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“Stanotte sono un’altra” di Chelsea Hodson (Pidgin)

Questo libro è un incanto, lo inizi e diventi amica della protagonista, del suo modo sghembo di guardare il mondo. Innanzitutto, è un libro che sfugge a ogni definizione, non è soltanto un saggio o un memoir o una serie di riflessioni poetiche sulla sua vita, sull’arte, sulla scrittura sull’amore e gli amanti, le gelosie tra ragazze, e le confidenze. Si può aprire a ogni pagina, a caso, per capriccio o diletto, e trovare una frase, una descrizione che sottolinea come ti senti tu, da lettrice. E poi quella frase ti accompagna, ti segue, e ti fa sentire parte del caos in senso inclusivo.

Non c’è nessuna sbavatura nella prosa intima, delicata della Hodson, anche quando racconta di emozioni forti, come uno stupro subito o l’attesa incantata davanti alla performance di Marina Abramovic al MOMA: Marina diventa l’oggetto dello sguardo e del desiderio altrui. Lei, Chelsea, voleva sedersi accanto all’artista, in un vestito blu e piangere tutte le sue lacrime di empatia verso il senso di solitudine che si prova nella consapevolezza di stare al mondo. Non ci riesce perché la fila è sempre troppo lunga, alcuni stanno ore a guardare la performance, e poi il museo chiude. Una perfetta metafora delle attese che poi diventano ricordi o possibilità irrealizzate.

Chelsea è pronta a lasciarsi ferire, gioca alla roulette russa con i coltelli, non ha mai abbastanza soldi da vivere senza preoccupazioni, non è mai troppo povera da non avere un rifugio, eppure lei si sente transitoria, a volte una spettatrice della sua stessa vita, un angolo di stanza esposta a sud, uno specchio, un pezzo di una favola, una storia lasciata a metà, un pezzo di torta sbocconcellato e non finito, le briciole che attirano insetti, un coltello pronto a colpire. La quotidianità esplorata e narrata è la riga di poesia alla fine di una giornata faticosa, passata sui mezzi pubblici, alla ricerca di un sussidio o di un impiego poco retribuito. Il sogno americano che per lei e per almeno due intere generazioni di giovani statunitensi è ormai diventata una formula priva di magia. Chelsea scrive per non abbandonarsi all’oblio, alla tentazione di dissolversi, mai troppo dentro la vita e mai abbastanza fuori. La scrittura è una fatica che la tiene ancorata a terra, anche quando e soprattutto quando sente il giudizio pesante della madre, o di chi avrebbe dovuto amarla e non o fa, dandole in cambio la libertà della scrittura, senza il timore di ferire ex o fidanzati in carica. L’ambivalenza una costante, la mutevolezza un pregio. Un corpo è anche un atto politico, il modo in cui il corpo fa crescere sé stesso, lo spazio che occupa e il tempo che abita ci dice quello che abbiamo bisogno di sapere di noi e degli altri. La bellezza del fluire, mobili, disposti ad accettare le contraddizioni, fino a esserne sommersi. Questo il regalo di Chelsea per ogni lettore.

Come faccio a fidarmi del vero amore, se non riesco mai realmente a toccarlo? Posso toccare un corpo, un uomo, un viso, riesco persino a sentire un cuore che batte-quali altri segni di vita ci sono? Ma la corporeità non è amore. Dei lividi su una scapola, un corpo sul mio corpo, uno stipendio, una lettera d’amore: tutte innocenti manifestazioni di un disturbo della fame. Muoio di fame finché non riesco più. Amo fino alla morte.

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