La mongolfiera

C’era anche una chiesa proprio davanti alla prima palazzina con accanto una salita che portava fino al mercato e poi intorno: il nulla.

Il quartiere era veramente grande. Case allineate, rosse e piene di gente all’interno, pizzardoni, monnezzari, persone semplici, che avevano fatto la guerra, e a modo loro buoni, sì forse un po’ ignoranti, sicuramente poveri e pronti a sfornare figli a profusione.

C’era anche una chiesa proprio davanti alla prima palazzina con accanto una salita che portava fino al mercato e poi intorno: il nulla.

L’aria era piena del cinguettare…

Cazzo a volte non riuscivi a fare un pranzo decente, giù ciriole piene di mortazza, il prosciutto dei poveri e a seguire schiaffoni se osavi reclamare e per riscaldarti d’inverno dovevi tenerti addosso il cappottino che una volta era stato di tuo fratello più grande. Sognare altri posti? troppo facile e normale.

Estate 1965

Eh già eravamo proprio in tanti quel giorno, ragazzini tra i 10 e i 15 anni, tutti lì con le mani sui fianchi a guardare quel cazzo di cantiere di merda che in due giorni ci aveva portato via il campo da calcio dove facevamo interminabili partite a pallone e che avevamo costruito con tanta fatica tagliando l’erba con bastoni e forbici della mamma.
Canotte e pantaloncini e una cazzo di rabbia in corpo da voler spaccare tutto, e la voglia di riprenderci quello che era nostro.

Un paio di volte avevamo anche tentato delle brevi e feroci irruzioni, ma c’era un ostacolo da superare: una cazzo di rete recintava tutto il cantiere, dal prato del pecoraro fino alla strada davanti la chiesa, e noi ce se potevamo solo attacca con le mani piedi gomiti per poi prende’ a male parole tutti gli operai: “A stronzi!! ciavete distrutto er campo, ma tanto va famo paga’, a infami”. Purtroppo per noi, il guardiano era grosso e metteva veramente paura: “A pischè! se mo nun ve n’annate, vengo fori e ve corco e nun ve azzardate a tocca niente eh, se semo capiti sì?”.

Quindi si doveva pensare a un altra strategia.

Nell’animata riunione che decidemmo di fare, ognuno di noi era libero di dire la sua. Franchino, il più romantico e sognatore fra tutti noi, parlò per primo: “Allora regà o sai che famo!! Costruimo qua specie de palla gigante… dai quella che avemo visto ar cinema, come se chiama”

“La mongolfiera”, replicò Tonino il bambino sapientino del cazzo.

“Bravo proprio quella aò, arrivamo fino alla luna, prennemo un par de stelle e je le tiramo addosso, così rompemo tutto e si riprennemo er campo”.

Nessuno voleva più parlare, ma la decisione fu un’altra: aspettare che il cantiere chiudesse e fare piccoli furti. Così solo per daje fastidio.

Certo rimaneva sempre il problema guardiano.

Gigetto, il più piccolo di noi, aveva il compito di distrarlo, con sicuramente addosso e nei pantaloncini la paura che circondava tutti noi.

“Senta, ma me sa dì che state a fa?”.

L’uomo lo guardò minaccioso ma vedendolo così piccolo un po’ si impietosì e inizio a parlargli. “O a regazzì, bello, stamo a fa ‘e palazzine, le chiameranno i genovesi”.

Era fatta.

Via si iniziava. Chi tagliava con le tenaglie del papà di Memmetto la rete di recinzione, chi la scavalcava e una volta all’interno tutti a cerca de rompe qualcosa. Poi Sergetto ebbe la grande idea: “a regà ma state a vede’ quante tavole ciocchi viti, cazzo sai i monopattini che potemo fa’”?

Le notti successive continuarono i saccheggi e una volta che ognuno di noi aveva il suo piccolo mezzo di trasporto, si faceva il giro del cantiere cantando a squarciagola.

Al guardiano però questa cosa non andava giù e durante i nostri passaggi davanti la sua guardiola, tentava sempre de dacce qualche schiaffone.

Ma niente ormai ci avrebbe fermato.

Memmetto, il più audace e inventivo tra noi, tentò qualcosa di veramente inenarrabile. Lo guardavamo ammirati, mentre in quel caos di cose che avevamo “rubato”, iniziò a tirare fuori delle tavole della stessa misura, poi rotelle, snodi, ma niente ciocchi o occhielli. Sì non era il solito monopattino ma un qualcosa che una volta finita chiamammo la tavola volante. Era composta da un pianale dove ci si potevano sdraiare due di noi, con sotto un po’ di rotelle e quattro di queste erano inserite su una lunga tavoletta che diventava come per magia, un magnifico volante. Insomma una specie di carrelleto, ma più fico.

Tutto era pronto per la grande prova, quella che Memmetto aveva già in mente prima de costruirla.

“La discesa da chiesa va bene”. Disse trascinando la mitica tavola volante in cima alla salita.

A parte lui, già pronto e spavaldo, dopo una breve conta, la sorte decise il secondo pilota: Franchino il sognatore. Non era proprio una mongolfiera, ma lui era felice ugualmente.

Uniti dal coraggio, i due impavidi eroi si gettarono a bomba giù per quella che doveva essere una passeggiata de salute ma che piano piano diventava sempre più pericolosa. Venivano giù come razzi tra la gente che gli gridava dietro “Li mortacci vostri”.

Ad un tratto il vero pericolo. Nello scendere così velocemente, non si erano resi conto che erano ormai molto vicini alla strada, e che un pullman della scuola si avvicinava minaccioso. Loro non potevano vederlo, troppo presi a tentare di frenare in qualsiasi modo. Noi messi in fondo alla discesa sì e iniziammo a gridare: “A Memme’, cazzo, sterza fa quarcosa, ce sta un pulmino, levateveee”. Franchino in quel momento lo vide, era lì a pochi metri, prima spalancò gli occhi terrorizzato e poi li chiuse, forse pregando.

Memmetto tentò l’ultima disperata manovra, ma il pullman ormai era lì.

L’ultima cosa che sentimmo, fu una grossa frenata e poi niente più. Sul bordo del marciapiede c’erano i resti della tavola volante, e poi i nostri amici addosso la rete di recinzione. Accorsero subito un po’ di persone spaventate temendo il peggio: l’autista, il guardiano, i muratori finché sentimmo una voce, quella de Memmetto incolume: “Tranquilli regà, cià preso de spizzo, ammazza che culo”. Poi si alzò anche Franchino un po’ più acciaccato “La prossima volta prennemo la mongolfiera e ciannamo veramente sulla luna”. E sì finirono le cazzate e i piccoli furti e le cose cominciammo a chiederle al guardiano…

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