Vuoto di Ilaria Palomba (Les Flaneurs)

Cosa è rimasto? Una donna, non una dea, piena di strappi, saldature malferme, suture slabbrate.

Iris è una scrittrice di poco più di trent’anni, invischiata in un matrimonio con uno scrittore ex mentore più grande di lei che idolatra, ha una spiccata empatia, a tratti dolorosa, verso le forme di oscurità percepibili sottopelle nel mondo che la circonda. Ha un amico fraterno, Giulio, con il quale condivide poesia e confessioni sulle delusioni amorose e sul bisogno di trovare un senso all’esistenza. Il loro rapporto cambia dopo il matrimonio, nonostante la profonda sensibilità condivisa. La cupezza di Giulio fa da contraltare ai primi segni di scricchiolio nel matrimonio tra Iris e Federico e quando Giulio muore, troppo giovane, lei fa fatica a incollare i pezzi dolorosi di chi sopravvive da adulto alla morte di una persona geniale.

Da quel momento tutto il dolore di Iris deborda di nuovo, e lei ci racconta e si racconta, di immagini inquietanti che scivolano dai confini del mondo corporeo ed extracorporeo, dei suoi molteplici tentativi di suicidio, canti malevoli di sirena, che le promettono una forma di quiete che l’essere vivi nel qui e ora non può darle. Il bisogno di rassicurazione, il rifiuto editoriale del libro scritto a 4 mani con Federico comincia a minare le basi del rapporto personale tra loro, sempre in bilico tra fughe, scenate di gelosia e tentativi di riappacificazioni, effimeri e intensi al tempo stesso. Iris ha una ferita dalla quale non riesce a guarire, uno stupro subito in giovane età, che forse è l’inizio della sua ricerca di uomini che la demoliscano, quasi che sentisse di non meritare di meglio. Nel suo pellegrinaggio tra Roma, il mare di Conca Specchiulla, la Bari che l’ha vista bambina e poi adolescente ferita dopo l’innocenza rubata, scopriamo il grido doloroso di una persona in cammino, una donna diventata adulta ma non salda, che sfugge alle pretese di omologazione e ai bisogni che connotano proprio la vita adulta: la stabilità economica e affettiva. Lei ci prova con tutte le sue forze residue a non lasciarsi depredare dal fiato ostile di uomini avidi che vogliono azzannarla e prendere da lei tutto ciò che ha da offrire. Eppure, nulla la calma se non la sensazione di emozioni a basso voltaggio che promana da certi paesi della Lucania o del Salento, dove i rapporti umani sono più sinceri e meno aggressivi, le persone che le fanno compagnia sono poeti che consapevolmente hanno scelto la solitudine della natura a quella chiassosa della città. La sensibilità estrema, il suo dono più grande ma anche la frusta per la sua autoflagellazione, la spinge a vivere nel modo doloroso in cui sente le cose, senza schemi, nuda. Non c’è scampo alla deflagrazione di un matrimonio che devasta Iris e Federico, troppo evidentemente bisognosi di riconoscimenti letterari che non arrivano, o non arrivano secondo le loro aspettative, e soprattutto non c’è scampo al senso di inazione di una generazione cresciuta tra certezze, e poi, brutalmente privata di quelle stesse certezze, offerta all’epoca della crisi come un sacrificio per placare un dio malvagio. Nel cammino di Iris non esiste nessuna stabilità se non quella che ricava dalle sue stesse illusioni, dalla sua sincerità senza appello, dal suo straziante tentativo di ballare sotto la luna e di essere vista, come un essere umano, senza essere ingabbiata nei ruoli che le rimandano, impietosi, gli sguardi degli altri.

La scissione profonda di Iris, in pieno polimorfismo dell’io, giusto per citare Calvino, è la deriva che assume l’autenticità che il mondo sano ha bisogno di definire malata e di confinare in luoghi di reclusione, quando in realtà sappiamo bene che la sanità mentale è solo il tentativo di camminare sul lato luminoso della strada, tentativo che non sempre riesce quando le barriere tra la corporeità e l’interiorità si infrangono, svelano l’inganno e ci lasciano, assetati, in attesa, in un deserto. Bisognosi, tutti, di salvezza.

 

“Cosa è rimasto? Una donna, non una dea, piena di strappi, saldature malferme, suture slabbrate. In questo perdere e slabbrare è entrato uno spiraglio. Federico ha l’odore dei giardini freschi di rugiada. Amare, perdere, piangere. Non sei la vacca o il maiale, sei una donna, non un portento o un genio, solo un essere umano, ti chiamano signora e allo specchio non ti riconosci quasi più, ma riconosci un altro in te, più potente del muro che avevi edificato intorno alle frane. Il muro è in pezzi ma lui ne raccoglie i cocci e attraverso la sua pelle sopperisci alla mancanza della tua.”

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Marilena Votta

Marilena Votta nasce a Napoli e trascorre la sua infanzia e adolescenza in un luogo fatto di sole accecante e ombre altrettanto tenaci. Ha pubblicato le raccolte di racconti Equilibri sospesi, La ragazza di miele e altre storie (Progetto Cultura, 2016) e Diastema (Ensemble, 2020), e la raccolta di poesie Estate (Progetto Cultura, 2019). Il suo racconto “Fratello maggiore fratello minore” è stato pubblicato nell’antologia “Roma-Tuscolana”. Alcuni suoi racconti sono disponibili su varie riviste on line e cartacee. Nell’ottobre 2021 pubblica il suo primo romanzo, Stati di desiderio, con D editore. Del suo rapporto con la scrittura asserisce, convinta, che è il suo posto nel mondo. Scrive recensioni di libri che ama per "Dentro la lampada", la rivista della scuola Genius.

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