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Prove di peccato

Controllai che non ci fosse nessuno dietro, misi la freccia e mi fermai. Il ragazzo venne correndo verso di me. Lei invece camminava piano, la vedevo dallo specchietto.

«La nostra macchina è rimasta impantanata in una stradina là in fondo» mi disse il ragazzo indicandomi con il dito i campi ingialliti «Ci dà un passaggio fino in paese?».

Lei arrivò e mettendosi accanto a lui mi fece un cenno di saluto, poi anche lei mi chiese se li avrei portati fino in paese.

Io scesi e cominciai a sistemare i cataloghi delle stufe a pellet sparsi sul sedile dietro.

«Arrivo giusto in paese» dissi rivolto a lei «si metta qui, la macchina è un po’ piena».

E sedendomi appoggiai dietro anche la cartella di pelle che tenevo sul sedile davanti. Lui si sedette vicino a me, io misi in moto e partimmo. Il cielo era grigio, nei giorni precedenti era piovuto molto, la campagna era umida, c’era nell’aria un odore di estate interrotta, settembre stava finendo ma ottobre sembrava ancora molto lontano, era per il vento di scirocco che arrivava dal mare e portava folate di aria calda. Dallo specchietto ogni tanto sbirciavo lei, bionda con i capelli lisci e la riga in mezzo da cui usciva una ricrescita di capelli neri. Aveva gli occhi azzurri puntati sulla strada come se io stessi andando veloce e avesse paura.

«È già la seconda volta che rimaniamo incastrati con la macchina» disse lui.

«Incastrati dove?».

«Basta che piova un po’, i trattori lasciano i solchi, le ruote slittano».

«Che cosa ci fate in mezzo a queste colline dove non si vede una casa per chilometri e chilometri?» chiesi incuriosito.

«Abitiamo in una colonica con altri amici» mi rispose lui gingillandosi con un giocattolino che io avevo lasciato sul cruscotto.

Mi girai verso di lui per guardarlo meglio. Pensai che avesse dai venticinque ai trenta anni, portati non troppo bene, con la barba trasandata, ma aveva una bella pelle abbronzata di un colore uniforme e gli occhi neri trasparenti. Sbirciai lei che ancora teneva lo sguardo fisso sulla strada e sembrava non partecipare alla conversazione. Poteva avere più meno l’età di mia figlia, portata però in modo più leggero, più casuale, un po’ stracciato nei vestiti. Con la coda dell’occhio vedevo lui che stava cercando di infilare il gormita fra un’agenda e la mia custodia dei Ray-ban, nella tasca di lato allo sportello. I suoi capelli erano rasati a zero e aveva una stellina tatuata vicino all’orecchio sinistro.

«Ha un figlio piccolo?» mi chiese indicando il mostriciattolo.

«No, era caduto a un bambino, l’ho raccolto, volevo renderglielo e poi…».

«E abita anche lei nella zona?» mi interruppe.

«No, ma abitavano qui i miei nonni, giù, a Saline. Io viaggio per lavoro».

«Che lavoro fa?»

«Vendo le stufe».

«Le stufe?». Era stupito come se io avessi nominato un oggetto a lui sconosciuto.

«Sì, vendo le stufe ai rivenditori di elettrodomestici, caminetti, caloriferi, faccio il rappresentante insomma».

Stavo per spiegare in cosa consistesse il mio lavoro e di come la mia laurea in Lettere moderne, a suo tempo, non fosse servita a niente, ma il muso bianco di un camion sbucò da una curva e ci venne quasi addosso. Sterzai bruscamente sulla destra. Sentii lei che si aggrappava al mio sedile e lanciava un “vaffanculo” verso l’autista ormai catapultato sulla discesa.

Salivamo. Le colline erano come adagiate sulla terra, dipinte da gradazioni di colore che dal marrone passavano al verde scuro. Volterra si intravedeva in alto velata dalla foschia, ingrigita sotto un cielo trapassato di lampi.

«E dove stavate andando, se non sono indiscreto?» chiesi rivolto a lui.

«A Volterra, andiamo a provare».

«Provare che cosa?».

«Facciamo teatro con una piccola compagnia, ma ormai siamo in ritardo, saranno già partiti».

«Partiti per dove?».

«Stamattina saremmo dovuti andare a fare le prove in un vecchio teatro sotto un castello, verso Pisa, non so bene» rispose lui vago.

«Avrete telefonato, saranno magari ad aspettarvi».

«Non usiamo il cellulare, quindi non li abbiamo avvisati» mi rispose cercando di pulire il vetro ormai appannato.

Girai la manopola del riscaldamento e accesi la ventola dell’aria per spannare il vetro.

«Posso fumare?» chiese lei guardandomi nello specchietto.

«No, mi scusi, in macchina no» risposi un po’ apprensivo.

«Fumi dopo» disse lui voltandosi. Ebbi la sensazione che le stesse dando un’occhiataccia.

«Che spettacolo state preparando?» chiesi con il tono saccente anche se non mi ero mai interessato di teatro.

«Pinocchio, un po’ rivisitato in chiave erotica» rispose lei alzando la voce e ridendo.

Lui rimaneva serio, sembrava non volesse dare altre spiegazioni. Io feci una ricognizione rapida sui personaggi femminili che lei avrebbe potuto interpretare. A parte la fata, mi sembrava che nella storia non ci fossero altre donne. Ma se avesse interpretato la fata, e ne dubitavo perché era un po’ troppo in carne, poco eterea sotto gli strati di felpe e maglioni, probabilmente la compagnia non sarebbe partita senza di loro. Lui, invece, avrebbe potuto essere un Lucignolo, ma anche Pinocchio, con la barba rasata, magari. Mi feci l’idea che interpretassero qualche personaggio di contorno o che mi stessero prendendo in giro per un gioco tacito fra di loro.

Cominciarono a cadere dei goccioloni, battevano sul vetro con colpetti secchi di sasso, il cielo era scuro, procedevo lentamente sulle curve tenendomi vicino al ciglio della strada, erano le undici e mezzo di mattina e sembravano le otto di sera. Ogni tanto gettavo uno sguardo al sedile posteriore, sentivo dentro una punta di inquietudine per la cartella piena di carte senza importanza ma con il mio portafoglio buttato in mezzo, perché quando guidavo mi dava fastidio tenerlo nella tasca dietro dei pantaloni. Nello specchietto gli occhi spalancati della ragazza incrociavano i miei senza nessun battito di ciglia. Lui, accanto a me, giocherellava con un pezzetto di legno tirato fuori forse da una tasca.

«Io mi fermo proprio all’inizio del paese – dissi – non vado nel centro storico».

«Ci lasci pure dove si ferma Lei – rispose lui – poi andiamo a piedi».

«Siete sicuri di trovare l’amico?».

«Sì, di solito la mattina dorme – disse lui – fa il cameriere la sera, alla trattoria “Chiaro alabastro”, la conosce?».

«No, mai sentita, quando vengo da queste parti spesso mi fermo a mangiare a Saline».

«E se comunque lo avessero chiamato a lavorare per il pranzo, abbiamo la chiave di casa sua che è un po’ anche casa nostra» disse lei ignorando quello che stavo dicendo mentre faceva pressione con il ginocchio contro il mio sedile.

Quando ci fermammo a una decina di metri dal negozio di elettrodomestici e combustibili, le tre vetrine che davano direttamente sulla strada erano aperte ma la saracinesca dell’ingresso era abbassata. Un pezzo di carta con una scritta a pennarello spiegava qualcosa. Scesi per andare a leggere. “Chiuso per lutto”. Una stizza immediata mi attraversò da capo ai piedi: l’appuntamento che io avevo con il proprietario del negozio avrebbe potuto essere disdetto la mattina presto solo con una telefonata, senza farmi fare tutti quei chilometri. Impalato davanti all’entrata, non mi decidevo a tornare verso la macchina.

I due erano scesi e probabilmente aspettavano che io andassi a salutarli. Avrei dovuto controllare il contenuto della cartella come mi ero proposto di fare prima che loro scendessero, ma adesso mi sembrava un’azione sgarbata, non sapevo come giustificarla.

«Che cosa c’è scritto?» Il ragazzo stava venendo verso di me.

«È chiuso per lutto, a questo punto ditemi dove posso accompagnarvi e poi vado a pranzo a Saline» risposi già un po’ sollevato all’idea di mangiarmi un piatto di pappardelle con il sugo di lepre.

«Grazie, ma la casa non è lontana, andiamo a piedi. Anzi perché non viene con noi? A quest’ora magari lui ancora dorme».

«Quindi sarei di disturbo. No grazie».

«Cuciniamo qualcosa e poi lei va dove deve andare e noi con lui cerchiamo di recuperare la macchina» insistette.

Avevo quasi dimenticato il motivo per cui loro due avevano fatto l’autostop e loro non si stavano preoccupando di controllare se il gruppo dei teatranti fosse ad aspettarli da qualche parte.

«Ma no, grazie» risposi un po’ imbarazzato.

Pensavo alle pappardelle e mi confortava l’idea che il mio portafoglio forse era ancora al suo posto. Non mi avrebbero certo invitato a restare con loro se fossero stati dei ladri, avrebbero cercato di dileguarsi il più presto possibile. Improvvisamente sentii la differenza di età che correva fra i loro vestiti stropicciati e la mia giacca grigia sopra la camicia bianca chiusa da una cravatta rigata.

«Assomiglia un po’ a mio padre, sa!» disse lei squadrandomi da capo ai piedi «solo che Lei è più magro e più bello».

E quella frase cadde nel silenzio della strada come un sassolino lanciato per divertimento dentro l’acqua ferma di un lago. Guardai lui pensando di cogliere una qualche irritazione per delle parole che avrebbero potuto essere inopportune, invece i suoi occhi erano fermi sui fari ancora accesi della Mercedes.

«Li spenga e chiuda la macchina, la lasci qui, tanto il nostro amico abita a due passi» mi disse con un tono deciso, come se lui avesse già deciso per me.

Aprii lo sportello dietro, mi infilai l’impermeabile, presi l’ombrello nascosto sotto il sedile davanti, aprii la cartella, afferrai il portafoglio senza controllare il contenuto, lo misi nella tasca della giacca poi annunciai a loro che potevamo avviarci.

Camminavamo in fila, io con l’ombrello aperto, loro con il cappuccio tirato sulla testa, davanti a me, lei capofila. Sentivo nell’aria un odore di metallo bagnato, un tanfo di terra marcia che saliva dalle pietre, annusai la mia mano stretta al manico dell’ombrello ed era ferrosa come una calamita. Provai un desiderio fortissimo di lavarmi con il sapone al profumo di cipresso che mi aveva regalato mia figlia il giorno del mio compleanno. Attraversammo la Porta all’Arco, e, come ogni volta che passavo di lì sotto a piedi, mi sentii impacciato e osservato da quelle tre teste mozzate, forse scolpite dagli etruschi per scoraggiare i nemici ad avvicinarsi.

«Se il vostro amico dorme, si sveglia e si trova uno sconosciuto in casa. Non mi sembra molto educato portare una persona così senza avvisare» dissi un po’ per giustificarmi di non essermi sottratto a quell’invito.

«E allora? – disse lei – meno male che ogni tanto arriva qualcuno da fuori. Qui siamo sempre i soliti».

«E la vostra macchina?» stavo per chiedere, e poi rimasi zitto pensando che se la cosa non interessava a loro per me era indifferente.

Ci fermammo davanti a un portoncino verde scolorito, di un legno vecchio, con le fessure fra le assi assemblate in tempi remoti e due piccoli oblò sbarrati da una reticella rugginosa. Una serratura di ottone era stata montata sopra al buco adatto per una grande chiave. Lei suonò il campanello sotto a un nome sbiadito: Leonardo Salvadori, o così mi sembrò di leggere, poi, tutti e due rivolsero lo sguardo in su, verso due piccole finestre che parevano quelle di un mezzanino.

«Non c’è Leo, oppure non sente, apro io» disse lui tirando fuori una chiave.

Sulla scala stretta arrivava una luce grigia da una finestra in alto. Mi sembrava che sopra ci fossero, uno a destra e uno a sinistra, altri due appartamenti. Sulla porta, però, avevo visto solo un nome e un campanello.

«Ecco, siamo arrivati» disse lui fermandosi davanti a una porta a metà scala.

Cercò nelle tasche del giubbotto e poi tirò fuori un’altra chiave. Aprì chiedendoci di aspettare, che lui sarebbe andato ad accendere la luce da un interruttore in cucina.

Entrammo in un corridoio appena illuminato e io mi resi conto che non ci eravamo ancora presentati.

«Leo, ci sei?» gridava il ragazzo avvicinandosi a una porta chiusa in fondo al corridoio.

«Siamo noi, abbiamo portato un amico» canterellò lei, passando davanti a lui e spalancando la porta.

«Non c’è» disse un po’ delusa.

Io ero rimasto immobile guardando in giro per vedere se ci fosse un portaombrelli. Poi appoggiai l’ombrello dietro la porta d’ingresso, appesi l’impermeabile a un attaccapanni con ganci di giunco ed entrai nella cucina dove avevo intravisto un camino.

«Lo accendiamo?» chiesi a lei che già stava cercando di tirare fuori una pentola da un armadietto e brontolava perché Leo riponeva le pentole sempre le une sulle altre.

«Sì, dovrebbe esserci della legna nel sottoscala, guardi in fondo al corridoio».

Oltre una porta a vetri, una scala stretta di pietra portava al piano di sopra. Girai la chiave dello sportello che chiudeva il sottoscala, abbassandomi mi introdussi fra un sacco di patate e un secchio ripieno di bottiglie vuote riuscendo a tirare fuori una bracciata di rami nodosi. Non vedevo pezzi di legno consistenti per tenere acceso un fuoco duraturo.

Mi era sempre piaciuto accendere il fuoco, anche se mia moglie, un tempo, ogni volta che mi vedeva trafficare con la legna, gridava che dopo avrei dovuto pulire io “perché il fuoco sporca, fa polvere, annerisce le pareti e poi bisogna spendere per l’imbianchino” ripeteva spesso.

In quella casa invece pareva che non si preoccupassero dei muri scuri e nemmeno del pavimento di cotto ricoperto da una patina grigia che neanche uno straccio bagnato di acido avrebbe portato via.

«Mangiamo in salotto» disse lui passando con tre piatti in mano e tre bicchieri.

Non era facile accendere il fuoco. La legna sembrava appena tirata fuori da una catasta battuta dalla pioggia. Arrotolai i polsini della camicia ormai ingrigiti e chiesi a lei se ci fossero dei giornali vecchi.

«In questa casa, per riscaldare davvero, servirebbe una stufa di quelle che vendo io» dissi rivolto a lei che stava tagliando la cipolla.

«Ma il fuoco vivo è più bello» rispose lei cantilenando.

«Basterebbe che si accendesse questo fuoco vivo!» e mentre borbottavo lei mi passò un cubetto bianco puzzolente «Con questo il fuoco si accende di sicuro».

Presi il pezzetto di “Diavolina” che io usavo normalmente a casa mia, lo piazzai fra la vecchia cenere, lo sfiorai con l’accendino e la fiammata investì la cucina di una luce più chiara.

«Questo tipo di legna dura poco e non riscalda» avvertii, ma lei non rispose e si asciugava le lacrime da cipolla con un tovagliolo.

Mi affacciai alla porta della stanza che probabilmente corrispondeva a quella delle finestre sulla strada. Su un tavolo ovale c’erano ammucchiati fogli e quaderni. Una videocamera un po’ antiquata puntava il suo obiettivo verso la porta della cucina. Aprii una finestra. Nella strada stretta qualche ombrello aperto transitava come avesse delle gambe proprie. Non riuscivo a vedere le persone che si riparavano. Il ragazzo stava spostando le carabattole dal tavolo a un divano un po’ sbilenco con i piedini di legno e chiese a lei se avesse dovuto apparecchiare con una tovaglia.

«Ci sono le tovagliette di carta gialla, dentro il cassetto» rispose lei dalla cucina.

Ci sedemmo a tavola davanti a una pentola di coccio da cui usciva un profumo di cipolla e pomodoro. Lei servì gli spaghetti – di kamut – specificò, e io feci finta di sapere che cosa fossero. Avevo fame, mangiavo e ricacciavo indietro la proposta che mi veniva sulla punta della lingua.

«Presentiamoci, mi chiamo Cesare» poi li guardavo, assorti nel masticare piano e mi sentivo banale e convenzionale. Il vino che lui aveva messo in tavola dentro un bottiglione già aperto, era scadente. Mangiando spesso al ristorante mi ero abituato al gusto dei vini di qualità di cui chiedevo le caratteristiche al cameriere e poi magari li compravo per berli a casa da solo davanti al caminetto.

«Lei è sposato?» la domanda arrivò secca, da lei, e sembrava che contenesse già la risposta affermativa.

«Ero sposato».

«Divorziato?».

«Non ancora, ma presto lo sarò» risposi con un tono mio malgrado compiacente, come se in quella casa fossero ben viste solo le persone sciolte da vincoli.

Non sapevo il tipo di relazione che potevano avere loro due, ma li percepivo come persone sospettose dei contratti e smaniose di avere intorno individui simili a loro. Però avevano insistito per dividere con me alcune ore in una casa che non era la loro, di cui avevano la chiave, e l’amico che avrebbe dovuto esserci non c’era. Bevevo il vino rosso e più bevevo e più avevo l’impressione che qualcosa mi sfuggisse, che la mia abitudine mentale di tenere tutto sotto controllo fosse piena di buchi come quelli del colapasta che intravedevo sopra il lavandino in cucina.

«Abbiamo solo la pasta» disse lui mettendosi in bocca l’ultima forchettata «ma se ha ancora fame possiamo scendere giù al bar a prendere due pizzette».

«No, la pasta era buonissima – risposi – siete stati anche troppo gentili».

Lei si era alzata ed era uscita dalla stanza. Lui era rimasto seduto a rollare una cartina con del tabacco, poi uscì dicendo che andava a cercare un accendino.

Mi sentivo la testa vuota, continuavo a bere e pensavo che quel vino era uno schifo. Mi sedetti su un angolo libero del divano. Dal corridoio arrivava una musica bassa che accompagnava la voce ruvida di un cantante a me sconosciuto ma che si abbinava bene alla mia voglia di sdraiarmi e di rimanere lì per un tempo infinito. Ero solo. Lui non tornava. Sentivo le loro voci che provenivano dalla stanza accanto. Ridevano. Misi per terra le carte, i fogli, la videocamera e mi distesi tenendo i piedi un po’ in fuori perché le scarpe erano bagnate. Immaginai di far parte dell’arredamento come un vecchio soprammobile e di poter assistere muto alla scena che si svolgeva fra di loro al di là del muro: li vedevo già nudi che ridevano e si eccitavano all’idea che io fossi lì mezzo stordito dal vino. Sentivo freddo, avrei voluto infilarmi la giacca che mi ero tolta per accendere il fuoco, ma una volta alzato per andare in cucina non ce l’avrei fatta a tornare sul divano, magari sarei andato di là e avrei chiesto a loro di poterli guardare senza dare fastidio. Quell’idea del sedermi in un angolo mentre qualcuno si toccava e si leccava, mi accarezzava la mente da quando avevo cominciato a guardare i video porno la notte. Con la testa appesantita dal vino stantio, ebbi anche l’idea che il destino avesse predisposto l’incontro con quei due per darmi la possibilità di mettere in pratica le mie fantasie. Gli chiesi, gridando scanzonato, che cosa stessero facendo e lei mi rispose di andare a vedere. A quel punto non avrei potuto fare altro.

Quando entrai erano sul letto, ancora vestiti, uno accanto all’altra, con la testa appoggiata alla spalliera di legno. Sembravano pronti per guardare un film alla TV. Una lampadina chiusa in una palla di carta di riso sospesa all’angolo vicino al letto, illuminava debolmente la camera, ma da uno scuro rimasto socchiuso arrivava uno spiraglio di luce da fuori. Lei, indicandomi una poltroncina rossa vicina alla finestra, mi ordinò di sedermi. La stanza era piccola ed era la stessa in cui lei era entrata per svegliare l’amico. Mi chiesi dove fosse il bagno, avrei voluto chiederlo a loro ma sentii la domanda ridicola e non la feci. Uscii senza dire niente e andai dritto alle scale. Al piano di sopra, in una stanza luminosa e piena di sedie e bauli, armadietti e cianfrusaglie di ogni tipo, si aprivano tre porte, quella del bagno era spalancata.

Quanto tornai nella camera avevo il viso fresco, le mani che profumavano di saponetta, la bocca rinfrescata alla meglio con un po’ di dentifricio strofinato sui denti. Scendendo le scale avevo sperato fortemente di non trovarli più, e, allo stesso tempo, con la stessa intensità, avevo avuto paura che se ne fossero andati e mi avessero lasciato solo in quella casa che sapeva di fuliggine.

Mi guardavano divertiti come se avessero previsto che sarei uscito e poi sarei tornato. Erano rimasti fermi nella stessa posizione. Io mi sedetti sulla poltroncina.

Si baciavano. Lei si tolse la gonna e rimase con delle calze nere spesse, lui si sfilò i pantaloni insieme alle mutande e aveva un’erezione enorme che mi fece eccitare. Cominciai a toccarmi, lasciando la cerniera dei pantaloni chiusa. Lei tolse la felpa e poi la camicia e poi una maglietta. Non portava il reggiseno e aveva un seno sodo con i capezzoli scuri. Poi si piegò su di lui, con i capelli lunghi che coprivano la bocca piena e cominciò ad andare su e giù con la testa. Non era come guardare un film porno, loro erano lì vicino a me e io, se avessi voluto, avrei potuto toccarli, tutti e due, e inserirmi fra di loro. Sentii che la solita fantasia di riempirmi gli occhi osservando da un punto esterno si stava dilatando fino alla mia bocca, alle mie mani, al pene ormai durissimo. Immaginai che lei mi avesse chiesto di sedermi solo per rimandare di poco il mio ingresso in mezzo a loro. E mi avvicinai, ancora vestito ma con i bottoni della camicia che volevano saltare. Quando lei, ormai senza calze, nuda, seduta sopra di lui e tenuta ferma da lui che la penetrava, sembrava offrirsi a me con il didietro, buttai via tutti i miei vestiti in un lampo e mi accostai a lei sedendomi sulle gambe di lui. Lui non sembrò avvertire il peso. Lei però si voltò e disse «Aspetta, ora devi solo guardare». Fu come ricevere uno schiaffo secco senza poterlo rendere. Strisciai verso la poltroncina alla maniera di un cane mandato a cuccia e ci rimasi, nudo, a spiare in mezzo alle ombre in cui loro si muovevano. Tremavo, la stanza era fredda. Lei ondeggiava lenta sopra di lui, con il culo pieno e duro. Lo sentivo duro sotto le mie mani che immaginavano di stringerlo. In qualche modo avevano scoperto la mia passione per il porno e mi offrivano, ora dal vivo, quello che io bramavo sullo schermo, per farmi un regalo o anche per farsi loro un regalo. Alla categoria “In tre”, e io preferivo i film con due uomini e una donna, se c’era uno che stava a guardare, prima o poi si univa agli atri due. Lei, immobile sopra di lui, senza voltarsi, mi ordinò di prendere dei fogli sopra il cassettone e di passarglieli. E io lo feci, sedendomi sul bordo del letto, pronto a scattare se lei mi avesse mandato via. Leggeva a voce alta, impettita, inserita dentro di lui, alla luce fioca della carta di riso e lui, con gli occhi chiusi le dava istruzioni sul tono della voce. Più alto, più basso, più veloce, più lento. “Non cadrai, non morirai, non sarai mai trapassato da me” ripeteva lei. Io, vicinissimo, sentivo il soffio di quelle parole nell’orecchio e mi chiedevo se tutta la scena fosse una prova per il Pinocchio erotico di cui aveva parlato lei. La mia eccitazione si stava spegnendo. Aspettavo paziente che lei terminasse la lettura e che mi chiedesse di toccarla mentre si muoveva su di lui. Poi improvvisamente la scena cambiò. Lei buttò via i fogli, scivolò di lato e lui, che fino a quel momento avevo percepito meno presente, le salì sopra e cominciò a leccarla. Il copione, o qualsiasi cosa fosse, cadde a terra, io mi alzai e rimasi in piedi al bordo del letto vicino al viso di lei, poi mi accostai di più e lei aprì la bocca. Mugolava con la bocca piena mentre lui mi chiedeva di andare più a fondo. Nelle mie fantasie, non ero mai arrivato a tanto. Andammo avanti così, finché lui mi spinse via da lei, rotolò in mezzo al letto, chiese a lei di andargli sopra e invitò me ad entrare da dietro. In ginocchio a gambe aperte fra le gambe di lui infilai un dito dentro di lei e la senti molle e aperta. Entrai piano come in un sogno. Anch’io ero dentro, con lei che gridava fra di noi e noi, io e lui che non ci sfioravamo ma che spingevamo per toccarci in un luogo di carne, dicevamo frasi sconnesse, imperativi duri del prendere e tenere e godere e sentire.

Lui ci avvisò che stava venendo. Spingeva da sotto velocemente mentre lei ripeteva dei lunghi sì sofferti e io affondavo nel calore di un tunnel. Venni anch’io. Poi rotolai di lato, lei si allungò su di lui e rimanemmo in silenzio per un tempo indefinito.

Mentre uscivo da quella casa, con la testa pesante e uno spossamento che mi stringeva tutto il corpo sentii il portafoglio rigonfio nella tasca della giacca e rimandai a un “dopo” il gesto di prenderlo, aprirlo e controllare che ci fossero i miei soldi e le carte di credito. Alla fine non ci eravamo presentati e, a quel punto, proprio per come era andata tutta la faccenda, era stato meglio così.

L’estate era alle porte ma il vento dei calanchi non guardava in faccia nessuna stagione, qualcuno aveva strappato una striscia dal manifesto che annunciava lo spettacolo teatrale “The last lie i told”. Si poteva vedere, oltre al titolo, una parte del nome della compagnia teatrale “L’officina del teat”, mancavano i cognomi degli attori principali e, nella foto in bianco e nero, incorniciata da cuori trafitti, c’era un buco sulle facce dei tre personaggi, una donna in sottoveste in mezzo a due uomini a petto nudo, distesi su un letto rotondo. Fuori della cornice, il disegno di un Pinocchio rosso che puntava il naso verso l’alto. L’evento risaliva a tre settimane prima e si era svolto nel cortile interno dell’Abazia Camaldolese. Non ero sicuro che quello spettacolo fosse lo stesso di cui avevano parlato loro, ma sentivo di esserci vicino, come quando intravedi una persona per strada, la scambi per una che vorresti vedere e poi, deluso, ti ripeti: per un pelo, mancava pochissimo e sarebbe stata lei o lui. Non sapevo i loro nomi, ma avrei riconosciuto la loro faccia fra altre mille anche in una foto sbiadita. Mi tornò ancora il dubbio che avessero inventato tutto e che si fossero divertiti con me, per dare colore a una giornata noiosa e umida.

Sentivo le ossa deboli, la mattina ero uscito di casa per fare il solito giro dei rivenditori, ma ero attraversato da brividi e la gola era ruvida come una grattugia. Stringendomi la sciarpa al collo mi incamminai verso la macchina con il vento che mi tagliava la faccia. Durante l’inverno ero tornato a Volterra un paio di volte, ero passato sotto la casa, avevo avuto il desiderio fortissimo di suonare il campanello e non lo avevo fatto, avevo anche ripercorso la strada dove li avevo incontrati, mi ero inoltrato per qualche viottolo cercando una casa colonica, e poi avevo lasciato perdere pensando all’imbarazzo che avrei provato nel rivederli.

Incastrato nel tergicristalli trovai il foglietto rosa ripiegato come fosse un messaggio. Le ruote toccavano appena le strisce pedonali. Mi guardai intorno per cercare il vigile che si era divertito di prima mattina, entrai anche nel bar per vedere se fosse a fare colazione, chiesi alla barista se sapeva chi fosse in servizio e poi mi arresi. Con i nervi tirati misi in moto e scesi giù, verso le case nuove, sperando di trovare il manifesto intero su uno spazio qualsiasi adibito alle affissioni.

Arrivai all’Abazia. Lasciai la macchina sotto i cipressi vicino alla strada e poi a piedi oltrepassai la sbarra e mi avviai per la salita abbracciando con lo sguardo l’antica costruzione dalle cento finestre ormai in rovina. Camminando cercavo di evitare i sassi più grossi, scansavo le buche di terra rossastra, umida e appiccicosa come da nessun’altra parte, poi ebbi voglia di affondare i piedi nell’erba sotto gli ulivi e passai oltre i filari di vite sbilenchi in fondo al campo. L’Abazia vista da sotto sembrava intatta, ancora più in alto, attaccata al cielo. Salii arrancando fra le scale di terra e quando arrivai in cima mi trovai sotto l’arco che portava al cortile. Ero sorretto da quelle pietre squadrate e polverose mentre la vista sulla valle corrosa a precipizio mi faceva sentire in bilico. Avevo sperato di trovare appeso al portone un cartellone dello spettacolo; non c’era niente che potesse testimoniare un allestimento teatrale e la presenza di un pubblico. Immaginai un palco su un fondale di aria, di stelle e di baratro e un pubblico seduto per terra infreddolito ad ascoltare parole profonde provenienti da un letto rotondo abitato da una donna in mezzo a due uomini. Il trionfo del peccato fra le rovine di un luogo ancora sacro anche se diroccato.

Avevo dimenticato i guanti in macchina, le mie orecchie erano fredde sotto la sciarpa che non riusciva a coprirle del tutto. Tornai giù e, per togliere la terra molliccia dalla suola, appoggiai le scarpe alle maglie della rete che proteggeva un tabernacolo con una madonna senza testa. Sfregai e sfregai le scarpe sul ferro e poi levai la terra rimasta con un sasso appuntito. Era mezzogiorno. Salii in macchina e mi diressi verso la trattoria “Chiaro alabastro” di cui un collega mi aveva parlato male ma dove probabilmente avrei trovato il cameriere amico dei due autostoppisti.

La trattoria era ancora deserta. Dalla cucina usciva un odore dolciastro di ragù. Mi sedetti a un tavolo vicino alla finestra e aspettai che arrivasse qualcuno per ordinare. Aggiustavo dentro di me le parole con cui avrei chiesto al cameriere se conoscesse i due ragazzi che abitavano in campagna e se potesse darmi il loro indirizzo perché tempo addietro si erano informati per una stufa da un rivenditore, che poi aveva perso il foglio con i loro nomi. Insomma, avrei inventato qualcosa, bastava che il cameriere arrivasse. Qualcuno dalla cucina, al di là di una finestrella, gridò il nome di Leonardo e Leonardo arrivò abbottonandosi la camicia bianca sotto un gilè nero con un fiocchino rosso un po’ storto.

«Avete le pappardelle con il sugo di lepre?» chiesi prima ancora di leggere il menù.

«Oggi no – rispose Leonardo – ma abbiamo le penne con il ragù di cinghiale».

Leonardo era alto e portava i capelli neri legati con un codino, parlando stringeva gli occhi un po’ a mandorla come quelli di un orientale.

«Mi scusi, prima di ordinare volevo farle una domanda. Lei ha due amici, un ragazzo e una ragazza che abitano in campagna, lei bionda, lui con una stellina tatuata vicino all’orecchio?».

«Sì, ma lei come fa lei a sapere che sono miei amici?» mi rispose un po’ secco.

«Chiedendo in giro. Vorrei avere il loro indirizzo».

«Perché?»

«Sono un rappresentante di stufe a pellet e loro erano interessati a comprarne una, tempo fa».

«Non abitano più in campagna. Sono andati in Spagna con una compagnia di attori di strada e penso che ci rimarranno per molto tempo».

«I suoi amici sono attori?».

«Volevano fare gli attori, ma proprio attori non sono. Facevano tanti provini, sa, quando i registi fanno i casting» disse alzando gli occhi al cielo e scuotendo la testa.

«Insomma avevano del talento» dissi io con un tono un po’ scettico.

«Mah, non parlerei proprio di talento… Allora facciamo un piatto di penne al cinghiale?».

Ordinai un Sassicaia del duemila e brindai al mio portafoglio che quel giorno di fine settembre era rimasto intatto ma che l’indomani mi era stato rubato mentre ero in fila alla cassa del supermercato. Poi bevvi per dimenticare o ricordare meglio. Non sapevo ancora quello che volevo di più.

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