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“Mia diletta” di Marieke Lucas Rijneveld (Nutrimenti)

Chiudi l’ultima pagina di questo libro e vorresti abbattere muri e sorvolare cancelli, incredulo, scioccato, perché la narrazione di Marieke Lucas Rijneveld va oltre il pudore e la vergogna e ti pianta un chiodo doloroso in mezzo alle scapole. Il coraggio di uno scrittore si misura nella sua capacità di tenere inchiodato il lettore, avvinto e avvitato a una storia, ma quando la storia è una storia di orrore, un abuso continuo, direi che ci troviamo davanti a una specie di genio. Dopo essere stato il più giovane vincitore dell’International Booker Prize, con Il disagio della sera, Marieke Lucas torna con una storia soffocante e piena di oscurità dove il dolore di due anime si mette a nudo agli occhi del mondo, che è pronto a demolire l’indecente vicinanza di un uomo e una ragazzina.

Mia diletta fa impallidire le imprecanti e ossessive spirali di desiderio che Nabokov descrive in Lolita, il rapporto disturbato e disturbante tra una ragazzina e un adulto avido della innocenza di lei, già frantumata dalla manipolazione, non varca, letterariamente, il confine del pudore. Qui, invece Kurt, il veterinario quasi cinquantenne, ex bambino abusato sessualmente e psicologicamente da una madre ragno, una donna che pretendeva di essere l’unico amore della sua vita, e che mescolava frittelle e carezze abusanti a punizioni inflitte quasi con sollecita preoccupazione, sogna e desidera e possiede esplicitamente la ragazzina quattordicenne, figlia di un allevatore della sperduta campagna olandese.

Il romanzo è raccontato in prima persona da lui, da Kurt, che possiamo definire mostruoso e povero nella stessa frase, senza provare empatia per lui, quando il racconto degli abusi subiti sembra quasi, per un attimo, stemperare l’orrore del suo comportamento da pedofilo. Il suo passato fatto di incubi sanguinolenti in cui si mescola l’ansia di venire scoperto per il suo amore colpevole e il desiderio di punire la madre mostro, i cui abusi su di lui non sono mai stati metabolizzati né raccontati, e anzi esorcizzati con un matrimonio apparentemente tranquillo coronato dalla nascita di due bambini sani e sereni. Lei, la piccola adolescente protagonista del romanzo, è una vittima che partecipa all’abuso senza averne reale contezza, avvinta da un feroce stupore verso le attenzioni che l’uomo le riserva, visto che la sua vita è segnata dalla mancanza di comprensione e di contatto con il padre, uomo retto e devoto, ma incapace di comprendere il vuoto doloroso che la figlia prova dopo la morte del fratello maggiore e il contestuale abbandono della madre, che non vengono mai nominati se non come “l’abbandonata” e “lo scomparso”, quasi come se l’atto della morte e dell’abbandono, in fondo la stessa cosa, contassero di più che la loro storia di esseri umani. Lei, la diletta, è ossessionata dalla sua stessa incessante fantasia morbosa, il delirante pensiero di essere in realtà il secondo aereo che si è schiantato sulla Torre Sud l’11 settembre. La sua confessione sull’essere in realtà l’aereo assassino le aliena le simpatie dei suoi coetanei, e non l’aiuta la consapevolezza che si fa strada di essere, in realtà, una soggettività non binaria. Le modalità in cui l’io narrante si trasforma in un tu, quando a parlare è questa ragazzina, incuriosita dalla sessualità maschile, è una sorta di prodigio letterario, anche se lascia nel lettore un retrogusto dolciastro in gola, come di frutta andata a male.

I due comunicano con messaggi fatti di frasi di canzoni che rimandano a palpiti amorosi e dolenti considerazioni sulle delusioni, soprattutto con i testi, sviscerati fino allo spasimo di Kurt Cobain, del cui genio la ragazzina è una fan accanita.

Il delirio di lei, che non smette di raccontare nel suo diario il suo desiderio verso l’espiazione del male di essere sopravvissuta al dolore della scomparsa, e per farlo comunica nella sua testa febbrilmente con Freud e Hitler, con il quale divide la data di nascita, il 20 aprile, si sovrappone alla voce agghiacciante di Kurt, che non smette di mescolare un desiderio corrotto con il bisogno di ribellarsi al suo colpevole amore verso una ragazzina e cercare, senza riuscirci, di tornare al normale sviluppo emotivo, bloccato dalle molestie sessuali della madre. La bravura di Marieke Lucas è quella di creare un attimo di sospensione all’orrore che si prova verso un soggetto disturbato, che trasforma le debolezze e i patimenti di una ragazzina, il suo essere una soggettività non binaria, in una manipolazione perversa nell’ottenere quello che desidera lui.

Una storia di crudeltà, di mancanze potenti e di ferite, come quando lei, in un parossistico bisogno di farsi a pezzi chiede a lui di essere smembrata, fisicamente e mentalmente, per dimenticare i pezzi di vetro che ha sulle ali, come un uccello malato, dopo lo schianto e le vittime dell’11 settembre.

Poi sei andata a sederti sulla panchina, la camicia da notte bianca sventolava nella tiepida brezza serale e hai detto come un’attrice che eri la tua stessa collezionista e una ladra, trovavi splendido definirti una ladra, ti dava quel diritto a esistere cui tanto anelavi, anche se avevi rubato pure questo da qualche parte, avresti sempre rubato il tuo diritto a esistere, e ti ho tirata verso di me mettendomi i tuoi piedi sulle anche, ho premuto la bocca sulla pelle delle tue gambe risalendo sempre di più, le oche hanno preso a starnazzare più forte, e si è alzato il vento, ed ero quasi certo di sentirti sussurrare, sussurravi dicendo che eri un clown gelato, un pannoso clown gelato, e io dovevo scioglierti.

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