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Francesco R. De Campos: “Ho scritto quasi col gusto del lettore, vedendo quello che succedeva nello svolgimento della vicenda”

Una delle fortune di lavorare alla radio è quella di incontrare persone di notevole spessore umano e artistico, magari non conosciute dal grande pubblico (che in fondo conosce sempre i pochissimi più in vista), ma capaci di creazioni e intuizioni notevoli. Una di queste persone è Francesco Redig De Campos, musicista preparato, bassista capace di passare dalla musica colta al rock&roll alla trap più o meno parodiata. Mentre lo sentivo esibirsi con il gruppo che suona al Ruggito del Coniglio di Radio2 Rai (e cioè I Rabbits), intanto lui sfornava i suoi podcast, Orfeo Coatto e San Satanista, nonché uno spettacolo teatrale, Il più bello del mondo. Adesso, con l’unica avvertenza di sostituire Redig con una R. puntata, lo potete trovare in libreria con il suo romanzo Che fine hanno fatto i Dorian J? (Lastaria edizioni 2021), storia sorprendente sul destino di un aspirante musicista, costruita con la tecnica delle sliding doors, cioè con un episodio che cambia il destino del protagonista. Un destino che De Campos segue in entrambe le direzioni. Insomma, se vi siete mai chiesti come sarebbe andata se aveste fatto una scelta piuttosto che un’altra, questo libro vi mostra la risposta. Almeno per quanto riguarda Davide Durante, l’eroe della storia. Ed ecco che mi è venuta voglia di fare qualche domanda a Francesco, visto che l’ho beccato per una volta senza strumenti tra le mani.


Che fine hanno fatto i Dorian J? racconta la storia di una band musicale, naturale chiederti quanto ci sia di autobiografico.

In realtà la parte che riguarda la carriera musicale di Davide è poco autobiografica. Certo la conoscenza del mondo musicale, dei suoi riti e delle modalità delle produzioni sono estremamente reali. E anche se non è “auto”, ho preso varie esperienza dalle biografie di amici e colleghi. Paradossalmente la parte leggermente più autobiografica è tutta quella che concerne i rapporti con la famiglia.

Perché hai deciso di raccontare con la formula delle sliding doors?

La prima idea era quella di raccontare come un episodio paradossale (proprio come quello che accade nel primo capitolo e che poi porta al bivio tra le due opzioni della storia) potesse funzionare da espediente per rimettere la vita su binari coerenti dopo un periodo dagli obiettivi sfumati. E mentre ragionavo su quest’opzione, mi è venuta l’idea di provare a immaginare cosa sarebbe successo se l’episodio paradossale si fosse concluso nella maniera opposta.

Tieni presente che, a differenza di altre cose che ho scritto, questa volta non sono partito da un soggetto ben stabilito. Avevo un canovaccio in cui Davide nella parte A era un’idealista che si fida di tutti e che deve “scontare” il suo successo professionale, mentre nella parte B diventava un rancoroso con il grande rimpianto di non aver potuto realizzare il suo sogno. Ma a parte questo ho scritto quasi col gusto del lettore, vedendo quello che succedeva nello svolgimento della vicenda, visto che anch’io non sapevo dove andava a parare. Infatti per orientarmi scrivevo dei riassunti di ogni capitolo (con le date e gli avvenimenti principali). Praticamente scrivevo il soggetto dopo il capitolo e se per certi versi è stato un procedimento faticoso, indubbiamente mi sono divertito molto.

A decidere della vita del protagonista c’è l’anno di servizio militare obbligatorio, ormai eliminato. Come lo giudichi?

Ehm, ho scritto che di autobiografico c’erano solo i rapporti con la famiglia? Nel giro di persone che frequentavo all’epoca c’era una convinzione: “Chi ha le palle il militare non lo fa”. Col senno del poi è indubbio che non sarebbe stata una tragedia fare un anno di naja, però io non la feci e se l’avessi fatta non sarei stato ammesso al Conservatorio, perché avrei superato il limite di età per l’ammissione. La mia vita sarebbe stata radicalmente diversa.

All’inizio hai inserito l’elenco dei personaggi, che sono molti, come in un copione teatrale o in un giallo classico. Avevi paura che il lettore si perdesse?

Fosse per me farei una legge per obbligare tutti gli editori a metterla su tutti i libri. Quando lessi I Fratelli Karamazov forse perché era abituato a leggere prima di addormentarmi o per chissà quale altro motivo, mi persi l’origine di Smerdiakov che, come sappiamo ha il suo peso nello sviluppo della vicenda. Trovo che inserire i nomi dei personaggi sia una forma di rispetto verso il lettore che così può seguire la vicenda con facilità anche in una storia come questa che ha due sviluppi in un arco temporale di quindici anni. Per me i “personaggi” sono stati funzioni al servizio del racconto e mi dispiacerebbe se nel turbinio delle due vite parallele di Davide un lettore si trovasse col dubbio “E mo questo chi era?”

Il mondo della musica che descrivi è pieno di insidie, quasi brutale. È davvero così?

No, no. È molto peggio. Ma lo scopo non era quello di sfogare i miei rancori verso la meschinità imperante nel sistema produttivo italiano. Ho voluto creare una parabola (che dalla tragedia greca, fino ai film di Scorsese, mi pare sia una formula che ha regalato all’umanità una letteratura di un certo peso) funzionale alla storia e ho cercato nella mia esperienza aneddoti per poter rendere credibile il racconto.

C’è un ruolo che assegni alle canne, alla marijuana, è il classico sex and drugs and rock and roll?

Guarda, sono la persona meno adatta a rispondere a questa domanda. Convivo con Martina da ventisei anni e dopo le serate il mio unico scopo è stato quasi sempre cercare di andare a dormire il prima possibile. Personalmente ritengo un’assurdità non dico la proibizione dei derivati della canapa, ma anche solo il fatto che ci sia un dibattito su questa questione. Fumo con regolarità da trentacinque anni (anche se negli ultimi tre la vita mi ha portato a fumare il CBD che non ha effetti psico attivi) e questo non mi ha impedito in nessuna maniera di essere un cittadino a modo, di creare una famiglia in cui ci vogliamo bene e di svolgere tutte quelle incombenze che costano impegno e fatica.

Personalmente, come dice uno dei personaggi del romanzo, io penso che non solo l’uso della canapa dovrebbe essere legale, ma auspico pure un premio da parte dello stato (che so, si potrebbero immaginare degli sgravi fiscali) per chi ne fa uso. La società se ne avvantaggerebbe tutta.

Tu sei un musicista raffinato, diplomato al conservatorio, autore di progetti colti, però hai scritto di un gruppo che va a Sanremo, perché?

Ti ringrazio per il “raffinato”. Ma in realtà non credo che il diploma in conservatorio, le partiture di significati che ho scritto per Musicasignificata, il suonare in molteplici contesti che vanno dalla classica al jazz o al rock siano in contrasto con la Trap dei cinquantenni dei Mirrors (un gruppo con cui parodiamo un tipo di linguaggio e anche una musica che dovrebbe vederci seduti sui bastioni della vita a criticarla per ogni singolo aspetto).

Si dice che le donne abbiano la capacità di “agire in multitasking” (personalmente credo che sia una storia inventata dagli uomini per continuare a sottometterle, ma questo è un altro discorso). Io ritengo invece di avere varie modalità:  “il raffinato musicista”, un “cittadino che si barcamena”, un padre che ce l’ha messa tutta, di tanto in tanto l’ubriacone che incontri al bar, ecc. e tutti questi aspetti convivono e si riflettono in quello che produco. L’andare a Sanremo era funzionale per la costruzione della parabola di cui accennavo sopra. Certo è che, per motivi cronologici ho dovuto studiare una delle edizioni meno significative degli ultimi trent’anni, quella del 1991. E sono particolarmente orgoglioso di aver trovato tanti episodi succosi, su tutti quello della nota sbagliata del sassofonista dell’orchestra durante l’esibizione di Loredana Berté.

La prefazione al romanzo è scritta da Claudio Gregori, in arte Greg, cosa vi lega?

Tanto, ma tanto Rock ’n roll. Con Claudio suono dal 1996. Abbiamo condiviso sedici anni in un gruppo che si chiamava Blues Willies e alcune delle vicende che racconto, oltre a qualche cameo, sono ispirate da quel periodo. A differenza di molti (probabilmente lo stesso Claudio) io non ho un’ideale di bellezza al quale rifarmi per giudicare se un’opera, un libro, una composizione sia bella. Ma ho un amore sconfinato per la creatività intesa come le possibilità associative della mente umana. Ecco, negli anni che ho lavorato a stretto contatto con lui, io ho assistito più volte (sia sul piano professionale che su quello squisitamente relazionale, magari durante una cena) a manifestazioni di creatività talmente esplosive e pure da lasciarmi a bocca aperta e per questo quando Lastaria mi ha chiesto una prefazione, ho voluto fortemente che fosse lui a scriverla.

Che fine hanno fatto i Dorian J? è la tua Boheme, l’opera che narra il crollo delle illusioni giovanili?

No, non parlerei di crollo, piuttosto di rimodulazione e di celebrazione del rapporto di causa ed effetto.

Giunto a questo punto, valeva davvero la pena diventare un musicista, oppure era meglio trovarsi un “lavoro vero”?

Che dici, lo scrittore può essere ascritto alla categoria “lavoro vero”?

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