Descrizioni. Come gestirle e non renderle insopportabili

Le descrizioni possono risultare ostiche e noiose, sia per chi le scrive che per chi le legge. Come fare a gestirle nel migliore dei modi?

Intanto vediamo che cosa sono le descrizioni. La descrizione è la rappresentazione di un oggetto, di una persona, di un luogo o di un animale o di altro per come appaiono nella loro fisicità. Questa è la definizione.

E qual è la loro funzione all’interno di una narrazione?

Le descrizioni servono a un po’ di cose: a descrivere, appunto, poi a rallentare la narrazione, o a metterla proprio in pausa; a passare informazioni al lettore. Vi ricordate le sequenze di una narrazione? Rinfreschiamoci la memoria.

Dunque, ci sono quattro tipi di sequenze in una narrazione:

  • sequenze narrative: quelle che “mandano avanti la storia”, quelle in cui avvengono i fatti più importanti che compongono la narrazione;
  • sequenze descrittive: corrispondono ad una descrizione di un personaggio, di un ambiente o di un evento ecc.;
  • sequenze dialogiche: corrispondono ad un dialogo tra due personaggi o più personaggi;
  • sequenze riflessive: corrispondono ai momenti di riflessione dell’autore o di un personaggio.

Per semplicità abbiamo considerato separatamente, le sequenze narrative (che portano avanti l’azione) e quelle descrittive/riflessive che la rallentano. Ma nella realtà di un romanzo e di un racconto possiamo anche combinarle insieme, in sequenze miste (narrative e descrittive), che portano avanti la narrazione e al contempo descrivono qualcosa. Tipo, il primo esempio che mi viene: “Arrivammo a quella casa bella, sontuosa, che si trovava in cima alla collina, verso le tre del pomeriggio” qui abbiamo una sequenza mista, come vedete, e cioè una breve descrizione della casa e un movimento narrativo (arrivammo).

Il bravo scrittore è colui che sa alternare al meglio – in modo chiaro, sintetico e armonioso – le varie sequenze sulla pagina, tutto qui.

Quindi, riassumendo, che tipo di sequenze sono le descrizioni di un romanzo?

Sono sequenze descrittive (lo dice la parola) nelle quali passiamo delle informazioni al lettore. Il lettore, ricordiamolo, è in pausa, l’azione è ferma, o rallentata. Cosa si può fare per rendere gradevoli e nutrienti queste descrizioni, queste “attese”, al lettore? Anzitutto, banalmente, abbreviandole, scartando quelle meno utili al racconto e quelle meno belle. È tutto un problema di dosaggio stilistico, sapete. Bisogna evitare – in linea di massima, gli elenchi troppo dettagliati, pieni di aggettivi (se non siete barocchi per scelta)… bisogna evitare l’effetto-identikit, bisogna passare al lettore poche informazioni distribuendole, disseminandole nel testo un po’ per volta, per non sovraccaricarlo, per rendergli la pillola della descrizione (l’attesa) gradevole e interessante.

Non dico che sia facile. Tutt’altro. Anzi direi che è la cosa più difficile in assoluto, imparare a distribuire/sciogliere nel testo le descrizioni, alternandole opportunamente, armoniosamente, con le altre sequenze, cioè con i dialoghi e l’azione e la riflessione, confidando nella prossima pausa del racconto per
arricchire il quadro di ulteriori dettagli. 

Ovviamente noi come scrittori dobbiamo comunque avere ben chiaro nella testa tutto il quadro completo, anche se distilleremo col contagocce le informazioni.

Dunque, lo avrete capito, nelle descrizioni entra in gioco lo stile, che ci fa decidere quanti dettagli devono esserci, nella nostra prosa, quanti aggettivi possiamo permetterci, con il nostro stile, con lo stile che abbiamo adottato.

Per migliorare nelle descrizioni, bisogna mettere nella cassetta degli attrezzi un paio di cose: la capacità di osservazione e l’ampliamento del vocabolario. La capacità di sintesi è un aiuto ulteriore che non guasta.

Il tutto, come lo otteniamo?

Leggendo di più, leggendo tanto, leggendo di tutto, anche i generi letterari che ci interessano di meno. Dobbiamo essere parchi di aggettivi, dicevamo, o se volete di dettagli naturalistici-ambientali, ma bisogna conoscerne tanti, in modo da essere più bravi nella scelta, nel dosaggio progressivo. La nostra capacità di osservazione – come scrittori – avviene attraverso le percezioni sensoriali, lo sappiamo, quindi fare buone descrizioni significa essere bravi a raccontare attraverso i 5 sensi.

Un bravo scrittore avrà dunque una prosa che alterna le varie sequenze narrative (dialogiche, descrittive, riflessive ecc.) fra loro in modo armonico, equilibrati, senza che il lettore se ne accorga, senza che avverta attriti nel passaggio da una sequenza all’altra.

Le descrizioni possono essere oggettive o soggettive. La descrizione oggettiva (documentaria) descrive oggettivamente, appunto, in modo asettico, impersonale. La descrizione soggettiva, invece è personale, va da sé, e deve dare conto di sentimenti, opinioni, riflessioni.

Le descrizioni devono comunque lasciare sempre dei vuoti, nella rappresentazione, che vanno riempiti dall’immaginazione del lettore: non dimentichiamoci mai che il lettore deve avere una funzione attiva.

Concludiamo con un bellissimo incipit descrittivo, quello di Chiamalo sonno, romanzo di formazione di Henry Roth, fra i più belli e forti che abbia letto, ovviamente ve lo consiglio:

Il vaporetto bianco, il “Peter Stuyvesant”, che scaricava gli immigranti dal tanfo e dal pulsare della classe ponte al tanfo e al pulsare dei casamenti di New York, ondeggiava appena sull’acqua accanto al molo di pietra dalla parte sottovento delle baracche stinte e delle nuove costruzioni in mattoni di Ellis Island.

Provate a scrivere un incipit descrittivo. Alla prossima.

 

Leggi qui l’articolo sui consigli per un esordiente.

Andrea Carraro

Andrea Carraro, scrittore, nasce a Roma. Se avesse ricevuto un euro ogni volta che sui media hanno usato il termine “il branco” per parlare di uno stupro di gruppo, citando il titolo del suo romanzo più noto, oggi sarebbe ricco. Invece è “solo” uno scrittore tra i più bravi. Romanziere, autore di racconti e di poesie, nasce a Roma nel 1959. Ha pubblicato i romanzi: A denti stretti (Gremese, 1990), Il branco (Theoria, 1994), diventato un film di Marco Risi, L’erba cattiva (Giunti, 1996), La ragione del più forte (Feltrinelli, 1999), Non c’è più tempo (Rizzoli, 2002) (Premio Mondello), Il sorcio (Gaffi, 2007), Come fratelli (Melville, 2013), Sacrificio (Castelvecchi, 2017) e le poesie narrative Questioni private (Marco Saya, 2013). Ha pubblicato anche due raccolte di racconti, confluite nel volume Tutti i racconti (Melville, 2017). I suoi giudizi critici, sensibili ma affilati quando serve, lo rendono un lettore del cui parere fidarsi con tranquillità.

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