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Le figure retoriche

Cosa sono le figure retoriche?

Allora: che cos’è intanto la retorica? Partiamo dall’etimologia. La parola retorica viene dal latino, ars rethorica, cioè l’arte del dire, del parlare, e più specificamente del persuadere con le parole. Il linguaggio figurato invece cos’è? è quello che usiamo per dare forza e colorito al discorso, e impiega parole e frasi che assumono un significato diverso rispetto a quello ordinario, ricco di figure retoriche appunto (metafore e similitudini, analogie, anafore…). Le figure retoriche sono tantissime, ne vedremo solo qualcuna, le più importanti.

La metafora è di gran lunga la figura retorica più usata sia in poesia che in prosa. Il termine metafora deriva invece dal greco, metà + phero, ovvero trasporto. Questa figura retorica, in effetti, trasporta un significato, sostituendolo ad un altro e arricchendolo di potenza espressiva. Non dobbiamo guardare lontano per trovare esempi di metafore anche nel linguaggio di tutti i giorni. Tipo: “una vecchia fiamma”, “ha le mani bucate, fa le corna alla moglie, si danno botte da orbi, un sole che spaccava le pietre… La maggior parte sentite sono cliché comuni che vengono fuori spontaneamente nel discorso.

Ma vediamone qualcuna bella, in ambito poetico, Nell‘Infinito di Leopardi, per esempio: il naufragar m’è dolce in questo mare, dove il mare è evidentemente un mare figurato, è il pensiero del poeta. Non ho voglia / di tuffarmi / in un gomitolo di strade… questo è Giuseppe Ungaretti, Natale.

La similitudine (dal latino similitudo, ossia “somiglianza”) è un’altra figura retorica molto usata che consiste nel paragonare due cose, due entità. E si costruisce attraverso l’uso di avverbi, soprattutto il come. Pincopallina è rossa come un peperone, “Vai veloce come un treno” , “Sei furbo come una volpe” queste sono tutte similitudini (c’è la comparazione, c’è il come). Mentre se diciamo “Sei una volpe” sempre nel senso di furbo, questa è una metafora (non c’è il come, banalmente). Ungaretti nella poesia Soldati usa questa splendida similitudine: si sta come d’autunno sugli alberi le foglie.

Occorre stare molto attenti quando usiamo le figure retoriche, soprattutto le metafore e le similitudini, che se usate a sproposito possono diventare involontariamente comiche. Un mio collega in banca diceva, e scriveva, per esempio a lunghe linee al posto di per grandi linee o a grandi linee. Oppure, la famigerata metafora dello «scendere in campo», coniata da Berlusconi, su cui molti ironizzarono, anche Benigni, ricordando che suo padre contadino all’imbrunire scendeva in campo per necessità fisiologiche.

Se ci accorgiamo che le nostre metafore e similitudini sono troppo abusate, o imprecise e goffe, possiamo fare anche la scelta di usarle poco. È meglio un racconto con poche figure retoriche che uno con tante metafore e similitudini e analogie ecc. brutte goffe imprecise.

Personalmente è una delle qualità stilistiche a cui faccio più caso quando leggo un libro.

Nel creare la metafora, bisogna allontanarsi dai cliché, dalle espressioni e dalle figure già utilizzate dagli altri scrittori, attingendo dal proprio vissuto, dalla propria sensibilità, dal proprio punto di vista sul mondo, altrimenti, oltre allo scrivere degli stereotipi, si finisce per produrre espressioni prive di vita, fasulle.

Le metafore debbono essere un po’ spiazzanti, ma anche qui attenzione a non esagerare, quelle troppo avventurose (cercate troppo per stupire e choccare il lettore) possono essere altrettanto stucchevoli dei cliché.

Vediamo qualche altra figura retorica.

Accumulazione: consiste, come dice il termine, nell’accumulo uno dopo l’altro di vocaboli indicanti oggetti, sentimenti, ecc., sia come enumerazione sia come accostamento disordinato. Una prosa che tende all’accumulo è quella di Gadda, o quella di Alberto Arbasino. O in qualche caso quella di Tondelli. Come in questa rappresentazione del lungomare di Riccione da Rimini:
“La sequenza ordinata delle cabine – dipinte a blocchi con tonalità pastello – aveva in sé qualcosa di metafisico e infantile nello stesso tempo: come si trattasse di un paesaggio costruito per i giochi dei bambini – le casette, i tettucci, i lettini, gli oblò, le finestrelle, le tinte tenui, il rosa confetto, il verdolino, il celestino, l’arancio, il grigio-azzurro, il giallo limone, il viola pallido e altri colori di balocchi e zuccheri filati e frutte candite…”

Allegoria: presenta due livelli di significato: uno letterale, l’altro più profondo. La più classica opera allegorica è La divina commedia, che in senso letterale è il racconto di un viaggio; il significato allegorico è il percorso di un’anima dal peccato alla salvezza.

Altra figura è l’Allitterazione: che è la ripetizione, spontanea o ricercata, per finalità stilistiche, di un suono o di una serie di suoni, acusticamente uguali o simili. per es.: “senza capo né coda”. Spesso l’allitterazione è utilizzata per rendere efficace uno slogan (es.: “Ceres c’è” – che è la pubblicità di una birra) o il nome di un prodotto (es.: “CocaCola”), che verranno facilmente memorizzati grazie all’effetto musicale.

Anacoluto: si ha quando la frase è mal costruita, quando “suona male”. È una vera e propria sgrammaticatura che consiste nel cominciare un periodo in un modo e finirlo diversamente introducendo un soggetto che resta poi senza verbo. Nella scrittura è un effetto della mimesi del parlato. Può essere inconsapevole, oppure consapevole, usata come strumento di ricerca di espressività. La usa tanto, intenzionalmente, per scopi espressivi, lo scrittore Paolo Nori.

Analogia: L’analogia è un confronto tra due cose, di solito con l’obiettivo di rendere chiara la cosa meno conosciuta o più oscura. Esempio: “Quei due sono come cane e gatto”. Non si sa di preciso il rapporto tra le due persone, ma si conosce quello tra cane e gatto.

L’analogia è spesso usata in sostituzione della metafora.

Onomatopea (onomatopeico) si ha quando si cerca di imitare, scrivendo, rumori, suoni, versi di animali, quando si riproduce il rumore o il suono. Tipo, tic tac, che indica il rumore della sveglia o dell’orologio, bau bau del cane, il miao del gatto, il pio pio del pulcino…

Perifrasi: definire qualcosa con giri di parole. Le perifrasi sono figure retoriche che possono essere usate nel linguaggio di tutti i giorni per evitare una ripetizione ravvicinata dello stesso termine, per rendere più comprensibile un concetto complicato, oppure per evitare termini che possono essere percepiti come non rispettosi (eufemismi), ma anche per dare varie sfumature all’oggetto (per es. un tono celebrativo o ridicolizzante).

Esempi danteschi:

«del cul fatto trombetta»: per indicare una flatulenza; «‘l tristo sacco / che merda fa di quel che si trangugia»: per indicare lo stomaco in maniera dispregiativa e triviale; «La gloria di colui che tutto move»: ancora per indicare Dio.

Esercizio. Scrivete un racconto che abbondi di figure retoriche fra quelle censite. Per esempio, potreste raccontare un pranzo di Natale, usando, per descrivere i cibi, la figura retorica dell’accumulazione.

Alla prossima.

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