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Help – Capitolo II

Un giovane trasporta droga ingerendola nella speranza di guadagnare soldi per comprarsi una casa.

Help è una storia in cinque puntate ambientata a Roma.

Puntate precedenti

Capitolo I – Digestione alternativa

Capitolo II

Sottovia portami via

Giù sotto al sottovia si sta di Dio. Sarà il caldo d’inverno il fresco d’estate. Sono tornato sotto al tunnel per stare tranquillo un po’. La faccio sul murales solito, quello di un tipo mascherato come se fosse in guerra e che lancia un mazzo di fiori, sulla colonna a quattro spazi dal mio posto tra le colonne. Sto più rilassato per via di tutta quella roba che ho tirato fuori. Ripercorro le tappe così da scaricare quello che resta della tensione. La faccio accucciato dietro i cassonetti, rovisto un po’, conto che niente mi sia rimasto dentro, sciacquo e consegno tutto. Mi sono lavato le mani con l’acqua e detersivo. Se me le odoro ancora sento puzza. Quello è odore che non se ne va via senza sapone, ti rimane giorni.

Però andata bene alla fine. Sgrullo bene il pisello, lo stringo. Qui a quattro blocchi dal mio spazio posso farci tutte le cose mie, ma non posso tirare fuori la roba da dentro. È l’unico patto con gli altri. Ci si organizza così sotto al sottovia per evitare guardie e puzza. Agli italiani rode. Che poi non lo so se sia paura più che rabbia. Quando passano qui sotto, vedi come allungano il passo e guardano e odiano. Gli casca l’occhio tra le grosse colonne, dove qualche cuore tenero c’ha messo dei blocchi di cemento per non farci sdraiare comodi, e tirano dritti.

– Stronzi. – Dico io ad alta voce. Tanto nella mia lingua capiscono solo due compaesani che ogni tanto appaiono e scompaiono dal sottovia.

Ho lo stomaco che fa male cane e ancora non ho tanta fame. Me l’avevano detto. La fame torna quando lo stomaco ti si rimette in ordine.

Così ho girato per strada un po’ alla stazione dei treni.

Ora sto qui seduto tra questi blocchi di cemento sotto al sottovia e il rimbombare delle auto fa compagnia. La puzza di gas è l’unico vero problema. Quella ti ammazza. Il vecchio che stava qui prima di me c’è morto sotto al sottovia, viola in faccia bava schiumosa ovunque. Ha preso fuoco mentre si scaldava. Altri dicono è morto asfissiato per il gas e non s’è più svegliato, io credo a questi qua. Poi ci stanno le zecche e gli scarafaggi e le mosche dove pisciamo, che da dove sto io è a tre blocchi e se il vento entra nella direzione giusta le narici diventano discariche puzzolenti sempre.

Devo contare i soldi che mi ha dato l’italiano. Lo sa l’italiano che non so contare. Giù a casa, mentre mi imbottivano, mi hanno detto: per te sono duemila se fai le cose a modo. E imparati la lingua e a contare.

L’italiano quando sono arrivato dopo tutto il viaggio già mezzo piegato dal dolore m’ha detto così: – Se tutto va bene per te ci sono duemila; cinque banconote blu con scritto venti, cinque come le dita di una mano e due banconote arancioni con scritto 50, due come le palle. Me lo ha detto in inglese e questo ho capito.

E ha aperto la mano poi si è strizzato i pantaloni.

Tiro fuori i soldi arrotolati sotto le palle. Li srotolo. Quelli arancioni con scritto cinquanta sono due. Apro la mano e sfoglio quelli blu, sono come le dita. Non so se fa duemila, sì fa duemila, quanto m’ha detto l’italiano, tanto m’ha dato. È uno giusto l’italiano sui soldi.

Ora che sono ricco, compro casa.

– In Italia con duemila euro sei come Re. – Mi ha detto il tipo che guidava la barca e cazzo se mi brillavano gli occhi che quasi piangevo. Me la compro qua intorno casa per non mollare gli altri del sottovia che mi hanno fatto mille feste di benvenuto. E con quello che avanza quando posso torno da mamma a casa.

Mi distrae il suono di sirene che arriva all’improvviso. Gli altri del sottovia subito appena sono arrivato mi hanno detto – fottitene il cazzo delle macchine, ma attento alle sirene. In particolare distingui la sirena della polizia da quella dell’ambulanza.

Poi mi hanno ripetuto, – attento alle sirene bello, quando senti le sirene drizzati. Poi magari passano e sfilano via. Ma drizzati e se si fermano, corri.

Eccole che arrivano e sono più vicine. Sento i fischi delle gomme. Nel mio paese senza asfalto si vede la terra salire in una nube. Qui a orecchio devono essere un’ambulanza che ha quella sirena più cantilenata, un mezzo che non riconosco e una, no anzi due polizia.

Si avvicinano come tuoni. Senti che rumore, il sottovia adesso sembra zona di guerra. Oh ma perché si fermano? Cazzo vogliono. C’è pure un camion rosso grosso, saranno quelli che spengono il fuoco. Cazzo va a fuoco?

Due degli altri del sottovia li vedo che scappano. Dal camion rosso scende un tipo grasso, io sto fermo impalato, lui tira fuori un grosso tubo insieme a uno magro vestito come lui. Ma che fa? Le sirene della polizia ancora strillano che quasi inizio a dovermi tappare le orecchie. Una macchina all’entrata e una macchina all’uscita.

Oh questo ha aperto l’acqua. E mi prende in pieno. Dritto sul petto. È un getto che è quasi una spinta, ti spinge via e gli schizzi ti pungono. Faccio un passo indietro. Cazzo. Cado subito a terra, un botto violento e l’acqua si prende i soldi. Striscio per prenderli i miei soldi ma scivolano via io appresso a loro o mi ritrovo senza casa devo prenderli. L’acqua è un fiume. Mi resta una sola banconota blu con scritto venti.

La pancia mica è apposto, c’ho un paio di fitte. L’acqua mi fa male il tipo grasso spara come se per disinfettare grosso elefante, l’ho visto fare a casa mia quando ero piccolo. Una cosa simile, con meno indifferenza. L’acqua sparpaglia tutte le cose la cenere del fuoco della notte lo zaino le scarpe. E vedo che quello che sta seduto nella macchina blu ride. Che cazzo ride strillo ma tanto non capisce la mia lingua e l’acqua quasi mi soffoca.

Ora il grassone sta fisso a sparare acqua e i poliziotti scendono dalle auto che bloccano tutto e si avvicinano e io sono mezzo nudo. Muovo gambe e braccia come uno scarafaggio in fin di vita. Scivolo e l’acqua continua a tenermi giù. Mi dimeno e punto mani e piedi sull’asfalto, per un istante l’acqua si ferma. Mi alzo, veloce da strapparmi i muscoli della schiena. E subito l’acqua torna su di me. Questa volta barcollo, ma resisto, rischio di cadere di nuovo ma corro, come se dovessi scappare da un enorme serpente.

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