenze:

“…certo che anche l’imperatore, poteva mettere una ringhiera come tutti gli altri…”

eccerto, come no!rispondeva un altro vicino “…così gli andavano a mangiare il cappone a Natale: ha fatto bene, invece!”.

Per precauzione dobbiamo chiamare l’elisoccorsodisse l’infermiere al Fester, mentre lì vicino io e mio marito gli mettevamo una mano sulla spalla,

“…potrebbe essersi recisa un’arteria, meglio non rischiare…”. Fester vacillò.

Istintivamente mi girai verso il selciato, la canna era abbandonata in mezzo al vicolo e, ancora aperta, emetteva un piccolo fiotto di acqua che si mescolava con il sangue. I mariti rimanevano ammutoliti, le madri piangevano e alcune sbiancavano alla vista del rosso.

Mi avvicinai alla ragazzina e la guardai, sorridendo.

“Dai forza, piccola. Ti faranno fare un giro in elicottero. Sei stata così brava a scalare, che qui hanno pensato di darti un premio! Ti faranno un bel tatuaggio!” i suoi occhi si illuminarono, mentre gli infermieri sorridendo, le medicavano il braccio.

“Quando arrivi in alto guarda giù, poi ci racconterai com’era da lassù il Vicolo”. Annuì mentre la caricavano sulla barella. L’elisoccorso atterrò sul campo davanti al quartiere. La salutai con la mano.

Quello fu l’ultimo grande evento di quella generazione. Davanti all’elicottero che spazzava la faccia e i capelli all’indietro, tutti i ragazzini di colpo divennero grandi. Le serate fuori nella stradina diventarono raduni di biciclette e motorini e poi di macchine di ragazzi che andavano a cercare la Stramba e il gruppetto di bambine che nel frattempo erano diventate belle ragazze e avevano messo la testa a posto. I cani furono ammaestrati e i giardinetti tornarono a sembrare bei fazzoletti tradizionali di erba in rotolo.

E alla fine non rimasero altri ragazzini nel quartiere, perché l’intera generazione Z era cresciuta.

Fester, dismesso il laghetto, non ebbe più la necessità di lavare la strada, e si convinse a comprare un cane da guardia, così come gli altri vicini, dei quali però vi racconterò un’altra volta.

L’ultima costruzione è stata quella di una coppia di sposini, appena venuti ad abitare in Vicolo Stretto.

Non troveranno bambini dentro al loro frigorifero, né canne dell’acqua mangiate dalle zanne di un cane, né cestini della spazzatura divelti, né pesci rossi grandi come carpe, né piccioni morti in mezzo all’erba.

Per dare il benvenuto, abbiamo portato loro un mazzo di salvia per il barbecue, colto dall’angolo aromatico del nostro eden, ma dal lato dove il cane dei vicini non usa il giardino come latrina.

E insieme anche un sapone e dei cerotti. Non si sa mai.

 

 

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