“Che razza di libro!” di Jason Mott (NN)

Un’incursione perfetta nel mondo strinato e mai sazio di brutalità dell’America che non ha ancora fatto davvero i conti con lo schiavismo

Vincitore del National Book Award 2021, questo romanzo è un’incursione perfetta nel mondo strinato e mai sazio di brutalità dell’America che non ha ancora fatto davvero i conti con lo schiavismo e le restrizioni imposte agli afroamericani. Solo che non è un romanzo intriso di dolore e vergogna e desiderio di vendetta, è soprattutto un romanzo di salvezza.

L’autore descrive il suo tour promozionale di Che razza di libro!, e nelle rocambolesche vicende di fuga da mariti adulteri e infuriati con lui in alberghi e bar, incontri fugaci con ragazze bellissime quanto decise a non lasciarsi rinchiudere dentro una storia, vede un ragazzino nero, invisibile a tutti gli altri. Il ragazzino nero dice di essere stato soprannominato Nerofumo dai suoi compagni di scuola, preso di mira per il colore intensamente scuro della sua pelle. Tra gli afroamericani esiste una forma di schiavismo introiettata per la quale sono considerati migliori e preferiti gli afroamericani dalla pelle più chiara, le cui sfumature giallo burro sono quanto di più simile si avvicini alla bianchezza. È una forma di disprezzo di sé abbastanza diffuso, ne parla anche Toni Morrison ne L’occhio più azzurro, dove alla protagonista bambina del romanzo viene spiegato che c’è differenza tra persone di colore, rispettate, lavoratrici e membri attivi della comunità, e neri, da allontanare, buoni a nulla e ripugnanti. Le ferite di una comunità che continua a giudicarsi secondo gli occhi dei dominatori potrebbe essere quasi sconfitta. Nerofumo ha la pelle talmente nera da confondersi nella notte, e i genitori gli hanno raccontato che può diventare invisibile, per sfuggire alla polizia che sembra sempre contenta di ammazzare ragazzini neri. Jason percorre l’America in cerca di consenso tra le presentazioni e visoni indotte dall’alcool sui genitori morti. Ogni immagine gli ricorda le parole con le quali i suoi genitori cercavano di prepararlo a un mondo nel quale i ragazzini possono essere uccisi per aver risposto male a un poliziotto e aver messo una mano in tasca (stava sicuramente prendendo una pistola è il ritornello sentito milioni di volte nei Tribunali).

Chi è Nerofumo? La versione di sé stesso bambino, o uno dei moltissimi bambini uccisi, i piccoli corpi, neanche adolescenti, crivellati di proiettili, freddi, esanimi su un letto di acciaio per l’autopsia?

In un caleidoscopio di dialoghi surreali con ammiratrici ammiccanti, baci rubati negli aeroporti, e spezzoni di storie così dolorose da non poter frenare le lacrime, Jason ci porta dentro il suo tormentato senso di colpa per essere vivo, quando così tanti afroamericani non lo sono. Ridiamo con lui quando considera quanto sia bello fare sesso con donne sconosciute, anche se è meno bello, essere inseguiti, nudi, in un corridoio di albergo moquettato da mariti agitati. Vediamo quello che lui ci mostra quando incontra un poliziotto, in attesa di giudizio per aver ucciso un bambino, che dichiara, con le braccia spalancate, che lui non è una cattiva persona e che non può, da bianco, accollarsi le colpe di secoli di schiavismo e sopraffazione. Non ogni bianco americano del sud è un assassino, è vero. Non ogni bianco ha maltrattato e bruciato e frustato e distrutto persone afroamericane. Vero. La responsabilità del poliziotto, però, non è una responsabilità indiscriminata per avere il colore di pelle degli oppressori. La responsabilità di certi bianchi nel sud degli Usa è perché continuano a fare le stesse cose fatte secoli fa, razzie, predazioni, discriminazioni, omicidi. E questa è una parte della storia. Jason, come il piccolo Nerofumo, che continua a stargli accanto, vuole essere visto, vuole che la sua storia non sia dimenticata, evaporata come alcool durante le notti estive. Lasciare una traccia è il modo di sopravvivere a ogni morte. Jason trova le parole per mescolare realtà e immaginazione nel tentativo di salvare il suo passato e forse il suo futuro.

Quando ho chiuso l’ultima pagina di questo libro, sono stata attraversata da una serie di emozioni, esattamente come credo che l’autore volesse. Piangi, ti arrabbi, ridi, ti commuovi, e senti un flusso di gratitudine immensa per aver incontrato queste parole, questo scrittore, che per un po’ ti ha abitato dentro.

“… e se non serve? Se non serve a niente? Se ho gridato e agitato i pugni al cielo solo perché la mia voce fosse inghiottita?

Solo per essere ancora invisibile.”

“I nomi renderebbero tutto vero. Tutto. Non solo vero, ma reale. Non so se possiamo permettercelo.

Non sono sicuro che noi siamo in grado di affrontare quella realtà.”

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Marilena Votta

Marilena Votta nasce a Napoli e trascorre la sua infanzia e adolescenza in un luogo fatto di sole accecante e ombre altrettanto tenaci. Ha pubblicato le raccolte di racconti Equilibri sospesi, La ragazza di miele e altre storie (Progetto Cultura, 2016) e Diastema (Ensemble, 2020), e la raccolta di poesie Estate (Progetto Cultura, 2019). Il suo racconto “Fratello maggiore fratello minore” è stato pubblicato nell’antologia “Roma-Tuscolana”. Alcuni suoi racconti sono disponibili su varie riviste on line e cartacee. Nell’ottobre 2021 pubblica il suo primo romanzo, Stati di desiderio, con D editore. Del suo rapporto con la scrittura asserisce, convinta, che è il suo posto nel mondo. Scrive recensioni di libri che ama per "Dentro la lampada", la rivista della scuola Genius.

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