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“Sono fame” di Natalia Guerrieri (Pidgin)

Nel mondo fatto di app e corse folli dei Rider c’è anche Chiara, brillante neolaureata in filosofia che accetta un lavoro molto al di sotto delle sue possibilità per uscire dalla bolla protettiva di una famiglia asfittica e dolorosa composta da una madre (il padre è andato via quando lei era bambina e di lui non ha più notizie) e una sorella minore disabile. Chiara arriva nel caleidoscopico mondo delle consegne in bici affannata e delusa, dopo un dottorato promesso e mai arrivato e un faticoso stage finalizzato all’assunzione in una casa editrice, che purtroppo termina senza alcun risultato positivo.

La storia è ambientata nella Capitale, una città pensata come una via di mezzo tra Roma e Parigi, un luogo suburbano fatta di calore asfissiante e di ombre tenaci, dove le urla di rabbia e di insoddisfazione sovrastano le parole e la gentilezza. Appartamento condiviso con tre persone, ai margini di palazzine dall’intonaco scrostato, dove la luce filtra a strati, oppressa dai casermoni e dai balconi minuscoli che la catturano solo per rilasciarla a goccia, dove l’aria pulita diventa un regalo sono un pezzo del mondo di Chiara, in un incontro di incomunicabili solitudini. L’apparente libertà connessa alle mansioni di rider si rivela presto illusoria, la condizione di rondine, il nome con il quale vengono identificati i giovani rider, spinge tutti loro a una corsa faticosa e assurdamente competitiva per accumulare punti, che dovrebbero garantire non solo soldi ma anche i complimenti del tutor, una figura evanescente e giudicante, che, come un occhio, monitora gli spostamenti di Chiara e interagisce con lei in maniera inquietante. L’io narrante, oltra la voce dolente e allucinata di Chiara, è anche la Capitale stessa, che emerge sfatta e stanca, composta dalle voci delle miriadi di corpi aggrovigliati e sudati e desideranti, e che proietta una serie di immagini di noi che svelano la povertà emotiva e l’indifferenza che ci coglie ogni volta che qualche pelle entra in contatto con la nostra e ci chiede l’elemosina di un bagno da poter usare o qualche minuto da condividere. Il lavoro che è un miraggio, le promesse tradite, la brillante carriera pensata come possibile e poi di fatto negata, sono emblema di almeno due generazioni quando l’essere giovani non ti garantisce nulla, e anzi ti condanna a una serie di fallimenti, sempre più dolorosi.

Alcuni misteriosi quanto efferati omicidi di “rondini” chiudono il cerchio asfittico addosso a Chiara. Chi è questo misterioso serial killer che fa a pezzi i giovani rider disorientati e stravolti dalla corsa, che non hanno la forza di fuggire o di difendersi? E cosa resta a noi tutti quando distruggiamo in maniera sistematica chi dovremmo proteggere?

Lo stile incalzante e poetico insieme di Natalia Guerrieri, racconta, in maniera cruda, di vite spezzate, dove anche l’amore è un ingombro, una responsabilità che richiede energia e cura che lei sente di non avere. Perché se non hai la speranza non puoi innamorarti, al massimo cercare conforto in un abbraccio frettoloso in una macchina.

Romanzo senza pelle, dove la luce è priva di conforto e il buio può annientarci. Quello che rimane è un corpo che, faticosamente, cerca di ricostruire sé stesso.

La capitale è un corpo. Fatto di corpi. Un dito, staccato dalla mano, si piega, cade nel vuoto e va a conficcarsi nel terreno. L’unghia affonda nel suolo, l’estremità recisa rimane umida e aperta verso il cielo. Ossa, legamenti, tendini, vasi sanguigni e nervi sono compressi tutti insieme dal rivestimento di cute.

La luce mi ferisce gli occhi. Raggiungo la bicicletta parcheggiata nel cortile, fra i vasi vuoti e le radici secche. Sul sedile come ogni mattina c’è un sottile strato di polvere.

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