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Beatrice Monroy: “Noi siamo natura, siamo nel mezzo, non staccati, noi siamo e torniamo lì”

Beatrice Monroy ha scritto un romanzo basato sulle narrazioni, sulle storie. S’intitola Il posto della cenere (Arkadia 2022) e in effetti a leggerlo ci si ritrova immersi in un flusso in cui scorrono leggende, miti, apologhi religiosi, favole, storie di fantasmi, racconti di alchimie e cronache storiche. In un monastero che si staglia tra Italia e Francia e che ormai sembra diventato un luogo in cui ci si ritrova quasi semplicemente per raccontare storie, arriva una giovane scrittrice, che si ritrova coinvolta e affascinata dall’atmosfera del palazzo e dalle storie reali terribili che hanno segnato la vita di quella regione. Donne uccise, bruciate come streghe. Monaci che nascondono segreti tra le mura antiche. Reliquie di santi nascoste o fabbricate per i credenti più ingenui. Il tutto raccontato da Monroy attraverso una struttura narrativa che è composta di storie che lasciano il posto ad altre storie, fin dall’avvio, che comincia proprio con l’ascolto di un racconto, per caso, in una serata mondana. Letto il romanzo mi è venuta voglia di sentire l’autrice. Ed ecco l’intervista.


Tu sei una narratrice esperta, autrice per la radio, il teatro, il romanzo, che spazio occupa Il posto della cenere nella tua produzione?

Grazie del “narratrice esperta”, mi fa molto piacere, direi che Il posto della cenere ha un posto d’onore, perché come vedi in realtà la storia progredisce solo attraverso delle narrazioni, e sono le narrazioni, l’intrecciarsi di storie che costituiscono il plot narrativo. Ci ho impiegato molti anni a capire che era questo strano gioco che volevo.

L’inizio del romanzo sembra riecheggiare quella di alcuni classici del gotico e del fantastico, è solo un’impressione?

Sì, sì, in effetti il primo titolo era Una storia gotica, l’ambientazione, i luoghi, l’uso dei fantasmi nasce da una mia profonda passione per la letteratura gotica con cui condivido la ricerca dell’invisibile

Poi si nota il piacere di narrare, nella seconda parte ci sono molti racconti, quasi un Decameron, perché hai scelto questa struttura?

Sì, infatti è proprio il narrare vari racconti che permette il procedere della storia. Come narratrice (Io racconto da anni le storie delle opere liriche al Teatro Massimo di Palermo prima di ogni prima) ho imparato che la narrazione orale entra nell’ascoltatore e gli permette di vivere l’avventura (così come il romanzo se ben congegnato) e fare un passo avanti nella comprensione del proprio destino. Quando racconto io vedo gente piangere, emozionarsi, tossire, essere imbarazzata e magari sto raccontando una delle tante trame assurde del melodramma! Questa è la forza che volevo trasmettere, i personaggi del mio romanzo cambiano, ragionano, prendono delle decisioni perché vengono raccontate loro delle storie.

Il monastero che racconti lo hai frequentato davvero. Lì è nata la storia?

La storia in parte è nata lì. Davvero esiste sia la leggenda della reliquia, sia la storia terribile della vallata di fronte. Così in uno dei tanti soggiorni ho fatto alcune ricerche e poi è partita la storia, ed è reale JJ il grande narratore, era il direttore del centro, davvero un gran narratore.

Perché hai scelto di narrare di donne e stregoneria?

Perché credo sia un nodo fondamentale del nostro presente. In quanto donna credo di dovere restituire con la scrittura lo sguardo sul corpo delle donne impaurite, spaurite da secoli bui e il cui olocausto viene nascosto ancora come polvere sotto il tappeto.

Come mai hai scelto una scrittrice di rosa come voce narrante?

Perché volevo che fosse un personaggio con poco spessore, non un’intellettuale, una donna semplice che si trova in questo posto straordinario.

Le notizie storiche nel romanzo sono fondate oppure le hai immaginate?

Sono reali, la via del sale, i monaci, le donne della vallata di fronte sono tutte reali, è una vallata di una grande potenza evocativa che separa l’Italia dalla Francia

Nel tuo romanzo s’intrecciano il potere della magia, la superstizione, la fede… Che rapporto hai con le religioni?

Io vengo da una tradizione fortemente laica, i miei genitori erano due scienziati che giravano il mondo dietro le loro provette e noi figlie con loro ma mi hanno insegnato quello di cui adesso molti prendono coscienza: noi siamo natura, siamo nel mezzo, non staccati, noi siamo e torniamo lì. Questo mi dà una grande serenità, fare parte dell’Universo mi fa sentire a posto. Non ho bisogno di rituali, li rispetto ma io non ne ho bisogno. Sono siciliana e come tutti i siciliani ho vissuto in un mondo cattolicissimo ma io non me ne sento parte, per quasi tutta la vita ho praticato lo yoga e la meditazione ma in forma laica appunto per riconnettermi con Universi come le mie donne…. rispetto chi ha bisogno di rituali ma non fanno per me.

Il romanzo ha al suo centro le reliquie dei santi, vere o fabbricate per devozione, è un tema che ti affascina?

Moltissimo, sono questi pezzi di corpi a permettere il cammino delle mie donne. Per anni ho avuto proprio una mania, ho frugato nelle chiese, sono andata a vedere tutti i tesori delle cattedrali, ho fotografato e dipinto reliquie. Ora basta, il percorso è terminato ma mi rimane questa conoscenza di un pezzo di Universo.

Mentre scrivevi, hai pensato mai a quale emozione volevi suscitare nel lettore?

Sì, certo, come chiunque scriva, io vorrei che arrivasse la necessità di ritrovarsi e di essere se stesse o se stessi nella semplicità del mondo naturale quello che chiama e consola e dà serenità.

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