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Il grande Magnete

“Indossi questa sulla biancheria intima. Poi, può sistemare le sue cose nell’armadietto, anche la borsa e le scarpe”.

L’infermiera esce e chiude la porta. Mi ha dato una camiciola bianca e anche un paio di soprascarpe di velo per non camminare a piedi scalzi.

Mi presenterò così al grande Magnete, senza nessuna difesa, nemmeno quella dei miei abiti. Lui frugherà i miei angoli nascosti e, come un oracolo, dirà solo la verità. Senza pietà.

Sfilo la maglietta.

Il bordo mi sfiora l’orecchio destro. Il fruscio lieve non è una carezza. È un richiamo.

Rivedo la scena.

La dottoressa, una donna carina nei modi e nell’aspetto, aveva detto:

“Non trovo nulla di competenza otoiatrica. Però, vista la sua età, io consiglierei comunque…”

“Una visita neurologica e una risonanza magnetica”.

Avevo anticipato le altre sue parole e lei aveva aggiunto:

“Ecco sì, non perché credo ci sia da preoccuparsi veramente. Diciamo solo per scrupolo”.

Mentre sfilo la gonna, l’orlo si incastra nel tacco e perdo l’equilibrio, ma stavolta non è una vertigine.

Mi appoggio al muro con il palmo della mano, poi con l’avambraccio, poi con tutto il fianco destro. Penso al vuoto improvviso che avevo sentito intorno a me, mentre la mia testa era occupata da quella sensazione di peso interno proprio lì, dietro l’orecchio destro, che sembrava voler comprimere, scostare, divorare tutto il resto.

“Niente panico”, mi ero detta. “Andiamo per ordine: chiamare il neurologo prima di tutto”.

Fabio, mi aveva ricevuta subito. Avevamo fatto quattro chiacchiere sui ricordi in comune, sul resto della nostra vita e sui miei disturbi. Poi, mi aveva visitata.

“Sai, secondo me è tutto a posto. Dico davvero, a parte lo stress, ritengo non ci sia nulla. Ma, sei una donna giovane, meglio andare a fondo per toglierci ogni scrupolo”.

Le stesse osservazioni dell’otorino, avevo pensato, mentre Fabio scriveva sul ricettario.

Risonanza encefalica. Due parole, mille pensieri e improvvisa paura.

Sì, paura, quella fottutissima paura che poi avevo nascosto a tutti per non darle forza.

“Non c’è niente”.

L’avevo ripetuto infinite volte come un mantra per convincere me stessa, nella speranza di un effetto taumaturgico delle parole.

“Non c’è niente”.

L’avevo ripetuto anche mentre prenotavo quest’esame e anche mentre stavo venendo a farlo.

Ora, mentre sfilo le scarpe e indosso gli umili panni per presentarmi al grande Magnete, recito un mantra senza senso, per cercare di non pensare più.

“Acne, cena, ance, cane”.

Chiudo l’armadietto e apro la porta. Devo avere l’aria un po’ persa, perché l’infermiera mi prende la mano e dice:

“Stia tranquilla e cerchi di restare immobile. Vedrà, nel giro di una ventina di minuti sarà tutto finito. Soffre di claustrofobia?”.

“Non lo so”.

Vergognandomi di questa poca confusa conoscenza che ho di me, aggiungo: “Prendo l’ascensore, ma non sopporto di essere costretta tra la gente, nelle situazioni, nei mezzi pubblici e, ovunque, scelgo sempre le poltrone laterali, sennò mi scatta l’istinto di fuga. Qui, comunque, devo rimanere”.

“Oh, sono così anch’io”, lei sorride e alza le spalle.

Nel tono delle sue parole non c’è traccia di ironia, forse è vero che è un po’ come me.

Mi sistemo le cuffie, mi stendo sul lettino che, ricoperto dal lenzuolo bianco, sembra un altare.

Chiudo gli occhi e stringo nella mano la peretta con il pulsante da pigiare se dovessi avere problemi.

Siamo rimasti soli, il grande Magnete e io.

Uno scossone mi avvisa che il nostro incontro è iniziato.

Sarà un confronto o uno scontro?

TUM TUM TUM.

Comincia così.

Colpi distinti, uno dietro l’altro, come in una fucina.

Poi ancora, ma stavolta a raffiche, come in una guerra.

Poi ancora, ma ritmati, come la musica nelle discoteche.

Il grande Magnete batte e, battendo più forte, sta frantumando il muro che ho costruito per difendermi.

“Acne, cena, ance, cane”.

Mi ostino a resistere, a non voler pensare, ma il mantra senza senso non funziona.

I miei pensieri sfuggono dalla breccia che è stata aperta. È un’esplosione di frammenti di idee, schegge di ricordi, scintille di emozioni, fuochi artificiali che brillano e poi si spengono in fretta come si spegne la vita.

È un’esplosione che libera anche la mia paura. Lei approfitta del mio smarrimento per stendersi sopra di me. Ne avverto il peso sul petto. Vorrei divincolarmi, ma mi inchioda. La sento, sogghigna mentre mi fa sua. Non ho scampo. Mi stringe il collo, non respiro.

Imploro il grande Magnete.

“Dimmelo. Sono malata? Sì, no? Quanto? Di cosa? Quanti anni saranno? Come saranno? Darò fastidio?”.

Lui non risponde, continua a battere, a insinuarsi nelle circonvoluzioni del mio cervello, mentre io so che non sono pronta.

Non posso essere pronta, non così all’improvviso.

Devo ordinare le tende per la sala e dipingere le pareti delle camere da letto, portare i documenti in banca, pagare l’assicurazione.

E poi a studio? Devo mollare proprio ora che ho ingranato, che le persone si fidano di me?

“Mi dispiace, ho un problema personale, la affiderò a un collega, se vuole”.

Una scusa idiota e irresponsabile. Penseranno che non voglio, anzi, che non so occuparmi di loro. Invece, è solo che non avrò più tempo. Nemmeno per me.

Non sono pronta, non ora, non ora.

Una breve pausa da quel TUM TUM TUM.

Possibile che il grande Magnete abbia finito? Mi sento quasi sollevata, ma dopo un altro scossone, il suo bombardamento riprende. E così, i miei pensieri.

Come faccio a dirlo a Carlo? Come faccio a consolarlo? Ad accettare la sua vicinanza che, giorno dopo giorno, trasformerà l’amore in pietà? Che ne sarà dell’idea di avere finalmente un figlio?

So cosa mi dirà: “Non avremo un bambino? Pazienza, è il male minore. Lui non esiste. Tu sì. Se avessimo già avuto un figlio, come farei a occuparmi di te, se dovessi pensare anche a lui? E, dopo, come farei da solo?”.

“Dopo”. Perché ci penso? A che serve? Forse a odiare un po’ Carlo, per non sentire il dolore di quel “dopo” che gli ho fatto dire così freddamente o per ciò che non abbiamo avuto fino a oggi?

Che pena mi fa, ora, il mio elemosinare attimi di bambini di altre, per stringerli al seno e annusare il loro profumo di talco, latte e sudore.

Che pena mi faccio a essermi illusa, sicura che un giorno quella gioia sarebbe stata mia.

Il mio desiderio svanirà con me, devo farmene una ragione.

“Acne, cena, ance, cane”.

Recupero il mantra senza senso. Ci riprovo a fare ancora il vuoto nel cervello, ma la paura mi strizza il cuore per richiamarmi in questo attimo presente, in cui sto dando certezza all’assenza di futuro.

Avverto i battiti che stanno seguendo il ritmo del TUM TUM TUM.

Mi sorprende questa capacità di incontro. Provo, allora, ad armonizzare anche il respiro, perché si crei un accordo, come tra i suoni degli strumenti nel golfo mistico.

Sembra possa funzionare e allora penso che non posso essere così stupida da arrendermi, all’improvviso e senza alcuna resistenza, al buio dei pensieri.

“Non c’è niente”, me lo ripeto qui e ora, credendo nell’effetto taumaturgico delle parole.

Anche se so che non mi ascolta, che non gli importa, mi rivolgo al grande Magnete con un tono di sfida.

“Scava, seziona, fruga, pure. Non troverai ciò che cerchi, perché non c’è. Non c’è niente”.

TUM TUM TUM

Colpi distinti, ma rallentati, come il ritmo di un tamburo che sta finendo di rullare. Un ultimo scossone, poi più nulla.

Il silenzio del grande Magnete, in risposta alla mia sfida, sembra un’esortazione ambigua: “Ora riposa in pace”.

Venti minuti lunghi, eppure brevi.

“Abbiamo finito, è stata brava a restare immobile per tutto il tempo. L’esecuzione dell’esame non ha avuto problemi”.

Guardo l’infermiera, vorrei dirle che mi sembra incredibile l’esserci riuscita.

Invece mi volto verso il lettino. La paura è stesa lì, al mio posto. Vedo uno scintillio nel suo sguardo, mentre fa cenno di alzarsi per prendere lo slancio e tornarmi addosso.

Allungo la mano, come se un semplice gesto possa avere il potere di mantenere la distanza tra noi.

“Sta’ lì”, le dico.

Ho ripreso il controllo di me stessa.

Mi sfioro l’orecchio, stavolta è una carezza.

L’infermiera osserva il mio gesto.

“Può rivestirsi e poi accomodarsi in sala d’attesa. La chiameranno per consegnarle il referto. Non dovrei, ma…”.

Fa una pausa, un tempo sospeso come il mio respiro, come i miei pensieri senza mantra, e poi, sorridendo, sussurra:

“Non c’è niente”.

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