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Salvatore Massimo Fazio: “Desideravo sperimentare: sintassi, ipotassi, paratassi. Mozzature, capriole e sospensioni”

Una delle cose che capitano, quando entri in contatto con una nuova casa editrice, è che partecipi a incontri, talvolta a pranzi, ogni tanto a riunioni di lavoro, di questi tempi soprattutto virtuali, via telefono o mail, e in queste occasioni in genere ti imbatti in altri autori che fino a quel momento non conoscevi e che vengono dal loro universo magari lontanissimo e portano con sé la loro carica umana e professionale, nonché letteraria. In un fortunato incontro – che poi in fondo, chiamiamolo col suo nome, era una cena cinese da Sonia all’Esquilino – ho conosciuto Salvatore Massimo Fazio che ha appena pubblicato per Arkadia (la casa editrice di cui sopra) un romanzo dal titolo Il tornello dei dileggi. Malgrado non fosse proprio un frequentatore abituale della cucina orientale, la cena gli è piaciuta (menomale, il ristorante l’avevo indicato io), e poi la conversazione ha lasciato velocemente la letteratura (lo preferisco, a me i libri piace leggerli, non parlarne, e nemmeno m’interessano mai gli aneddoti sugli autori, i premi e le combriccole), per vagare piacevolmente verso altri lidi, così da sorprendermi nello scoprire un filosofo cosmopolita catanese, che è vissuto in varie città del mondo, acceso tifoso della Roma, intesa come squadra di calcio. A quel punto leggere il libro e avere voglia di fargli delle domande per questa nostra consueta intervista, è stato naturale. Quando lo leggerete anche voi, tenete a mente quello che vi dico, Il tornello dei dileggi è un libro che non è davvero finito fino a quando non hai girato l’ultima pagina e corre verso quel finale con l’obbiettivo di trascinare il lettore attraverso un gioco meta letterario e per molti versi ingannevole, che si rivela appunto nel finale. Con una lingua piegata a una lieve e giocosa sperimentazione che è forse il segno più evidente che si tratta del lavoro di uno che – passando dalla saggistica alla narrativa – si è voluto divertire con le possibilità espressive offerte dalla narrazione. Ed ecco quindi le domande e le risposte.


Prima di tutto, incuriosisce il titolo, non banale e un poco incomprensibile, Il tornello dei dileggi, rappresenta bene il tuo modo di affrontare la narrativa, giocando con le parole, ma di che cosa si tratta esattamente?

Ringraziandoti per la domanda perché mi dà possibilità di svelare quale doveva essere, a mio parere, il titolo originale: Voglio vedere dalla finestra la Mole Antonelliana. Un titolo alla Wertmuller, come mi ha detto giorni fa il mio maestro in area psicologica, Riccardo Mondo. Tolta questa divagazione, vengo al dunque: è merito dell’editor, dell’agente letterario e dell’editore, che hanno trovato nel romanzo il riferimento al format “Il tinello del dileggio”, fondato anni fa dal visionario Andrea Pennisi, che mi coinvolse. Era una citazione, è diventato un capitolo e trasformando il nome è diventato titolo del libro e c’è un perché: la necessità di un meta romanzo è stata indispensabile, per raccogliere tutti quei ‘fatti’ inseriti nel romanzo stesso che ha le sembianze di un tornello da stadio. Proprio come funziona il tornello allo stadio, che non funziona mai!

Ovviamente, inevitabile, la seconda domanda è: chi te lo ha fatto fare di passare dalla forse un poco scomoda posizione di filosofo a quella probabilmente ancora meno comoda di narratore?

A dir il vero non c’è una motivazione specifica. Da sette anni raccoglievo esperienze ed esempi socio culturali; sono catanese, ma ho vissuto a Palermo, Torino, Firenze, Biella, Eastbourne e Bødo (sua maestà il caso: dove la mia Roma ne ha prese 6), per concludere che si è tutti diversi, ma si è fortemente uguali nelle reazioni rabbiose, di gelosia, di follia e di depressione. Questi pensieri riportati su fogliettini, in rigoroso ordine temporale, li ha letti il fraterno parente/amico Piero Lipera che esordì dicendo: “Ti si conosce come saggista e non poche polemiche hai suscitato con la tua tesi del nichilismo cognitivo, e non dimenticare che nel 2017 fino alla fine rimanesti in corsa al concorso nazionale di Filosofia “Le figure del pensiero”, dove il podio d’argento fu tuo… dietro a un mostro sacro: perché non provare a scrivere un romanzo sulla poligamia?” Anni dopo, non ci pensavo proprio, ne parlai con il mio nuovo agente letterario, che mi disse: c’è da crederci, ma tu devi crederci, perché tu sei scommessa per tante cose. Puoi piacere e infastidire o solo infastidire o solo piacere, ma quel cogliere lo stile di un saggista nella narrativa potrebbe apparire sorprendente. Così mi sono imbattuto e dopo sette anni, totali, è uscito per i tipi di Arkadia e la posizione scomoda è subito giunta: conigli (a proposito di ruggiti, n.d.a.) che hanno uscito gli artigli per far sapere a me che apprezzavano il mio dirottamento verso la narrativa per poi dire ad amici, miei, che solo un matto poteva sperimentarsi in un salto così rischioso. Ci sono rimasto e per i valori umani in cui credo e per la fanghiglia che ho difeso a spada tratta in altri contesti e di questa, uno che, quanto a manipolazioni io faccio un lavoro che le riconosco, mi pare sia un bravo professionista: ti tartassa di chiamate per ottenere velatamente la certezza d’esser primo ovunque. Così da guadagnarsi la vita eterna!

E pure la terza mia domanda non brilla per originalità, ma è doverosa: quanto c’è di te nel protagonista, Paolo, e nella vicenda che racconti? Lo definisci “consulente filosofico” e chi ti conosce sa che sei molto impegnato nel sociale a Catania…

Di me in Paolo c’è solo che è tifoso della Roma e che ama Montella (Vincenzo), che giocò e allenò l’unica squadra della Urbe; allenò il Catania e la Fiorentina e Paolo che è un consulente filosofico, miscela queste tre squadre nel nome di questo grande calciatore che in un derby capitolino gliene fece 4 alla squadra della regione dove si trova collocata la Urbe. Quanto alla questione del sociale, è un paradosso che subisco: supporto i fragili, proprio come ti ho detto prima, ma quando questi escono vanità e carognaggine, mi spiace molto, perché noto che il mondo ha difficoltà a modificarsi: per chi? Per queste persone che hanno da ridire sempre su tutto. Loro sono i migliori: ma se tali sono perché chiedono favori? Io li ho fatti, e sin dove potrò li farò ancora, stavolta magari per fomentare e alimentare lo squallido che c’è in diversi ipocriti.

La critica al mondo dei talk show televisivi è anche una critica alla società dei media in sé? Sarebbe più sana una società senza televisione o social network, e in ogni caso è possibile, oppure il nostro destino è ormai quello di conviverci e semmai lagnarsene?

La critica al mondo dei talk show è mirata come metafora. Partendo da quello che è diventato il titolo del libro, dunque la variante sul format, Il tornello dei dileggi, tutto gira attorno al dileggio, è preparato a tavolino, e reale rimane questa preparazione. Diversi sono i talk show che la stampa d’inchiesta ha svelato; ma metafora è anche quando la società finta perbenista, nonché figlia del malessere interiore, cerca riscatto nel peggio. Nel romanzo ad esempio c’è Adriana che aggredisce Paolo dicendo che la cosa migliore è “Stare nel luogo giusto, sempre, sennò sei fuori dal giro; e il luogo giusto è quello dove ci sono tutti, non importa se ti dileggiano”. Ma come è dentro al giro, al posto giusto, Adriana non se lo chiede? No! Perché è vittima di una solitudine che si è creata… stando, appunto, nel ‘mondo giusto nel momento giusto dove non ci si perde perché ci sono tutti’. In breve: un po’ come asserivano i Francofortesi, nella tesi della ‘Folla solitaria’. Dunque anche in buona fede una critica alla necessità del sociale, che, mio malgrado vado contro alcune “mie” categorie professionali, la sociologia e la psicologia, affermano indispensabili: nulla di più errato! Se uno vuole andare in giro per casa sua e godersi la sua cagnolina e la domenica andare allo stadio senza avere rapporti, non è detto che imploda in ansie e panico, basta pensare che molte volte le cause ansiogene e depressive sono esogene e causate dai rapporti sociali. Quanto al destino che i media contemporanei possono imporre, beh la popolarità riescono a darla a tutti: anche a chi comunica verità scomode e per tal motivo viene vessato, minacciato e attaccato, pertanto ben vengano, ma si risveglino le coscienze. In modi poco ortodossi: bisogna pulire il mondo dei maestrini in tutte le categorie dove loro operino. Chi asserisce con certezza e dati fondati, non può essere attaccato e per di più ricevere il seguito di un gregge che gli si oppone, perché poi sei costretto a portarli in tribunale e ti devi o scontrare con giudici (GIUDICI: cioè uno che giudica te!!!) o godere del trionfo che non eri tu a sbagliare.

Il lettore leggendo il tuo romanzo penserà che si tratta di una storia d’amore, l’amore in crisi, quello tra Paolo e Giovanna, l’amore nascente, quello per Adriana, si sbaglierà?

Il gioco della meta narrativa, può creare basi per ambedue gli… errori.

Tante le citazioni, da Battiato (e ce l’aspettavamo – forse per via di Catania) a Giovanni Lindo Ferretti (Cccp e Csi, ecc.), che ruolo hanno nella storia?

Battiato è il mio cantautore preferito e ho regalato alcune sue citazioni attinte da canzoni a diverse ambientazioni, non c’entra il fatto che sia della provincia etnea; Quanto a Ferretti e carriera con band e solitaria, si, quello che ho ripreso rientra fortemente in un ruolo determinante. Le parole di Giovanni Lindo Ferretti sono mitragliate e al contesto del romanzo si accostano bene: non si può rimanere fermi in posizioni politiche se qualcosa scuote i nostri interessi dalla parte opposta. Dunque non è vero che il male assoluto è sempre e solo di un colore. Ferretti era indispensabile.

Come hai scritto il romanzo? Quanta attenzione hai dato alla lingua della narrazione, alle battute dei dialoghi?

Ecco la domandona. In verità ho scritto a ruota libera. L’editor mi ha aiutato a far ordine. Però inevitabilmente desideravo sperimentare: sintassi, ipotassi, paratassi. Mozzature, capriole e sospensioni, con una meta narrazione che non ti fa perdere il filo. Non so se sono riuscito nell’intento. Quanto alla lingua della narrazione mi andava di divertirmi, giocare, creare neologismi, ribaltare la linearità del soggetto, verbo, predicato, asfaltare, togliendoli, i soggetti! Questo ho fatto. Comprendo che può dare pure fastidio, specie ai dotti della scrittura, specie i contemporanei, quelli che ogni anno concorrono a premi prestigiosi, per poi versare tonnellate di defecatio perché il segnalante arriva dove può!

“Le idee, quelle mi fanno paura di te. Le idee” dice Adriana a Paolo. Tu hai mai avuto paura di un’idea?

Certo che ne ho avuto paura: ad un certo punto della mia vita ho incontrato, non personalmente, uno che si chiama Pallotta che diceva di avere un’idea chiara e che avrebbe portato a termine in breve: rendere l’ A.S. Roma prima squadra al mondo, con stadio personale etc etc. Questo signore, l’ha affondata la Roma! Ma ancora, io temo le idee di chi si dichiara di una sponda politica condannandone un’altra per portare cosa e quale novizia e nuova qualità? Non lo so… tutto sembra uguale, non vedo migliorie. Dunque le temo, e me ne sto alla larga.

C’è nel libro anche la passione per lo sport, anzi più precisamente per il calcio, anzi di più, per la squadra della Roma. Come si conciliano la ricerca filosofica, la narrativa e il tifo?

Preciso che la Roma è in tutti i miei libri, dipinti, spettacoli, performance: senza Roma non avrei approfondito mai la ricerca filosofica personale e individuale; non avrei mai fondato una tesi che poi gli addetti ai lavori battezzarono col nome di “Nichilismo cognitivo” prima, e “Pessimismo ragionato”, secondariamente. Anche per la narrativa vale lo stesso discorso: se non c’è Roma non c’è scrittura che tenga. Vorrei anche ricordare un’altra precisazione in merito al calcio: ho il cuore  diviso in due, tanto da dichiararmi ‘giallorossazzurro’, perché tifo anche per il Catania, nonostante sia drammatico vivere la realtà che proprio le due tifoserie non si amano per nulla.

Nel romanzo veglia e sonno, realtà e sogno, sembrano mescolarsi tra loro. Quello che hai scritto è un viaggio onirico?

L’importante è che non sia sonno… ahahha. Si mescolano sì! Potrebbe essere un viaggio onirico, forse un incesto, forse un’allucinazione, forse un’estasi figlia di un trionfo sportivo, forse tutto… forse che anche in questo caso ho voluto lasciare aperto il romanzo e come dettomi dalla candidata allo Strega Mearini: C’è poesia e tanta, c’è novità della lingua scritta e c’è un mistero enorme.


La fotografia di Salvatore Massimo Fazio è di Donatello Scuto

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