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Valeria Patera: “È sempre la poesia che cerco e che mi cerca attraverso personaggi e storie”

In questo fine settimana che si sta concludendo, dal 6 all’8 maggio, si svolge presso l’Orto Botanico di Palermo un’iniziativa che tiene insieme in modo davvero interessante scrittura, teatro e cura della malattia, attraverso un convegno e la messa in scena di due opere teatrali, tratte da due volumi che hanno colpito molto la nostra attenzione in questi ultimi anni: Al giardino ancora non l’ho detto di Pia Pera e Con molta cura di Severino Cesari. S’intitola “Il teatro della cura” e l’ha ideata e realizzata Valeria Patera, con il patrocinio dell’Università degli Studi di Palermo e l’Orto Botanico. Il convegno coinvolge letterati come Paolo Repetti (editor Einaudi e fondatore con Severino Cesari di Einaudi Stile Libero), lo scrittore Emanuele Trevi e la docente di letteratura italiana Ambra Carta, con lo psichiatra Daniele La Barbera, l’urbanista Maurizio Carta e il docente di estetica Salvatore Tedesco. E nella Sala Lanza dell’Orto Botanico vanno in scena Il giorno che me ne andrò, con Stefania Blandeburgo, dall’opera di Pia Pera e Con molta cura, con Roberto Burgio, dall’opera di Severino Cesari. Entrambi i lavori scritti e diretti dalla stessa Valeria Patera. A questo punto mi è venuta la voglia di fare una chiacchierata con lei per la nostra intervista della domenica, ed ecco cosa ne è venuto fuori.


Hai scelto le opere di due autori scomparsi, Pia Pera e Severino Cesari, perché?

In verità tutto cominciò nel 2016 quando ho letto il libro di Pia Pera, che tra l’altro ho conosciuto di persona alla fine degli anni ’80 a Milano. Sono rimasta sconvolta dalla bellezza del libro e soprattutto della toccante storia sua vera che raccontava e immediatamente ho deciso che avrei lavorato a una possibile trasposizione scenica. Così fu e il lavoro fu presentato con l’interpretazione di una delle nostre migliori attrici, Maria Paiato, nella Sala A degli studi Rai di via Asiago, per una memorabile serata in diretta Radio3 Rai, che fu seguita da un pubblico numeroso e commosso. Di questo lavoro rimane traccia in un podcast sul sito di RaiPlay.

Successivamente  sono entrata in contatto con Severino Cesari con il quale ho avuto un intenso scambio quasi quotidiano attraverso Facebook e quando è uscito la sua opera post mortem Con molta cura ho subito cominciato a fare lo stesso lavoro sul suo libro. E infatti ne è seguita un’escursione scenica rappresentata nella magnifica basilica di San Pietro a Perugia e al Teatro Torlonia diretto dal Teatro di Roma con Antonio Calbi.

Severino e Pia non si frequentavano e l’accostamento emerge dalla mia visione maturata durante il lavoro che ha reso evidente delle corrispondenze. Intendo dire che entrambi sono stati colpiti da malattia irreversibile, nel caso di Severino più malattie, ed entrambi hanno messo in atto una trascendenza laica e purissima che ha permesso a ciascuno di loro di convivere con la malattia, il dolore e l’approssimarsi della fine.

Hanno vissuto intensamente la malattia cercando di vivere intensamente l’esperienza che attraversavano ed è stata appunto la ricchezza di pensieri, riflessioni ad aver permesso loro di scrivere i due libri che ci hanno lasciato.

Poi ragionando sulle osservazioni raccolte mentre lavoravo sui singoli testi ho valutato che ci fosse così tanto materiale da porlo all’attenzione anche di occhi esperti e di esporre il tema della cura in quel teatro anatomico che è la forma del convegno.

Da questo teatro anatomico è emerso questo progetto che curavo da mesi e che finalmente vede la luce in luogo che per sua definizione è un luogo di cura ovvero il meraviglioso Orto Botanico di Palermo dove la relazione tra umano e vegetale si espleta appunto attraverso variegate forme di cura.

“La cura presuppone l’esercizio quotidiano dell’amore” scrive Severino Cesari e questa frase è il claim di tutto l’articolato progetto che tiene insieme il convegno e quelle che ho voluto definire “escursioni sceniche” dai rispettivi due libri.

È stata pure stimolante la nuova edizione Einaudi Stile Libero del libro di Cesari e il fatto che nel libro Premio Strega Due vite di Emanuele Trevi una delle due vite delle quali si racconta è quella di Pia Pera.

Cosa vuol dire per te “la cura”

La cura è un tema cruciale della filosofia e non si può non chiamare in causa Heidegger che in Essere e tempo definisce la Cura come la struttura essenziale dell’esserci, è l’essere dell’esserci in quanto gettatezza. La cura per Heidegger non è qualcosa di esterno all’uomo ma è un modo di essere fondamentale dell’uomo che esprime la sua dimensione radicale. Pertanto la Cura per Heidegger costituisce l’elemento ontologico essenziale per l’uomo, come il volere, il desiderare, l’agire. Per Heidegger la Cura non è una semplice virtù  o un atto singolo ma è un modo di essere, il da-sein, cioè il modo dell’uomo di essere nel mondo, è il modo in cui la persona stabilisce le relazioni con le cose e con gli altri. La cura significa vivere nella dimensione dell’attenzione, della concentrazione, la cura nella sua doppia declinazione di aver cura di e prendersi cura di se stessi è in stretta relazione con la temporalità. La cura si dà nella temporalità “io non sono altro che la cura che faccio” dice  Cesari.

C’è nel programma di questo tuo “Teatro della cura”, un convegno che unisce professori di medicina e psichiatria, filosofi, scrittori ed editori. Si tratta quindi di una cura per il corpo e la mente allo stesso modo?

Intanto va precisato che i medici che partecipano al convegno parleranno della relazione tra malattia e narrazione ed è ovvio che sempre il corpo è connesso alla mente/spirito e viceversa. Osservare solo la metà di questa diade è sempre arbitrario, riduttivo, il fenomeno sta nella complessa relazione tra corpo e mente e quando il corpo si ammala il rapporto con la mente si fa a sua volta più complesso e per questo è interessante “aprire un teatro” sul tema.

Quando dico teatro mi riferisco all’etimo del verso greco da cui deriva “theaomai”: vedere. Ecco, il teatro è lo spazio di attenzione che si apre su un oggetto, in questo caso la Cura nei suoi sfaccettati e intrecciati significati.

E a sua volta il teatro della cura è lo spazio che la malattia apre nella vita di una persona ed entro il quale spazio si sovvertono i gesti, il linguaggio, la relazione col proprio corpo, con il tempo, con la vita e con la morte.

I due scrittori di cui parlo hanno saputo fare della malattia un’intensificazione della vita, la malattia ha aggiunto intensità al tempo pertanto quello della loro malattia è stato un tempo di vita speciale che hanno testimoniato con i libri che hanno lasciato e che nel caso di Cesari era la somma rielaborata della quantità di post intensi e toccanti che ogni giorno regalava via Facebook a quella comunità che si era creata intorno a lui.

Trovi che la malattia abbia reso i due autori che hai raccontato nei tuoi spettacoli capaci di un modo particolare di osservare la vita?

Certamente sì, infatti entrambi, e ognuno a suo modo, raccontano dei cambiamenti, trasformazioni che hanno dovuto accettare  per fare dell’ultimo tratto di vita un momento esistenzialmente intenso e poeticamente carico di luce. Scrive Pia: La leggerezza interiore nasce forse dal sentirmi libera dalla zavorra terribile del futuro, indifferente al cruccio del passato. Immersa nell’attimo presente, come prima mai era accaduto, faccio finalmente parte del giardino, di quel mondo fluttuante di trasformazioni continue.

Mentre Severino scrive: Questo sono stato in questi anni, questo è ciò che ha distinto la mia vita, la traccia di un puro declino? Ma è stato un momento. La mano enorme che per un momento si è messa davanti agli occhi oscurandomi la vista per fortuna si solleva. No no cuore mio. Prendo atto e ringrazio, doverosamente. Tutto questo è solo ciò che doveva emergere, che doveva venire alla luce. Non è la luce. Tutto il resto è luce. E non c’è fine, alla luce. Perché possiamo avere nuova forza, per vivere in questo giorno meraviglioso che diventa sera.

Opera d’arte e malattia è un discorso antico, variamente trattato nel tempo, con mille significati e sfumature. Tu come l’hai inteso?

Nel caso di Pia Pera e Severino Cesari, ho osservato che entrambi hanno agito una trascendenza rispetto alla malattia che li imprigionava. Parlo di una trascendenza priva di qualsiasi forma di consolazione religiosa, puramente laica, a mani nude ma proprio per questo altissima ed esemplare.

Pia Pera trascende la malattia rovesciando la prospettiva sul giardino, ovvero da un certo punto in poi smette di preoccuparsi della cura a sé stessa per prendersi cura del giardino al quale con la sua morte verrà a mancare il giardiniere, quindi la cura. Ed è in questo superamento di sé che lei si libera di tanti pesi e di tante angosce, si illumina illuminando il giardino con la sua cura pensierosa.

Cesari invece fa un’altra cosa cioè trascende l’isolamento ospedaliero aprendosi attraverso Facebook a una condivisone quotidiana con una comunità virtuosa, che giorno dopo giorno è venuta a creasi intorno a lui che regalava pepite d’oro, contenute in messaggi di grande forza luminosa, di suggestioni poetiche e riflessive, venature ironiche e mai la lamentela, mai la pesantezza, mai il reclamo ma sempre l’accettazione, lo starci dentro come a un dono e per via di ciò il desiderio quotidiano di condividere tutto con post lunghi e densi, pregiate parole, riferimenti letterari, profonde riflessione ma soprattuto un darsi totalmente a ciò che stava fuori dalla sua camera d’ospedale e che poi infatti ha preso la forma definitiva di un libro. Il libro suo è di fatto la somma rielaborata di questi affacci su Facebook dove secondo me ha rovesciato il famoso assunto di McLuhan secondo il quale il mezzo è il contenuto.

Il fatto che stiamo attraversando in questi ultimi anni la pandemia che ci ha tutti costretti a sentirsi in qualche modo fragili, esposti alla “malattia”, come ha influenzato il tuo lavoro?

Ha influenzato la mia vita al punto che sono rimasta a vivere nella città dove la pandemia mi aveva bloccata.  E ragionando sulla maggiore esposizione alla malattia, alla fragilità ho valutato che avrei fatto di tutto per attuare questo progetto poiché credo sia un dono che posso fare alla cittadinanza palermitana e non solo. Uno spirito particolare di “servizio poetico” ha innervato il faticoso e complesso percorso che ci ha portati fin qui.

Hai notato qualche differenza tra loro nel modo di affrontare il male che li ha colpiti?

La differenza è che Pia Pera ha ricevuto il referto medico mentre già si era ritirata a vivere nel suo podere/giardino di Lucca (“voglio provare a vivere facendo a meno di tante cose” disse) quindi lei decide  di vivere il tempo che le resta, vivendo il suo giardino momento per momento. Decide di curarsi con le possibili cure che ha nelle vicinanze di Lucca ma di non andare alla ricerca di un miracolo, di non sprecare il tempo nella ricerca vana di qualche cura misteriosa, ma di curarsi prevalentemente attraverso il giardino che le rimanda una specularità naturale tra vegetale e umano, ed è questa specularità che le insinua quella grazia con la quale accetta tutto il corso di trasformazione, di cambiamento, nel quale è immersa.

Severino Cesari invece ha avuto una serie di malattie nel corso di lunghi anni pertanto il rapporto con la malattia è più complesso, più intersecato alla sua temporalità.

Nel venir meno dell’efficienza del corpo, nella minaccia di non poter nemmeno più scrivere, in lui si stimola una reazione, forte e dolce mai violenta (è interessante osservare come nessuno dei due dice mai “combatto con la malattia”) e riprende l’uso delle dita e con quelle scrive e attraverso la scrittura esce fuori, supera il limite spazio temporale della prigionia ospedaliera.

Come hai scelto gli attori che interpretano i tuoi lavori su Pera e Cesari? Dovevano somigliargli?

Non necessariamente dovevano essere somiglianti, ho cercato l’intensità delle voci, visto che si tratta di teatro della phonè, un teatro delle voci dove gli attori non incarnano il personaggio in quanto corpo fisico ma incarnano il corpo della parola che si struttura in una fitta rete di voci fuori campo, un rimando infinito di voci.

Nonostante ciò però l’attrice Stefania Blandeburgo e l’attore Roberto Burgio (tra i più amati e seguiti in Sicilia) appartengono alle stesso tipo fisico di Pia e Severino pertanto il colpo d’occhio rimanda alle loro figure e ciò produce sempre un vantaggio scenico.

Ti dividi tra radio, podcast, teatro, scrittura narrativa, convegni, cos’è che senti più tuo come genere?

Sono linguaggi e medium diversi attraverso i quali modulo i miei temi, le mie ricerche. Da molti anni mi capita di trattare un argomento/personaggio importante e dalla stessa ricerca produco diversi prodotti (per quanto asfittica sia la parola prodotto) cioè procedo dalla scrittura e poi mi apro a diversi tipi di comunicazione, come la radio il podcast, o i convegni che sono un’occasione per incontrare personaggi di alta caratura intellettuale e di avere uno scambio con loro mentre lo condivido con un pubblico.

All’origine di tutto il mio percorso artistico però è la poesia il cardine, la poesia intesa come poiein, “fare”, ma anche come produzione poetica. È sempre la poesia che cerco e che mi cerca attraverso personaggi  e storie, la poesia illumina la materia che indago e interrogo, è sempre la poesia che mi conduce anche quando lavoro dentro la scienza.

Poi i diversi generi letterari che attraverso sono un discorso più specifico e ho in programma la pubblicazione di una raccolta di racconti brevi e finalmente la mia raccolta poetica che ho rimandato per tutta la vita pur avendo pubblicato su importanti riviste e aver ricevuto dei riconoscimenti.

Da qualche tempo vivi a Palermo, dove mi sembra che tu abbia trovato un terreno fertile per le tue attività. Cosa ti unisce a questa terra?

Palermo per me è un luogo magico, una città che ormai amo visceralmente e per quale provo forti sentimenti, in particolare provo il desiderio di prendermi cura di questa città che ha molte ferite aperte ma anche un cielo meraviglioso e la luce più bella del mondo e poi l’antichità che si sente ovunque.

Particolarmente vivo qui un senso di comunità, di appartenenza che a Roma non ho mai sentito in tanti anni (29 per l’esattezza). Ho intorno le  rete fitta che ho tessuto con chi si occupa di arte, letteratura, e il rapporto aureo instaurato con le sue istituzioni a cominciare dall’Università degli Studi di Palermo per la quale ho già realizzato altri convegni e di recente pure un podcast.

A Palermo abito il centro storico nel quartiere antico della Kalsa che ha una storia precisa e incisiva sul carattere e la lingua dei suoi abitanti. Mi piace qui la commistione tra alto e basso, tra palazzi nobiliari e le case occupate, le case popolari e i bassi.

Qui i bambini giocano ancora per strada, stanno fuori tutto il giorno e rincasano a sera, poi capita ancora di sentire suonare una chitarra e le voci di chi ancora canta insieme agli amici. Poi dal balcone veder pulire e lessare le patate che servono per cucinare le crocchè, sentire il profumo della caponata, veder arrivare l’apecar del pescivendolo e Kiluzzo il verduraio che mi consegna la merce nel “coppo” di carta scura, sapientemente accartocciata e così via a intrecciare i sensi, in una sinestesia costante che mi avvolge nella sensazione di essere parte di una narrazione ancestrale.

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