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“Ruthie Fear” di Maxim Loskutoff (edizioni Black Coffee)

Il difficile (a volte impossibile) equilibrio tra prepotenza umana e natura segna alcuni dei territori più di altri. È il caso del Montana, stato montuoso e isolato quando comincia il massimo sviluppo espansionistico. Il territorio indiano dei Salish è stato più volte conteso ai lupi, agli alci, agli orsi, e a tutte le creature che lo abitano e che contribuiscono a renderlo perfetto e incontaminato. Nel mondo in cui nasce e vive Ruthie Fear, ragazzina cresciuta da un padre tanto amorevole quanto selvatico e ombroso, la linea di confine oscilla pericolosamente a favore del predominio arrogante dell’uomo bianco ricco, che specula, distrugge boschi, e vieta l’ingresso alla popolazione locale sui terreni che acquista.

Ruthie è una ragazzina tipicamente immersa in questo mondo selvaggio, ha un legame forte con gli animali, probabilmente perché da quando è nata è stata messa a dormire sulla pelle dell’ultimo lupo ucciso dal padre, impara a sparare con una mira perfetta, possiede nell’adolescenza una quantità notevole di armi da fuoco, e non nutre grandi ambizioni per sé stessa se non quella di non obbedire a nessuno.

Le sue amicizie sono Pip, una ragazzina indipendente come lei, e due fratelli salish Billy e Terry, che si occupano di lei come zii, ancora feriti ma sufficientemente disillusi sul fatto che i bianchi continuano ad appropriarsi della terra dei nativi e a distruggerla. Un giorno Ruthie vede una strana creatura senza testa, qualcosa che somiglia all’immagine di un rene spugnoso su due gambe fragili come stecchi, senza occhi o collo, che zampetta vicino a un torrente.

Negli anni che seguono, durante la sua adolescenza e maturità la creatura accompagnerà i suoi sogni come le aquile in volo e il sasso che scaglia addosso a un ragazzino che la stava infastidendo.

Ruthie è libera, i suoi desideri raramente somigliano a qualcosa di più grande che non sia il rispetto per la natura che le respira addosso e dentro. Sarà proprio il senso di violazione che la sommerge dopo una partita di caccia agli alci, a farle lasciare il gentile e inadeguato, enorme, Balger, destinato a sentire la mancanza di Ruthie per tutta la sua vita, anche dopo il matrimonio (celebrato dopo il liceo con una ex cheerleader).

Ruthie diventerà adulta di colpo quando durante il ballo del liceo, ferma a un autogrill da sola, dopo essersi volontariamente sottratta alle bevute e una scenata di gelosia tra Balger e un altro ragazzo, assiste all’uccisione di un giovane ladro, massacrato di proiettili da parte di due tronfi e convinti difensori della pace della comunità. Ruthie raccoglierà l’ultima parola e l’ultimo respiro del ragazzo, le mani segnate a vita dalle cicatrici delle schegge di vetro delle bottiglie colpite durante la sparatoria. Il ragazzo era un nativo, ha fatto un gesto impulsivo e dannato per la frustrazione che prova nel vedersi negati i soldi per le cose che gli adolescenti desiderano.

A vent’anni compiuti, Rutile accantona per un po’ il suo bisogno di immergersi nella natura e di allontanarsi dagli uomini quando va a vivere a Las Vegas, dove il calore incandescente della terra di notte è lo stesso dei suoi piedi nudi che la calpestano. Soffre atroci solitudini urbane e senso di spaesamento, dove il paesaggio desertico del Nevada le fa sentire la mancanza delle montagne innevate, e dove gli unici animali che vede sono quelli esposti in uno zoo.

Tornata a vivere nel suo Montana, Ruthie è inquieta e appassionata, vive storie senza amore e una con amore, la sua amicizia con Pip si rinsalda, quando all’improvviso, la creatura avvistata da bambina, torna, ma questa volta non è sola.

Lirico, potente romanzo di formazione che tratta di tematiche ecologiche, la storia di Ruthie Fear è uno di quei romanzi che si legge e si rilegge, come un sorso di vino che devi lasciar riposare in bocca. È un inno ai legami indissolubili che gli uomini, a volte piccole, patetiche creature, hanno con il mondo che credono di dominare. Non sempre ci sono eroi con lancia e spada, a volte gli eroi, o le eroine sono persone che respirano aria pura e non vogliono che il loro angolo di mondo diventi un deserto abitato da ipermercati e giganteschi parcheggi per suv.

Vagò nel deserto proprio come si era immaginata: sola col vento polveroso. Furono i piedi scalzi a ricondurla verso le luci della città nel suo vestitino giallo, con gli anfibi in mano. Non faceva mai freddo, neppure quando la notte era più buia. La temperatura dell’aria e quella del suo corpo erano così in equilibro che non era più sicura di dove finisse la pelle e cominciasse il resto del mondo. Per terra c’erano solo polvere e rocce piatte in una monotona distesa nella quale infilava le dita dei piedi e si sentiva sprofondare, impercettibilmente, a ogni passo. Le luci di fronte a lei lasciavano intravedere solo le stelle più luminose.

La città sorgeva dal deserto come un tempio in fiamme.

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