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Rapsodia nel vento

Questo brano è tratto da un romanzo in scrittura a cui Giancarlo Falleti sta lavorando durante il percorso “Diventa uno scrittore”.

Ho dato un nome diverso alla mia morte.

Glioblastoma faceva spavento, puzzava di medicine e urlava di dolore in un letto sfatto e codardo.

Schianto è tutta un’altra cosa, odora di carne bruciata e crepita di fiamme, è gloria e scacco matto alla paura.

Adesso, in questo silenzio nuovo, caracollo nel vento. Ondeggio e salgo dal mio vecchio corpo ardente, mi arrotolo e srotolo in spirali nell’aria della notte.

Restano laggiù ogni piccola e grande emozione, i profumi della vita, l’orgoglio, la rabbia, il tempo irrequieto.

Una favilla gialla schizza velocissima e mi attraversa: io bambino, la mano di mia madre, morbida sotto i guanti di lana, e quella di mio padre, ruvida e calda, la cima del Terminillo con l’ultima neve, e il sole, non sento le parole, non ci sono sensazioni, ridiamo. Un’altra favilla, rossa stavolta: la donna va via, si volta e mi guarda, piange scostandosi i capelli dal viso. Ora una fontana di fiammelle sprizza dal basso e squarcia la notte in mille colori: il nonno che mi abbraccia, il primo giorno di scuola, quel tuffo nel mare mosso, la luce lunare sul mio letto, un berretto marrone con i copriorecchie, i libri che leggeva papà, la gonna di mamma, una stufa che scalda la cucina.

E poi, tre lampi blu: i volti di Flavia, di Stefano e il mio.

Salgo ancora, il vento mi assottiglia e mi trascina lontano. Mi stacco, infine, da quello che resta. Svanisco nell’infinito.

Nella carlinga sventrata del Pilatus, il mio cadavere riverso tra i rottami punta le orbite già vuote verso il cielo. Non vede la colonna nera che si leva nel cielo, non vede il fuoco che lo consuma e divora l’aeroplano. Non vede, neanche, la mia vita disperdersi in una voluta di vapore e di scintille.

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