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Help – Capitolo III

Un giovane trasporta droga ingerendola nella speranza di guadagnare soldi per comprarsi una casa.

Help è una storia in cinque puntate ambientata a Roma.

Puntate precedenti

Capitolo I – Digestione alternativa

Capitolo II – Sottovia portami via

Capitolo III

Caserma

Mio nonno diceva se sei povero e diventi ricco senza sforzi, torni povero nello stesso tempo messo per diventare ricco. Ma io gli sforzi pensavo di averli fatti, nonno. Il viaggio a piedi dal villaggio alla costa, il viaggio in mare, il viaggio sul carro con le bestie. La roba dentro che rischiavo di esplodere e morire. Sto qui a duecento metri dal sottovia nudo con il pisello di fuori per via dell’acqua di quel pompiere. Mi ci tengo le mani davanti che qua c’hanno tutti paura. La pancia non mi fa più male, almeno. Ho preso a correre e m’è rimasta solo una scarpa. E ho perso i soldi che l’italiano mi ha dato questa mattina. I soldi ho perso. La casa, una casa. Desideravo solo avere una casa. Ora cosa faccio.

Che vuole questa macchina? Non l’ho sentita avvicinarsi è una macchina blu con una pantera sul lato. Noi in Africa abbiamo quelle vere di pantere. Perché scendono dalla macchina questi due? Sembrano l’esercito che ha distrutto il mio villaggio, ma loro sono blu. Io corro ancora nel dubbio. Corro mezzo nudo sull’asfalto. Mi guardo dietro e quei due mi inseguono. C’è un po’ di gente in giro e guarda te, mi guardano. Provo una sensazione che non conosco. Mi guardano perché scappo o perché sono nudo? Poi inciampo di nuovo e cado di faccia e mi graffio la fronte e quei due sono su di me. Un tipo dalla parte opposta della strada grida – non se ne può più di questi.

I due mi sono sopra. Mi ammanettano. Grido ma la loro lingua non la conosco bene e le mani dietro alla schiena mi fanno male, le manette stringono e mi manca l’aria. Non credo di fargli pena. Quello più grosso, no grosso quanto me, mi tira su. Mi spinge verso la macchina. Come ti chiami mi chiede. E io che ne so che vuol dire nella tua lingua di merda penso.

Nome, name, nome, ripete il grosso in divisa che mi stringe il bicipite. Mi mettono nella macchina blu e mi passano un telo che mi mettono intorno al pisello.

Se questi qui sono come quelli a casa mia, mi tagliano mani. Poco dopo entriamo nel cortile di un palazzo. È pieno di altra gente vestita come loro. Io alzo la voce, uno nel cortile dice ciao negro. Gli altri mi ignorano.

Dentro all’ufficio sembra di stare in aeroporto da me in Africa, vetri che separano e cose appese ovunque vecchie. Poi mi si avvicinano altri due agenti, mi guardano in silenzio. Uno chiede qualcosa, capisco le parole documenti, identity card, io dico no gli dico a voce alta che cosa volete da me lasciatemi stare. Ma capisco che per loro sono solo suoni perché uno di loro, quello che mi tiene le braccia all’altezza del gomito sopra le manette, mi stringe più forte. Io strattono perché mi fa male e lui tira forte e io mi spavento e gli tiro una spallata e tutti loro poi sono subito sopra di me mi bloccano io mi dimeno. Mi dimeno e con un piede sento il ventre morbido di uno con più pancia, glielo do forte il calcio mi sa perché mi arriva dritto uno schiaffo sul viso. Forte, di una mano grossa ma non come la mia o come quella di mio papà quando mi tirava su. Oh papà sapessi che brutta fine che sto per fare penso. Allora pensando a mio padre ragiono e mi fermo. Resto fermo immobile. E si fermano pure loro. E mi tirano su alcuni dicono negro stronzo e un’altra dice aiutatelo e qualcos’altro ma capisco solo il suono delle parole, altri sembrano più gentili. Sento la parola Esquilino, poi la parola casino poi calmate le acque mi mettono a sedere e aspetto. Vedo dalla porta finestra aprirsi il cancello da cui sono entrato. La libertà. Mi alzo, mi guardo intorno. Ho le manette ma posso correre. E corro. Come correvo senza scarpe sulla terra della mia terra. Qui il pavimento è duro e corro e i poliziotti sono distratti ma sembra perché però appena mi muovo e mi vedono si girano. Quanti sono. Uno due tre quattro. Altri non ne vedo. Due lontani per prendermi due più vicini e si accorgono subito che sto correndo e mi gridano qualcosa. Ma io sono veloce. E la grande porta da dove si esce è aperta, una macchina entra. Corro. Devo uscire. Se tirano fuori le pistole i due più vicini dietro di me ormai, sono morto. Corro ancora di più. Sento gridare, non sento colpi di arma. Sento altri poliziotti aggiungersi e io esco dalla porta mentre si richiude. E ora devo solo correre.

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