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PASOLINI Poeta totale e senza eredi

Siamo in giorni di guerra. La guerra lontana è vicinissima, la sua gittata per armamenti e sfollamenti di profughi è lunga e ampia, le sue conseguenze economiche e umanitarie si stanno allungando sulla geografia d’Europa come un cielo nero. Il mercato che si è mangiato tutto e ci governa coi consumi è il mostro esploso che Pasolini aveva intravisto e vaticinato come una tollerata Cassandra. Il colmo è che in questi giorni, sobillati dai social media, emissari del metaverso, abbiamo ripetuto a pappagallo che il 5 marzo 2022 Pasolini (nato nel 1922) avrebbe compiuto 100 anni, mentre sappiamo bene che è morto a metà strada, a 53 anni, nel 1975, all’alba del 2 novembre. L’uccisione del poeta-polemista, che nella sua ferocia, ha avuto l’intento di cancellare il volto e il corpo di Pasolini e di infangarlo contestualizzandolo nel quadro degli incontri con i ragazzi di vita, ha ottenuto l’effetto contrario: Pasolini, molto presente in vita, col corpo e col volto, ancora oggi è più che mai vivo, letto, seguito, discusso, amato. Pasolini è stato poeta totale, anche nel cinema, negli scritti polemici, anche nei primi romanzi da cui ottenne rilevanza come scrittore, anche nell’ultimo film, Salò, allegoria della decomposizione, come nell’ultimo romanzo, incompiuto, Petrolio. E non ha lasciato eredi.

Io sono una forza del Passato.

Solo nella tradizione è il mio amore.

Vengo dai ruderi, dalle chiese,

dalle pale d’altare, dai borghi

abbandonati sugli Appennini o le Prealpi,

dove sono vissuti i fratelli.

Giro per la Tuscolana come un pazzo,

per l’Appia come un cane senza padrone.

O guardo i crepuscoli, le mattine

su Roma, sulla Ciociaria, sul mondo,

come i primi atti della Dopostoria,

cui io assisto, per privilegio d’anagrafe,

dall’orlo estremo di qualche età

sepolta. Mostruoso è chi è nato

dalle viscere di una donna morta.

E io, feto adulto, mi aggiro

più moderno di ogni moderno

a cercare fratelli che non sono più

da Poesia in forma di rosa (Via Pasolini, video su YouTube se volete riascoltarne la voce struggente)

Succedono a volte fatti singolari. Sulla lunga distanza ho collezionato libri di e su Pier Paolo Pasolini e intanto lui stesso, sotto varie forme tranne l’unica divenutagli impossibile, col corpo, ha cominciato a venirmi incontro. Non sono una che creda alle ombre e agli esoterismi PERÒ quando nel 1990 sono tornata a Roma e mi ci sono installata, nella casa dove poi sono restata 15 anni, la prima sera, chiudo la porta della mia stanza-studio, e cosa ci trovo, appeso dietro, con una puntina? Un ritaglio di giornale. IO SO: l’articolo forse più famoso di Pasolini, in cui il poeta, con due risorse proprie della poesia, il catalogo e l’anafora, denuncia senza prove, dunque dichiara a proprio rischio e pericolo, di conoscere i nomi di mandanti ed esecutori dei turpi atti che nel tempo hanno insanguinato il nostro Paese:

IO SO perché sono un intellettuale, uno scrittore, che cerca di seguire tutto ciò

che succede, di conoscere tutto ciò che se ne scrive, di immaginare tutto ciò che

non si sa o che si tace; che coordina fatti anche lontani, che mette insieme i pezzi

disorganizzati e frammentari di un intero coerente quadro politico, che ristabilisce

la logica là dove sembrano regnare l’arbitrarietà, la follia e il mistero.  PPP – 1974.

Non sfugge la terza risorsa, questa attinente di più alla composizione in prosa: la concinnitas, abile conduzione del discorso simmetrica e perfettamente equilibrata. Chi di noi ascoltando il poeta nelle interviste e negli interventi, nei dibattiti in televisione contro la televisione, non ha notato come Pasolini parlasse come se stesse scrivendo, come se il testo fosse non solo detto ma prima ancora concertato nel pensiero, dietro la fronte spaziosa, nella mente? Ma su questo torneremo dopo, dopo cioè aver fatto maturare una serie di prove che naturaliter ci lascino dedurre la logica conclusione.

Nel 1990/91, seguendo il corso di scrittura targato Cooperativa Controluce, tenuto da Sandro Veronesi e Edoardo Albinati (corso inaugurato due anni prima da Vincenzo Cerami), ascolto i racconti di Veronesi che per un lungo periodo, pochi anni prima, appena approdato a Roma da Prato, ha avuto ospitalità proprio da Cerami, suo mentore di scrittura, nella prima casa romana in centro dove Pasolini ebbe una stanza presso uno zio: lì Veronesi ha persino scritto il primo romanzo usando la Olivetti del poeta. Straordinario sentirlo raccontare delle notti insonni passate a leggere tutte le carte e i libri con le dediche (memorabile una dedica di Gadda, l’ingegner Carlo Emilio). In seguito, ho conosciuto anche Vincenzo Cerami, sposato in seconde nozze con la cugina di Pasolini, Graziella Chiarcossi. A seguire ho conosciuto alcuni componenti dell’Accademia degli Scrausi, tutti allievi dell’italianista Luca Serianni: tra loro Francesca Serafini e Giordano Meacci, sceneggiatori.

LE CENERI DI GRAMSCI – Il canto popolare

Improvviso il mille novecento

cinquanta due passa sull’Italia:

solo il popolo ne ha un sentimento

vero: mai tolto al tempo, non l’abbaglia

la modernità, benché sempre il più

moderno sia esso, il popolo, spanto

in borghi, in rioni, con gioventù

sempre nuove – nuove al vecchio canto –

a ripetere ingenuo quello che fu.

Giordano ha scritto un libro di ricostruzione e testimonianza su Pier Paolo Pasolini che prende il titolo da un suo verso, Improvviso il Novecento. E lì ho letto tra i mille altri splendori come Vincenzo Cerami, nato di 2 novembre, si sia imbattuto fin da bambino in Pier Paolo Pasolini, allora giovane professore di Lettere, supplente a Ciampino, dove da Roma arrivava con tre ore di viaggio, in una piccola scuola media privata, frequentata dal dodicenne Cerami. Il piccolo Vincenzo, che portava il nome del fratellino morto, per cui a ogni suo compleanno, il 2 novembre, giorno dei morti, i genitori lo portavano a visitare la tomba del suo omonimo, quando conosce Pasolini è ammutolito e ripetente – una brutta malattia esantematica, forse difterite, l’anno prima lo ha fiaccato e lasciato lungamente a casa, per cui non ha passato l’anno. In più si è chiuso in un mutismo di timidezza e terrore. Cambia classe, cambia compagni, cambia professori. Il nuovo docente di Lettere lo nota subito ed escogita un metodo per tirarlo fuori dal guscio: dà un tema a tutta la classe, e lì il piccolo Vincenzo si apre e dà pure prova di avere qualche inclinazione al racconto. Il piccolo Vincenzo non è più rimproverato per essere muto ma viene compreso e coinvolto dolcemente nelle attività della classe. E poi sappiamo che Pasolini amava giocare a calcio in partitelle amichevoli e indiavolate con i suoi allievi. Ma Cerami non poteva giocare, non aveva il fisico. Pasolini lo stana guadagnandolo alla causa di una sana socialità, e della letteratura e scrittura, e qualche anno dopo, ancora giovanissimo, l’adolescente Cerami, studente alle superiori, diventa aiuto-regista di Pasolini cineasta: in Comizi d’amore, Uccellacci e uccellini e l’episodio Le streghe in La terra vista dalla Luna. Cerami ha raccontato che il suo ruolo era impegnativo e bellissimo: ogni sera, dopo tutto il girato del giorno, lui doveva trascrivere tutto ciò che era stato fatto e modificare il copione, gli ci volevano ore di scrittura. Inutile dire che fu una grande scuola, da cui in primis imparò sul campo il mestiere di sceneggiatore. Lo imparò da Pasolini, sceneggiatore dai primi anni Cinquanta (nei primi film scritti non firmava). Vincenzo Cerami gli fu molto vicino dalla prima adolescenza e finì per sposare la cugina del poeta, Graziella Chiarcossi: quando il poeta morì, atteso pochi giorni dopo al congresso del Partito Radicale, fu proprio Cerami a andare al posto suo a leggere il discorso che Pasolini teneva sulla scrivania già pronto. Erano gli anni in cui il Partito Radicale lottava per il divorzio e per l’aborto. Sull’aborto Pasolini dissentiva e del resto spesso aveva dichiarato di avere grande ammirazione per i radicali, quattro gatti, diceva, capaci di grande passione civile come il “suo” partito di riferimento non riusciva a fare, essendosi già paludato nella sua onusta architettura ecclesiale.

Più o meno nello stesso giro di anni, attraverso Antonio Pascale, Francesco Piccolo e Silvia Tessitore, io e il mio amico Pietro Pedace abbiamo conosciuto gli editori di minimumfax, che erano proprio ai loro inizi (1994) e hanno cominciato con nemmeno una rivista ma una rivista letteraria formato fax, da cui il nome, e poi hanno esordito coi primi titoli e autori tra i quali Attilio Del Giudice: erano tutti di Caserta e Napoli, migrati a Roma. E qui si apre un racconto favoloso: Attilio Del Giudice, psicologo del lavoro e pittore/film-maker, aveva incrociato Pasolini nel 1964 alla Feltrinelli di Via del Babuino (Campo Marzio) dove Attilio esponeva in una mostra di pittori dell’avanguardia. Pasolini apprezzò molto una sua serigrafia, NOUS (nùs), cioè mente, ragione, al punto che volle sostituirla all’immagine sacra sopra il letto nella camera padronale nel film Teorema del 1968 (Pasolini scrisse per primo il film e solo dopo, anzi durante la lavorazione del film, compose il romanzo come fedele trascrizione della pellicola – e questo dimostra, se ce ne fosse bisogno, che Pier Paolo Pasolini incessantemente componeva testi e aveva una inclinazione a trasformare il pensiero in parola poetica, a enunciare testi poetici di varia destinazione, che è lo scopo di questo mio scritto, ciò che voglio dimostrare). E poi Attilio andò sul set del Decameron, primo film della Trilogia della vita, nella sua CasertaVecchia.

Via via ho sempre tenuto il filo del mio pedinamento nei confronti del poeta. Scoprendo ad esempio che nei suoi versi c’è tutta una geografia antropologica che include anche la mia Ciociaria. Scoprendo che, a pagina 288 della prima edizione Garzanti di Una vita violenta, Tommaso si aggira sulla Casilina tra i depositi delle corriere Zeppieri (ditta con sedi a Frosinone e a Cassino, e terminal romano al Castro Pretorio: da che sono al mondo conosco uno dei proprietari e la sua famiglia, Augusta sua figlia è la mia migliore amica). Scoprendo che sempre in Le ceneri di Gramsci c’è un poemetto che si intitola Terra di Lavoro (ancora la mia terra per molta parte della storia di Cassino, la mia città).

LE CENERI DI GRAMSCI – Appennino

IV

Sotto le palpebre chiuse ride

tra i pidocchi il mammoccio di Cassino

comprato ai genitori; per le rive

furenti dell’Aniene, un assassino

e una puttana lo nutrono, nelle

coloniali notti in cui Ciampino

abbagliato sotto sbiadite stelle

vibra di aeroplani di regnanti,

e per i lungoteveri che sentinelle

del sesso battono in spossanti

attese intorno a terree latrine,

da San Paolo, a San Giovanni, ai canti

più caldi di Roma, si sentono supine

suonare le ore del mille

novecento cinquantuno, e s’incrina

la quiete, tra i tuguri e le basiliche.

Scoprendo che nella stessa raccolta il poeta si aggira per Monteverde Vecchio.

LE CENERI DI GRAMSCI – Récit [1956]

Com’era nuovo nel sole Monteverde vecchio!

Con la mano, ferito, mi facevo specchio

per guardare intorno viali e strade in salita

vivi di gente nuova nella vecchia vita.

Giunsi nella piazza, accaldato e tremante,

ché gelo e sole insieme il quartiere accecante

sbiancavano con muta ed estasiata noia.

Ricco era il quartiere, ma popolana gioia

ne invadeva interrati ed attici con voci

vaghe ma violente, canti lieti e feroci

di garzoni, di serve e d’operai perduti

su bianche impalcature, tra bianchi rifiuti.

Come non sentire, con la vita il cuore

esser diverso e uno, essere gelo e sole?

Come non sentire ch’è pura gratitudine

per il mondo anche l’essere umiliati e nudi?

Mi aspettava nel sole della vuota piazzetta

l’amico, come incerto… Ah che cieca fretta

nei miei passi, che cieca la mia corsa leggera.

Il lume del mattino fu lume della sera:

subito me ne avvidi. Era troppo vivo

il marron dei suoi occhi, falsamente giulivo….

Mi disse ansioso e mite la notizia.

ma fu più umana, Attilio, l’umana ingiustizia

se prima di ferirmi è passata per te,

e il primo moto di dolore che

fece sera del giorno, fu pel tuo dolore.

Intanto nulla era mutato sotto il fresco sole.

Anzi, l’indomani quieto del mezzogiorno

pareva eternare ogni cosa all’intorno.

Rifui solo: seguii con l’occhio l’auto

sparire con lui, nell’aria che ogni smalto

aveva perso ed era aria, soltanto aria,

l’aria in cui si vive, ignorati ed amari,

ogni giorno, mangiando silenziosi la vita,

sia ripugnante o dolce, lieta o nemica.

Com’era estraneo ora, ogni allegro grido,

per chi, ora, andava lungo un diverso lido.

Il guizzo di rossore che al sole occhieggiava

da una maglia o uno straccio per la sperduta strada,

era sangue colante dal petto ferito

d’un ignaro animale, stanato, inseguito…

Ché intanto il più recente giorno del creato

dotava il quartiere dolcemente gelato

di un sole mattutino ridestato dal fondo

dei più antichi giorni che dorarono il mondo.

Come portando sole la carretta spingeva

l’erbivendolo greve sopra il fango lieve;

radendolo il garzone, con un fischio d’amore

s’alzava sui pedali, cantava: Anema e core…

Tutto Monteverde tremava di martelli

da assolati cantieri ad assolati sterri.

Ma era solo un fervore di gente umiliata:

era solo la pace che una città occupata

spande nella sua luce come un tempo pura,

rassegnata a esser vinta, a brulicare oscura.

Meridionali voci, risa di vecchia gente

hanno allora un clamore che la storia non sente:

dove guizza più vivo uno straccio, uno sguardo

lì più morta al sole la natura riarde.

Ed ecco la mia casa, nella luce marina

di via Fonteiana in cuore alla mattina:

la mia tana, indifesa, cieca di speranza,

dove bruciare l’ultima remora che mi avanza.

Entro e mi rinchiudo, muto e spento come

un impiccato solo col suo corpo e il suo nome.

E con quanta dolcezza nella mia stanza cola

l’olio dardeggiante dello svenato sole!

Ah, lo so che le cagne, con il loro latrato,

ridestano ignare il Dio dimenticato:

sento come sono, ricordo come fui,

visto dallo sguardo improvviso di Lui.

Ma anche all’uomo più ingenuo dal petto ferito

il sangue si annera, anche all’uomo più mite

nello stupito occhio si annera il dolore.

Più fu un tempo tenero, più s’indurisce il cuore.

E conosce i geli, le indifferenze, i muti

e scorati disgusti di chi ormai si rifiuti

a vibrare ancora, e sotto essi celi

la sperduta violenza dei suoi affetti veri.

E a dare, egli innocente, ai colpevoli scandalo,

china muto lo sguardo, o ragiona tremando

– il duro disprezzo e lo spaurito riso

Confondendo nel vecchio ed infantile viso –

rozzo e cavilloso, sgraziato e squisito.

E, se questo è orgoglio, per questo è punito.

Sconta in esperienze disperate ed oscure

l’inesperienza chi in essa resta impuro.

O sole che inondi d’un pasquale albore

la mia povera stanza, e mi bruci sul cuore,

nella tiepida onda con cui piovi dal cielo

fai qui dentro spirare fatto puro e leggero

l’urlo delle cagne, che strozzate e stolte

promettono disprezzo, disperazione e morte…

Ma perché costringermi ad odiare, io

che quasi grato al mondo per il mio male, il mio

essere diverso – e per questo odiato –

pure non so che amare, fedele e accorato?

Non sono ancora vivi e presenti uomini

che sono per vent’anni vissuti di passioni

soffocate in petto perché nemiche al mondo,

brucianti perché estranee a ogni triste e giocondo

atto della nazione, a ogni pena o festa

che più è ignara, più, per l’escluso, è onesta?

Uomini vissuti per vent’anni col cuore

così fecondo, arso da infecondo rancore?

Ecco lì, dietro il lume fragrante del sole

tra sterri e impalcature, l’oleato fulgore

d’una periferia nuda come un inferno,

un fiume di terrazze contro lo sfatto schermo

dell’agro nella cui vampa diffusa fiata

tra le gru la Permolio la vampa ranciata;

e infossa il divorato vallo la Ferro-Beton

tra frane di tuguri, qualche marcio frutteto,

e file di cantieri già vecchi nel mattino.

Quasi allegri, è vero, con il loro destino

per vie calde d’asfalto, contro baracche e prati,

garzoni, operai, serve, disoccupati

brulicano al più recente giorno del creato

che dora il quartiere dolcemente gelato

di un sole mattutino ridestato dal fondo

dei più antichi giorni che dorarono il mondo…

e, però, lo so bene!, se smaniano angosciosi

i latrati in quel sole, tra i rioni festosi,

e minacciano morte, sordidamente ossessi

contro chi tradisce perché è diverso, essi,

nell’aria troppo dolce, nell’umana innocenza

non sono che i messi della mia coscienza.

Due doni ha fatto Pasolini alla poesia: dopo aver amato e coltivato gli ermetici, Ungaretti su tutti, si ricollega ai suoi esordi di poeta dialettale nel friulano-veneto di qua dal Tagliamento, il dialetto di sua madre Susanna, maestra elementare, che lo iniziò alla poesia (non solo a leggerla ma soprattutto a scriverla, a sette anni, alle elementari), e quando Pasolini ventenne comincerà a pubblicare poesia (Poesie a Casarsa, nel ’42, in piena guerra, presso Mario Landi, tipografo antiquario reso editore, con l’approvazione dei suoi sodali, Francesco Leonetti, Roberto Roversi e Luciano Serra), oltre a usare la lingua dialettale delle sue povere vacanze estive trascorse appunto a Casarsa, tirerà fuori questo suo IO POETICO, il poeta osservatore, critico, narratore, un IO LIRICO di forte tempra che nello stesso momento (ecco il suo secondo significativo contributo), agisce da cronista in versi, si muove da reporter lirico.

Una forza linguistica e compositiva senza pari, che potremmo far risalire a Walt Whitman, il padre della poesia in free verse in cui versificazione e andamento prosastico si coniugano in osmosi, e che quasi negli stessi anni della sua esplosione, nei Cinquanta, in cui pubblica Ragazzi di vita e Una vita Violenta, i due romanzi che gli danno valore e successo, furono espressi dalla Beat Generation, da L’urlo di Allen Ginsberg per esempio. Ma Pasolini ci è arrivato prima, già all’inizio degli anni Quaranta. È lui stesso a dirlo in Poeta delle ceneri: dichiara di amare Ginsberg in cui dice di potersi finalmente specchiare come in un poeta-fratello. In Empirismo Eretico addirittura Pasolini scrive:

In una mattinata dell’estate del ’41 io stavo sul poggiolo esterno di legno della

casa di mia madre. Il sole dolce e forte del Friuli batteva su tutto quel caro

materiale rustico. Sulla mia testa di beatnik degli anni Quaranta, diciottenne…

Pasolini si definisce beatnik ante litteram, e, come testimonierà suo cugino Nico Naldini, quelli erano gli anni della rustica bohème del poeta in erba e dello scartafaccio, cioè il fascio di fogli di versi da cui il poeta giovanissimo non si separava mai.

Proprio nei primi versi di Poeta delle Ceneri, Pasolini fa il nome, caro, di Arthur Rimbaud, ed è in lui che egli più si riconosce, e scorge il suo vero antecedente.

È necessario a questo punto registrare un cambiamento sulla linea della lingua dialettale letteraria adottata da Pasolini: il passaggio dal mondo rurale friulano che appunto parlava il friulano-veneto di cà da l’aga (il Tagliamento, appunto) messo in piedi in Poesie a Casarsa al mondo sottoproletario dei piccoli borghesi, parlante i dialetti impuri, la parlata centrale, delle borgate romane, nei romanzi Ragazzi di vita e Una vita violenta i quali sono a tutti gli effetti poemi in prosa in cui, a dispetto della piega tragica degli epiloghi, prevale una ironia e anche un’irriverenza tutte popolari, boccacciane, e proprio la musica della nuova pluri-lingua dialettale adottata come strumento prevalente nei sapidi dialoghi dà valore poetico al dettato.

Ma è stato poeta, Pier Paolo Pasolini, anche nel suo cinema da regista, da cineasta in apparenza di matrice neorealista, ma profondamente, soprattutto, di indagine antropologica. Il suo primo film, Accattone, del 1961, riprende la narrazione del sottoproletariato già raccontato nei due romanzi. La poeticità sta in un motivo dopotutto manzoniano: il protagonista appartiene agli umili, come loro escluso dalla Storia – questo è il loro inferno, sociale ma ancor più antropologico, l’esclusione dalla possibilità di agire la Storia invece di subirla. È un motivo, questo, dopotutto, di santità, legato alla innocenza di fondo di queste creature, agli occhi del poeta. Sono umili e sono popolo. Accattone e Mamma Roma lo documentano. Ciò conferisce loro, agli occhi di Pasolini, un’aura di santità che li riscatta e permette al poeta di comprenderli anche in senso letterale, cioè tenerli in un abbraccio ideale di sodalità umana contro il potere.

Ciò è talmente vero che questa loro innocenza-santità è esplorata da Pasolini anche in film come Il Vangelo secondo Matteo e l’episodio La Ricotta in RoGoPaG. Ma, come ci avverte, in una sua lunga testimonianza su Pasolini visibile in rete, Vincenzo Cerami, il crollo di ogni fede nel popolo e nella sua innocenza Pasolini la ebbe quando colse che il popolo si era lasciato trasformare in massa dalla pressione politica, sociale e mediatica. Questa docilità a cedere alle lusinghe del potere fece cadere il sentimento di adesione alle ragioni degli umili, che ai suoi occhi anelavano a passare dall’altra parte, a mettersi dallo stesso lato del potere senza conquistarlo, in realtà, dunque piuttosto illusoriamente. Questo è in sostanza il contenuto di Salò, o le 120 giornate di Sodoma, un film inguardabile, in cui la ferocia delle immagini che includono sevizie, conculcazione di volontà deboli, torture, violenze e violazioni, fisiche e morali, addirittura la coprofagia se non la coprofilia, sono esattamente la risorsa retorica dunque lo spietato linguaggio poetico di un’opera impossibile. In mezzo ci sono molti film, Comizi d’amore, docufilm-inchiesta sulla sessualità degli Italiani, Teorema in cui la religiosità e la vita borghese sono palleggiate tra la santità di una contadina a cui Dio si è manifestato e un angelo che ha tutte le caratteristiche del diavolo tentatore, Medea e Edipo Re che mettono in campo un tema binario estremamente caro e anche fonte di indagine e turbamento per lo stesso Pasolini, i rapporti conflittuali (freudiani?) con i genitori però tornando alle radici di quei miti antichi. E poi la Trilogia della vita: Decameron, Fiore delle mille e una notte, e I racconti di Canterbury, un lavoro sulle fonti letterarie più care all’autore. Naturalmente Uccellacci e uccellini, ancora in una chiave creaturale, con in più una punta salace di irriverenza e umorismo popolare condito di sfottò che già affaccia la triste notizia che il popolo è a un passo dal perdere innocenza, purezza e santità, corteggiato da presso dal mostruoso e mastodontico mercato, dalla società dei consumi.

Il cinema finora è sempre stato soltanto il cinema, il che significa che finora un autore è stato quasi costretto dalle circostanze a essere un romanziere: d’ora in poi può anche essere un poeta. PPP

Pasolini non ha eredi. EREDI si definivano invece i quattro poeti sodali a Bologna: Leonetti Pasolini Roversi e Serra, fin dai primissimi anni Quaranta, con in mente un progetto di rivista e di pubblicare ognuno il proprio primo libro di liriche – come poi avvenne: Francesco Leonetti pubblicò Sopra una perduta estate, Pasolini Poesie a Casarsa, Roberto Roversi una raccolta col semplice titolo di Poesie, e Luciano Serra Canto di memorie. Eredi di cosa o di chi? Della grande poesia, della tradizione italiana.

E chi sono invece i suoi eredi? Non ce ne sono!

Nemmeno Dario Bellezza, che pure ha cercato di stendere all’inverosimile la corta coperta-Pasolini pur di calarsela addosso e farsene veste attraverso un paio di componimenti a tal scopo composte, in omaggio al poeta appena ucciso e con il grande desiderio di una filiazione tuttavia forzosa:

A Pier Paolo Pasolini

Non mi rassegnerò mai alla tua morte.

Sei stato così indispensabile per me, così necessario

che a pensare che la terra più non ti prevede, e la

vita ti ha abbandonato urlo di un dolore

senza tregua o pace in qualche conforto. L’idea

che non avevi nessuna voglia di morire, pur

se come tutti i poeti la morte l’avevi tante volte

invocata, fino ad esorcizzarla, mi fa terrore.

Non volevi morire, lo so; non così almeno, ucciso,

dilaniato, calpestato, e questo limite assurdo

del destino mi colpisce come una violenza incredibile.

Vieni a dirmi perché sei morto, perché ci hai lasciato,

se esiste Dio in qualche parte del Creato!

Tu solo eri intelligente e padre tanto

da acquietare la mia fame e sete di pianto!

Vedi: ti rendo omaggio con qualche stenta rima;

tu mi hai voluto poeta, ed io mi sono reso

tuo schiavo, tu hai difeso in me la diversità

e io ho compensato il mio fare con la tua cortesia

di lettore attento e curioso. Com‘eri intelligente,

caro Pier Paolo, com’eri strano e misterioso;

come ci hai lasciato qua tutti orfani di un padre

che non volle mai essere padre ma che lo era, negli atti,

e nelle parole, più padre di tutti., più maestro.

Ti ho tradito anch’io tante volte, ma eri così

presente, cosi sempre necessario da dover distinguere

con te ogni riga che scrivevi per non sentirmi soffocato;

ma tu amavi tanto la tua libertà da amare nella tua

quella altrui, e la mia consigliavi amorosamente

distratto e divino.

Non mi consolerò mai della tua scomparsa, e ti andrò

cercando ormai solo in quel pianto che è la memoria

dove non c’è spazio per la vita, o per l’ansia di incontrarti

ancora, a Sabaudia, al ristorante, a casa di Elsa o di Laura!

Vere lacrime mi bagnano le guance, ora, e scrivendo

questa mia testimonianza non mi vergogno di essere

sentimentale. Ci si accorge di tutto l’amore che si aveva

per qualcuno solo all’atto pratico della sua morte.

Non la volevo, né la prevedevo. E ora che è una realtà

che offende e brucia dentro senza tregua, scusa, caro

se ricordo al mondo quello che, morendo, ha perso.

Una luce, uno spazio infinito di poesia, un cuore

tormentato e quieto nella sua voglia di vivere.

I tuoi nemici avranno gongolato. Uno di meno, hanno

detto. Vergogna! Vergogna! Piangete, ragazzi, almeno

voi la morte di Pier Paolo; nessuno più di voi può

essere lì dove Pier Paolo voleva vivere e operare.

1976

Pasolini sparito, ucciso come un cane bastardo

in una sgomenta periferia di fango in un giorno di novembre

mai più ritornerai in questa Italia del miracolo

dove la tecnocrazia fra poco trionferà, il conformismo

dei nuovi padroni, laidi nazisti atei o cattolici di un dissenso

solo nominale che perseguita i diversi, distruggendo

ogni anarchia, ogni bellezza ideale;

vista mai dimenticata per te vivendoti accanto

per tanti anni ormai poeta dimenticato, incrostato

nelle tue menzogne radiose di poeta civile

sublime compagno di notti in terra ferma

parlando di libri e di amori.

Pasolini, ti hanno ucciso, non meritavi di morire

né di vedere lo scempio del tuo corpo sacro

mentre tutti i poeti ermetici neorealistici o avanguardisti

coprono con le loro poesie di fetore l’umile Italia

e il mondo, né sanno quando tutto prenderà la via dell’Eterno

e le morte stagioni sapranno l’odore della tua scomparsa

immedicabile ferita mi avanza per tutto il resto della vita

abbandono il sentimento e la fortuna vuole che io sappia

sopravvivere al lutto, ma è come fosse ancora il primo giorno

della tua partenza da questo unico consesso dei vivi.

L’apporto pasoliniano più denso alla causa della poesia scelta soprattutto come lente da cui osservare e riportare la vita e il mondo lo troviamo in tre raccolte poetiche fenomenali (fatta salva la raccolta del 1957, Le ceneri di Gramsci, che per molti è l’opera più centrata di Pasolini, e fatto salvo che per anni Pasolini ha conservato l’abitudine di scrivere quasi un sonetto al giorno per tenersi in esercizio): La religione del mio tempo, 1961 – Poesia in forma di rosa, 1964 – Trasumanar e organizzar, 1971.

Riporto, per chiudere, un passo dalla raccolta mediana (in cui è squisito il riferimento alla rosa legata all’idea di poesia, e alle radici provenzali, al Roman de la Rose) in cui è il poeta a essere in balia di una cronista sventurata, che, come sarebbe poi avvenuto in Palombella Rossa di Nanni Moretti, incalzato nei panni dell’alter ego Michele Apicella da una giornalista alle prime armi che infesta il suo eloquio di cheap e kitsch (costringendolo alla nota reprimenda, dopo lo schiaffo, Chi parla male pensa male), viceversa si schermisce e capitola confessando una presunta sua inadeguatezza come personaggio.

VIII

(Conclusione funerea: con tavola sinottica – ad uso

della facitrice del “pezzo” – della mia carriera di poeta,

e uno sguardo profetico al mare dei futuri millenni).

“Venni al mondo al tempo

dell’Analogica.

Operai

in quel campo, da apprendista.

Poi ci fu la Resistenza

e io

lottai con le armi della poesia.

Restaurai la Logica, e fui

un poeta civile.

Ora è il tempo

della Psicagogica.

Posso scrivere solo profetando

nel rapimento della Musica

per eccesso di seme e di pietà.”

*

“Se ora l’Analogica sopravvive

e la Logica è passata di moda

(e io con lei:

non ho più richiesta di poesia),

la Psicagogica

c’è

(ad onta della Demagogia

sempre più padrona

della situazione).

È così

che io posso scrivere Temi e Treni

e anche Profezie:

da poeta civile, ah sì, sempre!”

*

“Quanto al futuro, ascolti:

i suoi figli fascisti

veleggeranno

verso i mondi della Nuova Preistoria.

Io me ne starò là,

come colui che

sulle rive del mare

in cui ricomincia la vita.

Solo, o quasi, sul vecchio litorale

Tra ruderi di antiche civiltà,

Ravenna,

Ostia, o Bombay – è uguale –

con Dei che si scrostano, problemi vecchi

–  quale la lotta di classe –

che

si dissolvono…

Come un partigiano

morto prima del maggio del ’45,

comincerò piano piano a decompormi,

nella luce straziante di quel mare,

poeta e cittadino dimenticato”.

IX

(Clausola)

“Dio mio, ma allora cos’ha

lei all’attivo?…”

“Io? – [un balbettìo, nefando

non ho preso l’optalidon, mi trema la voce

di ragazzo malato] –

Io? Una disperata vitalità”.

CLAUSOLA. Per non lasciare fuori nulla, provo a stabilire una parentela volante, una corrispondenza magari non intenzionale, tra i CIELI CELESTI di Beppe Salvia (che doveva essere il sottotitolo di Cuore, la raccolta delle sue poesie in preparazione nel 1985, ed è l’etichetta della VII sezione interna) e i seguenti versi da Le ceneri di Gramsci (che, questa l’intuizione, potrebbero aver agito sul poeta potentino come una suggestione):

Shelley… Come capisco il vortice

dei sentimenti, il capriccio (greco

nel cuore del patrizio, nordico

villeggiante) che lo inghiottì nel cieco

celeste del Tirreno …

[…]

Ciecamente fragranti nelle asciutte

curve della Versilia, che sul mare

aggrovigliato, cieco, i tersi stucchi,

le tarsie lievi …

[…]

i blu vitrei sul rosa …

Di Beppe Salvia presto parleremo.

Chiudiamo però su Pasolini con una estrema notazione: fatto salvo il mistero intricato che circonda le reali circostanze e i reali moventi della sua brutale eliminazione, oltre a leggerlo integralmente e a rintracciarlo ovunque possibile e sotto ogni forma, consiglio di vedere LA MACCHINAZIONE, film del 2016 di David Grieco, giornalista d’inchiesta e da giovanissimo assistente di Bertolucci e Pasolini: un film molto illuminante sui meccanismi anche minimi che combinandosi portarono all’assassinio del poeta.

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