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Delectando atque monendo

Su Amore e morte di Moira Egan (Traduzione di Damiano Abeni), TLON – pagine 218, 16€


Agli sgoccioli del secolo scorso, esattamente gennaio 1999, ragionando su Alias a proposito di Da dove sto chiamando, corpus dei racconti di Raymond Carver ritradotti da Riccardo Duranti per minimumfax, cioè riportati alla loro formulazione originaria a dispetto del regime privativo imposto a suo tempo dall’editor Gordon Lish, rispondevo alla domanda indiretta dicendo che il luogo deputato era, nel caso del dolce Bear (Orso) Carver, il tinello (tra parlor e dinette) – cuore unico nelle case della classe media americana, della normal people, cioè della gente comune, che poi così ordinaria non è, cantata di recente da Sally Rooney.

Ci ho ripensato insistentemente inoltrandomi in Amore e morte, ultima raccolta di versi di Moira Egan, poetessa di Baltimora di stanza a Roma, edita da Tlon, e tradotta da Damiano Abeni, marito e epidemiologo (Mrs. Epidemiologist / La moglie dell’epidemiologo è uno dei componimenti suggestivi del libro).


Love&Death

Looking back, I presupposed love,

I suppose. At least, I felt a whiff of death

each time she left. She had a theory: that sex

was the only path to the truth. Philosophy,

religion, physics – the other,

traditional pursuits – had it all wrong. Only poetry

came close, but who can live on poetry?

Too sweet by far, though one can learn to love

it, to breathe, to eat like candy. Still, other

nutrients are necessary: death

comes from such monotony. (Her philosophy,

though sweetly spun, was never so refined as her sex.)

And it was, after all, the pure white sex

between us that drove me to poetry.

How else to express the brazen philosophy,

the teleology of flesh beyond love,

the ontology of sex that can lead to death?

And we’ve all heard stories of others

who’ve actually died from it: The other

becomes the self, the sex

that binds us, wrist and foot. The little death

claws at you throat, your cry like poetry:

an eerie diction I grew to love. “I’ll never read philosophy

again.” I embraced you, your strange philosophy,

and forsaking all others,

turned to tell you of my love.

Which you call merely sex,

Is there any solace in Poetry?

Just I longed for Death.

Or did I? You arrive like Death,

tricked out in black, and burn my philosophy

books. Pale lips still pouty with poetry,

you tell me, of course, that I wasn’t just another,

and I, of course, believe you: You left because the sex

felt so much it hurt almost like love.

When we last made love, you left another

scar. And philosophy feels like death to me,

and I can’t find any poetry in sex.

(Moira Egan)


Amore&Morte

Ripensandoci, presupponevo amore,

credo. Quantomeno sentivo un soffio di morte

ogni volta che lei se ne andava. La sua teoria: il sesso

è l’unica via verso la verità. Filosofia,

religione, fisica – gli altri

percorsi tradizionali – tutto sbagliato. Solo la poesia

ci andava vicino, ma chi riesce a vivere di poesia?

Troppo, troppo dolce, anche se si può imparare l’amore

per lei, e respirarla, mangiarla come un bon bon. Ma altre

sostanze nutrienti sono necessarie: la morte

scaturisce da questa monotonia. (La sua filosofia,

fine tessitura, mai raffinata quanto il suo fare sesso.)

Ed è stato, dopo tutto, il puro sesso

candido tra noi che mi ha spinto alla poesia.

Come spiegare altrimenti la sfrontata filosofia,

la teleologia della carne oltre l’amore,

l’ontologia del sesso che può portare a morte?

E le abbiamo sentite tutti le storie di altri

che davvero ne sono morti: l’altro

diventa il sé, il sesso

che ci lega, mani e piedi. La piccola morte

ti artiglia la gola, il tuo urlo è poesia:

misterioso tuo manifestarsi che ho imparato ad amare.

“Non leggerò mai più filosofia.”

Ti ho abbracciato, e anche la tua strana filosofia,

e, abbandonando tutte le altre

mi sono convertito e ti ho detto del mio amore.

Che tu chiami puramente sesso.

C’è conforto nella Poesia?

In quel momento bramavo Morte.

O no? Tu vieni come la Morte,

adorna di nero, e i miei libri di filosofia

li bruci. Pallide labbra ancora immusonite di poesia,

mi dici, certo, che io non ero solo un altro

tra i tanti e, certo, ti credevo: te ne sei andata perché il sesso

lo si sentiva tanto che faceva male quasi come l’amore.

L’ultima volta che abbiamo fatto l’amore hai lasciato un’altra

cicatrice. E la filosofia la sento simile alla morte,

e non riesco a trovare alcuna poesia nel sesso.

(Trad. Damiano Abeni)


Molti elementi significativi della poesia di Moira Egan emergono subito in questo componimento che dà il titolo alla raccolta e ne è il Proemio. Subito colpisce questo passaggio, direi pasoliniano:

She had a theory: that sex / was the only path to the truth: nell’azione poetica a tutto campo di PPP e nella sua vita totale e sfrenata, sappiamo quanto il sesso fosse sua via elettiva alla conoscenza. Qui c’è un ragionamento sul sesso e sull’amore, e una dialettica tra corpo e pensiero, tra carne e sensi, tra filosofia e poesia in rapporto alle cicatrici lasciate dalle relazioni, come anelli del tempo nei tronchi d’albero, cioè come tracce di un invisibile ma persistente cambiamento che non deriva dal pensiero o dalla astratta speculazione sull’esperienza ma dall’immersione nell’esperienza in sé. È anche però un assaggio del multiforme modellamento della versificazione che Moira Egan modula e plasma come per rendere visibile la propria mutevole postura compositiva, il proprio agile volteggiare versificando, e dovrò rinunciare qui a riportare alcune punte davvero acrobatiche presenti nel libro per la rigidità del mezzo che qui non permette di godere fino in fondo della agilità poematica e plastica della Egan.

La raccolta si sviluppa in numerose sezioni tematiche: PROEMIO / AMORE / MORTE / SESSO / FILOSOFIA / POESIA / ALTRO e presenta alcuni ingredienti genuinamente poetici, di carattere linguistico e retorico, ondeggiando tra il chiasmo e la sinestesia. Anzi quest’ultima è forse la traccia costante più robusta ad agire per tutta la raccolta in termini compositivi: non passa inosservata (bella litote!) la felice unione, l’intreccio sublime tra colori sapori e palpabilità, colti con sensibilità finissima e in piena adesione, del sentire come densa resa dell’agire e del pensare. Troviamo in aggiunta una linea femminile in cui, per osmosi acustica Saffo si lega allo zafferano, riemerge Orazio e con lui la poesia antica, giù fino all’Odissea ripercorsa attraverso una più autentica Penelope e accanto a lei una delle Sirene, e poi Circe, Scilla e Cariddi, e Nausicaa, e Euriclea – e la fine di questa sezione, Group Therapy for the Female Characters of The Odyssey, interna alla sezione POESIA, non è un punto fermo ma quel segno d’interpunzione che suggerisce apertura e comunica risultato: i due punti, appunto. Vi troviamo anche, esattamente nel Canto della Sirena, my song!, quella dark and smoky brew (pozione brumosa e buia, traduce Damiano Abeni) che è Lapsang Souchong, tè nero che ha le fragranze dei fumi e delle brume dei porti cinesi, cantato anni fa da Quentin Clewes.

[Apro qui una piccola parentesi di omaggio a questo apparente scrittore americano per rivelare che in realtà Quentin Clewes era il pen name scelto da Anna Paola Cancogni, figlia del formidabile Manlio, autrice di racconti e romanzi scritti sempre e solo in angloamericano, con ambientazione nel New England, e a sua volta traduttrice e editor: una ribelle indomita, solo in parte tradotta da sua zia Franca Cancogni, sorella del grande Manlio, che fu adattatrice di tanti romanzi e autori per la tv, tra cui il Rex Stout di Nero Wolfe.]


Siren.

I sing a song, dismembering, a charm

both dangerous and diligent. More harm

than good, my reputation – both my song:

a dark and smoky brew, Lapsang Souchong.

I softly croon and whisper [sex] a breath

of elemi that sounds and smells like death.

You’ve tied your stubborn captain to the mast.

You turn away, you warm the wax – Avast!

What if I said I only want your ear,

Your full attention, turned toward me, erect.

If you could just oblige I wouldn’t wreck

your ship, your self-esteem, your plans. To hear

it’s not the same – if you can’t learn to listen,

your bird-pecked skeleton and skull will glisten.

(Moira Egan)


Sirena.

Canto una canzone mentre smembro, ammaliante,

accurata e perigliosa. Da lestofante

più che da santa, la reputazione – ma my song!

pozione brumosa e buia, Lapsang Souchong.

Canto sommessa e sussurro un soffio [sesso]

di elemi che della morte ha il miasma e il suono stesso.

Avete legato il caparbio capitano all’albero maestro.

Non mi prestate attenzione, scaldate la cera. Il mio estro,

confesso, è che solo mi prestiate ascolto,

indivisa attenzione, a me rivolti, ben eretti.

Se foste compiacenti non vi sfonderei tra i flutti

la nave, l’autostima, i piani. Udire – non è molto

– se non riuscite ad imparare ad ascoltare

i vostri scheletri, i teschi spolpati, finiranno per brillare.

(Trad. Damiano Abeni)


Vorrei ora tirar giù una congrua messe di versi per dare anche solo minimamente idea a voi lettori di come il libro riesca a rendere visibile l’intreccio per esempio di amore e botanica o l’impetuosità della lingua della versificazione della scrittura come delicata e costante eco della sorgente erotica alle spalle della intelligenza sensibile e della intuizione intellettuale operanti in questa poesia, in cui la tenera intimità tra due replica la voracità reciproca del mito, riproduce le dinamiche del dominio che incantò per esempio Apollo, e lo prese sì forte della ninfa Dafne, ma rimette in scena anche la più dark love story della storia letteraria, la millenaria storia d’amore del conte Vlad.


Left-Handed Love Poem

I think you fell in love with me

the day I woke and solved the mystery

of that cabin in the Sierra Nevada

– altitude notwithstanding – it was

a Can Opener for the Left-Handed.

I got that coffee perking. At times

I’ve seen you struggle with my coffeemaker, scissors.

It isn’t fun and games: think of golf clubs, playing cards,

restringing your Ovation. And you’ll never know

the slow joy of a fountain pen.

In spite of nuns and spiral notebooks

you’ve learned well:  your hands speak the language

of your oppressor. (Though it’s a left-handed compliment

at best to praise your dexterity.) But when language

drops away, and the buttons are undone –

and your prejudiced zipper –

and we lie together, you on your right side,

me on my left – what a wondrous mirror. And the hand

most fluent – my right, your left – reaches out and over –

I you there, you me here

We are chiasmus, a perfect X od sex.

And I think I’d never be right

again if you left.

(Moira Egan)


Poesia d’amore mancina

Penso ti sia innamorato di me

il giorno che al risveglio ho svelato il mistero

della baita nella Sierra Nevada

– l’altitudine non c’entrava – era

un Apriscatole per Mancini.

Ho fatto venire su il caffè. A volte

Ti ho visto in difficoltà con la mia caffettiera, le forbici.

Non è uno scherzo: pensa alle mazze da golf, alle carte da gioco,

cambiare le corde alla tua Ovation. E non conoscerai mai

la gioia lenta della penna stilografica.

Nonostante le suore e i quaderni con la spirale

hai imparato bene: le tue mani parlano la lingua

dell’oppressore. (Anche se è un complimento da mano

sinistra, al più, lodare la tua destrezza.) ma quando la lingua

la si lascia alle spalle, e i bottoni sono slacciati –

come anche la tua cerniera piena di pregiudizi –

e ci sdraiamo insieme, tu sul fianco destro,

io sul sinistro – che specchio stupendo. E la mano

più espressiva – la mia destra, la tua sinistra – si protende, giù –

io verso te lì, tu verso me qui

Noi siamo un chiasmo, la perfetta X di sexus.

E penso che senza te non sarei più destra

in nulla, nella tua sinistra assenza.

(Trad. Damiano Abeni)

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Sapphics in Snow

Ice is melting, suddenly I can see through

long-fogged windows’ icily raggy patterns.

Outside snow is covering all the houses:

beautiful roundness.

Falling hours, gracefully fallen dancers,

snowflakes individual, so they tell us,

just as we are. What of the psyches merging

into the pile-up?

Sines of whiteness softening jagged angles.

Is it really part of our human nature

handling over that which we grasp so tightly,

self-definition?

Some days I would easily flow into you,

others I would freeze in the cold air choosing

lonely over losing my stubborn reasons.

I know the ice floes.

(Moira Egan)


Strofe saffiche nella neve

Il ghiaccio si scioglie, d’improvviso riesco a vedere

Oltre i gelidi stracci delle figure sulle finestre da tanto appannate.

Fuori la neve ricopre tutte le case:

splendida rotondità.

Ore che cadono, danzatrici cadute con grazia,

fiocchi di neve unici, così ci dicono,

proprio come noi. E che ne è delle psiche che si fondono

nell’accumularsi?

Seni di biancore che addolciscono angoli aspri.

È davvero parte della nostra natura umana

Tramandare ciò a cui tanto ci abbarbichiamo,

la definizione di sé?

Certi giorni potrei senza sforzo fluirti dentro,

certi altri potrei gelarmi nell’aria fredda scegliendo

di star sola piuttosto che rinunciare alle mie testarde ragioni.

Conosco le derive dei frammenti di banchisa.

(Trad. Damiano Abeni)

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To My Muse, upon Her Return

O Muse,

sweet red jazz juice,

featherboa attitude,

where have you been?

A mystery to me,

your sporadic telegraphy

and how to please

Thee. Now, down on my knees,

most supple supplication, I offer you the keys

to my place. Tell me, what do I do to entice

you to stay and play nice?

In my house I keep no ice:

I tend to fire,

blue sparks along coiled electric wires

and the slow smoke incense of desire.

Is that it? Like love, it’s only chemical?

A perfect fit of molecules

one into the other, sweetly nestled?

Big hands in the small of my back,

a kiss so luscious the room turns black

and the ticking of the clock

for a moment stills.

You come, and go, regardless of will.

Tears, libations, heart, what shall I spill

to keep you here with me?

you who make love in normal people,

and in me poetry.

(Moira Egan)


Alla mia Musa, in occasione del suo ritorno

O Musa,

dolce rosso jazz-juice,

posa da boa di struzzo;

dove sei stata?

Un mistero per me,

la tua sporadica telegrafia

e come compiacerti.

Ora, caduta in ginocchio,

la supplica più duttile. Ti offro le chiavi

di casa mia. Dimmi, che posso fare

per allettarti a restare e fare la brava?

Nell’appartamento non tengo ghiaccio,

io tendo e attendo al fuoco:

scintille blu lungo le spirali dei fili elettrici

e il fumo lento, incenso del desiderio.

Tutto qui? Come l’amore, soltanto chimica?

L’incastro perfetto di molecole

l’una nelle altre, dolcemente accoccolate?

Mani grandi, sulle mie reni,

un bacio così lussurioso che la stanza si fa nera

e il ticchettare della pendola

per un attimo si ferma.

Tu vieni e vai, senza riguardo per la mia volontà.

Lacrima, libagioni, cuore, cosa verserò

per tenerti qui con me?

Tu che fai l’amore con la gente normale,

e in me poesia.

(Trad. Damiano Abeni)

_________________

Mrs Epidemiologist

Where we

don’t kiss

don’t mix spit;

only rarely now in anger

do I hiss

(cat claws, complaints unless):

our little house.

Sun shines outside, bliss.

And outside you persist.

Oh, stay away from us

(please)

little virus.

(Moira Egan)


La moglie dell’epidemiologo

E qui

non ci si bacia,

non si mischia saliva,

solo di rado adesso in ira

un sibilo si rilascia

(artigli felini, inutile ambascia):

la nostra piccola casa.

Fuori splende il sole, ci fascia.

E fuori tu persisti,

O, stacci lontano

(per favore)

virus arcano.

(Trad. Damiano Abeni)


Dopo questa piccola galoppata, proviamo anche a trarre qualche ulteriore somma.

Da dove sta poetando Moira Egan? Da un luogo poetico dove sensi pensiero esperienza e intimità si saldano in una lettura letteraria del sé e della sfera della propria azione nel mondo che includa pure l’incontro e lo scambio come funzioni naturali e strumenti dell’intuizione a diverse altezze scalari – senza che questa esplorazione a più livelli diventi un esercizio astratto, una ginnastica intellettuale fine a sé stessa. Si fa invece un respiro spontaneo e vitale in cui fisiologicamente riesca a fondersi l’esperienza diretta o vicaria, quotidiana e storicizzata oppure sapienziale – senza che la sapienza poetica e l’uso atletico di forme diverse e compiute della versificazione siano mai raffinate al punto da diventare raggelanti. Al contrario, c’è affetto e amore, calore e intimità in questa poesia. E la traduzione di Damiano Abeni è estremamente ispirata e affettuosa, sapiente a sua volta ed efficace, sempre con una punta di ironia e aderenza idiomatica che ben rende il tessuto compositivo genuino. Questa è la terza raccolta bilingue di Moira Egan che già in raccolte precedenti ha esplorato la vita attraverso gli strumenti sensoriali e ha restituito la stratificazione delle sollecitazioni ai sensi e della nostra intricata percezione non solo esterna, come continuamente Moira Egan certifica, diciamo così, nelle proprie opere, fin dal titolo (Botanica Arcana – Strange Botany, Italic Pequod 2014 / Synaesthesium, Encounter Books 2017 / Olfactorium, Pequod 2018 / Hot Flash Sonnets, Passager Books 2013) ma, come troviamo in questa sua recente raccolta, anche nella cosiddetta propriocezione o sensibilità interna, percezione degli organi. Dunque, la fisicità come sorgente e laboratorio. Come documento anzi tracciamento. In quanto poeta, Moira Egan pone sé stessa come radar che intercetta e tiene insieme il resto del creato, comunque percepito, che si tratti di percezione interna o esterna, emotiva, culturale, razionale o fisica. Come per riportare tutto a casa, in più dilettando e istruendo, come capita di leggere in Bois d’Ombrie, dedicata a Seamus Heaney, il poeta irlandese, premio Nobel 1995, di cui sono riportate le parole: both delicious and medicinal. […] Like poetry a wee bit, no? Delighting and instructing. Per la cronaca, Moira Egan è americana di ascendenza irlandese cattolica.

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