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“Effimeri” di Andrew O’Hagan (Bompiani)

Questa è una storia vera: la storia di un gruppo di amici, ragazzi negli anni 80, destinati a un futuro di minatori o saldatori o postini, che, invece, inaspettatamente riescono ad avere vite migliori grazie alla lettura. La lettura è la passione di James, detto Noodles, 18 anni e un grande senso di vuoto, quando la professoressa di inglese lo incoraggia a credere nella scintilla che promana da lui. Lo studio matto e disperato sarà la sua personale ribellione contro l’imperante capitalismo thatcheriano, che mostra il suo inganno dopo lo sciopero dei minatori, le ingiustizie e la perdita di senso che coincide con la fine della scuola, il futuro che impegna e la disoccupazione imperante in una Glasgow umida.

Il coraggio di James aiuterà anche il suo migliore amico, Tullius detto Tully, a lasciare il suo lavoro da operaio e a iscriversi alla scuola serale, prendere il diploma e cercare un posto da insegnante, contro le invettive del padre, fervente comunista ma arrabbiato e rabbioso con la gioventù sfacciata del figlio.

Insieme ad altri amici, chiedendo soldi in giro, lavoricchiando qua e là, i due mettono da parte i soldi per un concerto a Manchester, dove vedranno tutte le band inglesi più forti degli anni 80, dagli Smith, ai Ramones, arroganti e felici, come solo a 20 anni si può essere. In quel fine settimana di droghe e alcool e poco sonno, cementeranno il loro legame, giurandosi lealtà oltre ogni tempo.

Quasi trent’anni dopo Tully è un insegnante e James è uno scrittore, proprio come aveva sempre voluto, un romanziere noto oltre i confini della Gran Bretagna. I due si sono visti poco, ma la loro amicizia è rimasta intatta.

Tully ha un cancro in fase terminale, e chiede a James, se soffrirà troppo, di aiutarlo a morire con dignità, in una confortevole, luminosa e antisettica clinica Svizzera, un rifugio per chi non vuole accettare le umiliazioni del corpo e dell’anima.

James è combattuto, Tully ha ancora delle possibilità, delle speranze. Decide di sposare la compagna della vita, in fondo hanno solo poco più di 50 anni, un sacco di cose ancora da fare, in fondo il matrimonio è per la vita, si dicono, un modo per esorcizzare la morte. La moglie di Tully, Anna, non è d’accordo sul fine vita programmato, si aggrappa alla speranza, alla lucida impossibilità di un miracolo, priva di fede nel soprannaturale ma con la paura di chi non vuole perdere l’uomo che ama.

È un tiro alla fune, molto defatigante: James è lacerato, oppresso dal senso di colpa e dalla pressante richiesta di lealtà verso l’amico. Non vorrebbe sottarsi ma non vorrebbe andare fino in fondo, accettare la realtà di aver perso la giovinezza è già un duro colpo, non si può perdere anche il migliore amico, così di colpo.

La verità è che tutti viviamo come se non fossimo mai consapevoli di quanto siamo effimeri, destinati all’oblio. Siamo vivi e poi siamo morti, non c’è altro. Quello che sta in mezzo è la somma minuscola dei nostri gesti abbozzati, le nostre parole spesso abortite. E proprio mai apprezziamo i 20 anni se non molto dopo averli persi. La musica che ci tiene compagnia, i poeti che abbiamo amato che ci incoraggiano a ridere, e a bere in compagnia. Questo è il modo in cui James e Tully si difendono.

Un’elegia potente, un cammino verso l’accettazione della misericordia umana, il sorriso luminoso di Tully e dei suoi occhi verdi che saluta sul campo da calcio, sulle sue gambe, debole ma vigile. Questa è l’immagine che mi porto dentro, in un filo che attraversa le pagine e mi fa sentire vicina a queste persone, i nomi cambiati, certo, ma le loro paure e il loro fallibile coraggio sono reali. Esattamente come la mia mano che scrive.

Non c’è altro da dire, se non che dobbiamo vivere finché è possibile, amando il nostro quotidiano, ignorando la morte e la sua violenza, la perdita che ci trascina in un’altra dimensione.

Andai nel bagno degli uomini sul retro di un bar. E lì c’era Limbo, in un mondo crepuscolare di cisterne sibilanti e piastrelle rotte, una mano sul muro e una sigaretta accesa stretta tra le dita, Limbo, gli occhi chiusi e la testa all’indietro, che pisciava in una vasca di cubetti deodoranti canticchiando versi di una canzone degli Orange Juice con la luce che tremolava su un cubicolo.

– Presidente Lincoln, – dissi – va tutto bene?

Lui chinò il capo e si girò verso di me. “La gente non ha idea di quanto è faticoso essere il leader del mondo libero e il difensore dell’uguaglianza”, disse.

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