“Le conseguenze” di Richard Russo, Neri Pozza Editore, 2021

Tre amici si ritrovano ad affrontare mezze verità, ambiguità, distorsioni, piste false e congetture in un crescendo di consapevolezza di sé

Tre amici si ritrovano dopo più di quarant’anni a Martha’s Vineyard, l’isola dove, alla fine del college, avevano trascorso il week-end del Memorial Day prima di affrontare ognuno il proprio futuro. Lincoln Moser, bel figlio (soprannominato per questo “Face Man”) di un azionista dal carattere autoritario di una piccola miniera di rame dell’Arizona, è diventato proprietario di un’agenzia immobiliare; Teddy Novak, figlio gracile e poco atletico di una coppia di insegnanti che hanno sempre anteposto i pregi intellettuali a quelli fisici, è diventato a sua volta insegnante, Mickey Girardi, nato in una famiglia operaia dai forti e semplici principi morali, è diventato musicista rock. Quarantaquattro anni prima assieme a loro c’era sull’isola Jacy Calloway, una compagna di college di cui tutti e tre erano innamorati e che poi era improvvisamente scomparsa senza più lasciare tracce di sé. Ed è proprio il ricordo e l’amore per lei a tenere uniti i tre uomini e a riportarli dopo tanto tempo di nuovo sull’isola. Il pretesto è l’intenzione di Lincoln di mettere in vendita la casa ereditata dalla madre, una casa di villeggiatura che lei a sua volta aveva ereditato dai genitori e che era stata il simbolo di una vita libera e intensa in contrapposizione al rigido filisteismo del marito. Così l’isola, luogo di evasione privilegiato in cui i ricchi nonni materni di Lincoln passavano gioiosamente le loro estati, dando alla figlia l’illusione di un futuro radioso, diventa per i tre amici il simbolo delle promesse mancate che la vita fa: promesse d’amore (quello mai recapitato di Jacy), promesse di amicizia e lealtà assolute (“tutti per uno e uno per tutti” amavano ripetere i tre ai tempi del college), promesse di destini comuni da condividere e promesse di felicità, quella alla quale ognuno, affacciandosi alla vita, sente di avere diritto. Ma l’isola è anche il luogo dove lo spirito di Jacy sembra pervadere ogni cosa (“Non poteva darsi che il potere spettrale di lei nascesse dall’isola stessa? Che, come Prospero, avesse atteso per tutti quegli anni il loro ritorno?”), al punto che i tre amici, dal momento in cui sbarcano dal traghetto, non sono più gli stessi. Su di loro incombe la necessità di fare i conti col passato, non solo per scoprire che ne è stato della ragazza, ma anche e soprattutto per ritrovare il senso della loro generazione, di quella generazione che a cavallo degli anni Sessanta e Settanta doveva fare i conti con la guerra in Vietnam, con le lotterie in cui veniva estratta a sorte la data di nascita di chi doveva partire e forse morire o restare mutilato e di chi invece poteva restare, una generazione che manifestava il proprio dissenso nei grandi raduni, nelle canzoni rock e pop, nell’ostentazione provocatoria di simboli esteriori di libertà e anti-conformismo (minigonne e assenza di reggiseni per le ragazze, jeans scoloriti, magliette psichedeliche, barba e capelli lunghi per i ragazzi) e nel consumo di erba, di LSD o di altre droghe. Il mistero della scomparsa di Jacy è anche il mistero della scomparsa di quella generazione e i tre amici, ripercorrendo il passato, si ritrovano ad affrontare mezze verità, ambiguità, distorsioni, piste false, congetture in un crescendo di consapevolezza di sé e del mondo che li porta a un’amara riflessione sul delicato e imponderabile rapporto che nella vita di ognuno di noi c’è tra destino e libero arbitro, tra fatalità e prevedibilità, tra caso e necessità. È una resa dei conti spietata che mette in luce i fili spinosi e contorti che legano le generazioni e che portano i figli a commettere gli stessi errori dei genitori o a pagarne le conseguenze. È significativo che i tre “moschettieri” (così amavano definirsi Lincoln, Teddy e Mickey) e la loro d’Artagnan (Jacy) si ritrovino fatalmente a somigliare nelle scelte e nei comportamenti a chi li ha messi al mondo a dispetto del loro desiderio di distaccarsi dal modello che essi rappresentavano. Lincoln, a proposito della casa che aveva ricevuto in eredità dalla madre, e che era in procinto di vendere, pensa: “Venderla sarebbe stato un tradimento? Lei (sua madre, n.d.r.) non avrebbe voluto che lui perdesse l’azienda o mettesse i suoi in una situazione di precarietà… Ma non era possibile che avesse pensato a quell’eredità come a un test? Senza dubbio aveva osservato, come aveva fatto anche Anita (sua moglie, n.d.r.), che a ogni anno che passava lui diventava sempre più simile a suo padre, maledizione… E se la casa fosse stata una specie di memento, mirato a ricordargli che era anche figlio di lei…? Che aveva un legame di sangue anche con una donna che nel mondo si muoveva come un soffio d’aria, senza farsene accorgere…?”

Allo stesso modo Teddy segue il modello intellettuale e anti-atletico dei genitori, nonostante i propri tentativi adolescenziali in senso opposto, tentativi che gli causano un trauma dalle conseguenze fisiche irreversibili. Anche Mickey fa continuamente i conti con il codice simil-cavalleresco del padre, a dispetto del proprio stile di vita “alternativo”. E infine, la bella e ricca Jacy, che rifiuta il mondo borghese dei genitori, avrà un destino che per diversi aspetti (perfino genetici) ricalcherà il loro.

“Se il libero arbitrio si rivelava un’illusione,” riflette il narratore nelle ultime pagine del libro “non era forse un’illusione necessaria, visto che la vita doveva assumere un qualche significato? Ma se non era così? E se invece ti veniva data la possibilità di scegliere, magari in alcuni momenti significativi capaci di cambiare la traiettoria della tua esistenza?… Quello che rendeva così ingiusta la gara tra destino e libero arbitrio era che gli esseri umani li scambiavano inevitabilmente e si scagliavano infuriati verso tutte le cose fisse e immutabili, ignorando quelle sulle quali potevano in realtà esercitare un controllo”.

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