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Alessandro Cinquegrani: “Per me ogni romanzo è un’esperienza che ha bisogno di vita”

Era il 2012 quando veniva pubblicato Cacciatori di frodo (ed.Miraggi), esordio narrativo bello e sorprendente di Alessandro Cinquegrani, finalista alla XXIII edizione del Premio Calvino. E da quel momento, ogni tanto, ci sono tornate in mente la scrittura e le storie di quell’autore, che aveva continuato a pubblicare altri testi e a svolgere le sue attività nell’ambito culturale, ma non aveva più dato alle stampe un nuovo romanzo. Di Cacciatori di frodo leggiamo di solito anche alcune pagine nei nostri laboratori di scrittura, e alla fine chi le ascolta rimane colpito e talvolta emozionato. Così, quando abbiamo saputo che era uscito un suo nuovo romanzo, Pensa il risveglio (TerraRossa 2021), da qualche giorno in libreria, abbiamo pensato che era un’occasione che non poteva sfuggirci per parlare con l’autore che anche in questa nuova prova si rivela una delle voci più interessanti e originali del nostro panorama letterario. Pensa il risveglio (che credo sorprenderà chi ha letto il precedente) è una narrazione profonda ma nello stesso tempo limpida, capace di lasciarsi seguire e di affrontare con lucidità tante sfaccettature della nostra realtà contemporanea. Ed ecco la conversazione che ho avuto con Cinquegrani. Al quale mi è sembrato naturale rivolgere il “tu” anche se non ci siamo mai incontrati, vista la sensazione di conoscerlo attraverso le sue pagine, cosa che per me resta la vera prova dell’esistenza di una voce da narratore, che resta riconoscibile e suona famigliare anche quando il suo tono muta da una storia all’altra.


Dieci anni tra il primo romanzo e questo, perché?

Per come intendo io il romanzo, deve affondare le sue radici nel profondo della memoria e dell’esperienza dell’autore. Tutto ciò poi va trasfigurato, va reso letteratura e quindi non resta traccia di questo per il lettore: almeno per chi come me fa romanzi totalmente di fiction. Questo causa dopo ogni romanzo e in particolare dopo il primo, quella sorta di vuoto di memoria, di cui parlava anche Vincenzo Consolo quando pubblicò Il sorriso dell’ignoto marinaio a 13 anni dal suo primo romanzo.

Tutto ciò è diverso da quello che accade ai cosiddetti narratori puri che sanno raccontare storie e ne trovano ovunque e sanno metterle su pagina benissimo. Per me ogni romanzo è un’esperienza che ha bisogno di vita. Spero possa essere un’esperienza anche per il lettore.

Cosa pensi della discussione ormai antica sulla presunta fine del romanzo?

Periodicamente si torna a parlare di fine del romanzo. Questo accade soprattutto perché il romanzo esiste solo nella misura in cui è in grado di mettersi continuamente in crisi. Perciò ovviamente non penso che il romanzo stia morendo, ma penso che il romanzo sia in crisi (una crisi che non porterà alla sua fine ma a una ulteriore trasformazione).

Il punto è l’invasione della non fiction, che oggi è presentata come una novità ma che risale almeno a vent’anni fa. Ho letto e studiato la migliore non fiction (Carrère, Cercas, Covacich…) ma credo che la sua sovraesposizione ci faccia perdere il fascino delle storie e impoverisca in parte l’immaginario della letteratura. Credo molto nel potere conoscitivo delle storie d’invenzione che possono raggiungere zone nascoste della nostra psiche. Ho sempre amato molto le narrazioni postmoderne, ovviamente non penso possano tornare tali e quali, ma forse la grandezza delle loro invenzioni può essere recuperata. “Abbiamo bisogno di una nuova ermeneutica della visione”, dice a un certo punto una psicoterapeuta in Pensa il risveglio. Nel romanzo cerco di far convergere la visione – la narrazione immaginifica – nella realtà più concreta e tangibile che si raggiunge nel finale.

Indubbiamente Pensa il risveglio è diverso da Cacciatori di frodo, è stata una scelta dettata dall’istinto oppure un progetto ragionato?

Cacciatori di frodo era un romanzo rabbioso, umorale, scaturito quasi improvvisamente e, se mi permetti il paradosso, quasi mio malgrado. La scrittura seguiva questa nascita improvvisa, ed era una scrittura torrenziale e ostinata, molto particolare. Immediatamente dopo quella pubblicazione ho capito in maniera molto chiara e lampante che quella scrittura non poteva essere riproposta così come era, perché era strettamente legata a quel personaggio, a quel romanzo, al modo particolare in cui è nato.

Da allora ho iniziato a cercare uno stile nuovo, che non volevo fosse banale, ma non volevo fosse quello di Cacciatori di frodo. Sono riuscito a trovare una soluzione per me soddisfacente dopo molto tempo e grazie anche alla sollecitazione di chi mi ha chiesto in questi anni dei racconti.

Uno dei primi lettori del dattiloscritto di Pensa il risveglio, l’amico scrittore Paolo Zardi, mi ha detto dopo averlo letto: “è tutta un’altra cosa rispetto a Cacciatori di frodo però si sente che sei tu”. L’ho preso come un complimento: restare me stesso come autore, anche cambiando quasi radicalmente il mio modo di scrivere. Del resto credo che il senso tragico e amaro di fondo, ma anche alcune cose concrete come il rapporto tra i due protagonisti, resti molto vicino al primo romanzo.

Non voglio svelare troppo della storia, ma mi sembra che uno dei temi sia una riflessione tra “vita digitale” e “vita reale”, si comincia con una serie tv che ricorda The Man In The High Castle di Philip K. Dick o Il racconto dell’ancella di Margaret Atwood e continua tra le montagne svizzere…

Ci sono diversi livelli narrativi in questo romanzo. Ognuno dei quali corrisponde a un diverso modo di conoscere e trasfigurare la realtà. Oggi è un tema sociale (sempre in quel discorso un po’ programmatico della psicoterapeuta si richiama proprio la vita digitale e dei social), però per me è anche un tema molto intimo, molto privato. Diamo grande credito alla realtà, pensando che sia qualcosa di semplice e chiaro e oggettivo. Temo non sia così.

Quanto al prologo, ti ringrazio per i riferimenti altissimi. Qualcosa ovviamente ho preso da lì, ma ho voluto anche mantenere qualche elemento un po’ superficiale, un po’ posticcio, proprio per la natura particolare di quel primo capitolo, che serve anche da chiave di lettura per il seguito.

E poi c’è l’orrore storico, il totalitarismo, l’ingiustizia della vita. I nazisti che continuano a condurre per decenni una vita “normale” dopo i lager, I sommersi e i salvati, come si è già detto.

Primo Levi diceva che il lager era “una grande esperienza biologica e sociale”, dove per “esperienza” intendeva “esperimento”, come risulta chiaro dal contesto. Credo che l’affermazione – per molti versi spaventosa – valga per tutto il contesto nazista. Ho studiato per qualche anno come questa tragica realtà è stata trasfigurata in diverse forme narrative, e mi hanno sempre affascinato soprattutto le ricadute sulla nostra realtà e come alcune esperienze fungano da archetipi per capire noi stessi e ragionare sul male.

In questo romanzo mi sono soffermato soprattutto su una prospettiva che mi inquietava e mi affascinava, ovvero sul dopo la fine del nazismo: come si può vivere una vita più o meno normale portandosi dietro un bagaglio spaventoso come quel passato tragico?

A un certo punto, un tuo personaggio dice: “Stavo pensando alle interpretazioni dei fatti che sono fatti esse stesse, più reali dei fatti stessi”. E’ questa la nostra realtà? L’interpretazione?

Mi rendo conto che la frase può essere pericolosa e che potrebbe essere strumentalizzata da negazionisti, terrapiattisti, persone che negano il Covid e figure di questo genere. Ma spero che si capisca che il mio discorso è molto diverso e più articolato, e il fatto che ci siano persone che negano eventi reali e ovvi, non esclude però l’evidenza che la realtà sia complessa e includa per esempio i nostri moti psichici, il nostro inconscio, i nostri sogni e le nostre aspettative. La cosa mi è risultata evidente quando mio padre sul letto di morte e in preda ad allucinazioni dalle quali io cercavo di allontanarlo, mi ha detto – come riporto in esergo -: “Ma sei sicuro che sia la tua realtà quella giusta?”. Dopo la sua morte mi è capitato per esempio di aver dovuto rivedere alcune cose fondamentali della mia vita e mi sono reso conto che avevo travisato totalmente la mia realtà passata, probabilmente a causa di spinte interiori inconsce che non comprendevo. La mia stessa memoria mi aveva ingannato e non mi riconoscevo più in alcune persone che mi circondavano: è stata un’esperienza terribile. La mia vita è stata stravolta dalla mia incapacità di leggere la realtà nella quale ero immerso. In questo senso intendo che è necessario prendere atto della complessità della realtà e fare i conti anche con le sue diverse interpretazioni. È un tema decisivo di Pensa il risveglio.

“La pelle è un confine labile, va difeso strenuamente” fai dire a Lorenzo.

Sembra una frase delirante detta da questo strano personaggio, ma hai fatto bene a individuarla perché è rappresentativa dell’intera storia. Uno dei punti di partenza del romanzo, come dico nella nota finale, è la consapevolezza che “ho sempre sentito il bisogno di scomparire”. Scomparire, che è un tema che ritorna in molte declinazioni è come tuffarsi dentro la propria interiorità, dentro uno spazio finito e infinito che ha regole proprie e particolari. La tentazione per me è sempre stata quella di perdermi dentro quella interiorità. Poi c’è il mondo esterno che è rappresentato soprattutto dal fluire del tempo. Il conflitto tra questi due poli è uno dei temi cardine del romanzo. La pelle rappresenta dunque il confine tra questi due mondi che dialogano tra loro ma sono molto diversi.

La figura che inquieta maggiormente il tuo protagonista è Albert Speer, perfino più di Mengele, perché?

Speer e Mengele sono due figure spregevoli: Speer era l’architetto del regime, il ministro degli armamenti, e amico intimo di Hitler, fu nella commissione segreta che decise la cosiddetta “soluzione finale”; Mengele fu il noto medico di Auschwitz che commise ogni efferatezza sui prigionieri e in particolare sui bambini con la nota e sciagurata attenzione per i gemelli. Eppure i due ci sollecitano in maniera diversa, soprattutto per quanto è successo dopo la fine del regime. Mengele è fuggito in Sudamerica, nascosto, braccato dal Mossad, sempre in fuga, sempre con identità false, lavori fittizi, fino alla morte a Bertioga. Speer invece capì presto la nuova situazione, iniziò a dare informazioni ai nemici fin dal primo periodo in carcere. Fu l’unico a cavarsela con una condanna a 20 anni di carcere: pochissimo se commisurato alla grandezza del male che aveva procurato. Scrisse dei libri, partecipò a programmi televisivi, aiutò biografi: divenne una persona apprezzata, raccontando sempre le proprie colpe, tranne quella peggiore, aver approvato la soluzione finale.

Nel libro faccio un paragone: quando incontriamo un animale feroce ci dicono di non scappare altrimenti quello ci identifica con una preda e ci assale, mentre se ci comportiamo con naturalezza, muovendoci lentamente, simulando serenità, il predatore sarà spiazzato. Mengele si comporta con noi da preda e scappa, e noi sappiamo odiarlo, ne facciamo (giustamente!) il nemico, il rappresentante del male assoluto. Ma che succede se la preda si comporta come Speer? Se sorride, ci accoglie, si presenta come un uomo affascinante e di successo, scrive libri, frequenta televisioni, è persino empatico con noi? È questo che ci mette in crisi. Speer è l’uomo che cade sempre in piedi, riesce a muoversi in un eterno compromesso, in cui non si preoccupa di abdicare dalle proprie idee e modificarle radicalmente pur di non cadere. La cosa che inquieta il protagonista è che anche lui ha la tentazione di cadere sempre in piedi, di adeguarsi a quanto accade, a volte vorrebbe avere questa capacità di Speer. Vorrebbe, in qualcosa, assomigliare a un mostro? È terribile.

“Ognuno di noi ha un ideale di sé”, scrivi. E questo sembra un pericolo.

Nel romanzo si parla di un conflitto tra ideale e tempo. L’ideale è astratto e per l’appunto è al di fuori del tempo. Il nazismo è riuscito a raggiungere questi livelli terribili di aberrazione proprio perché era rivolto a un suo ideale al di fuori dalla realtà e dal tempo. Quindi è un pericolo, hai ragione. Però quanto detto prima di Speer ovvero il compromesso che si raggiunge quando l’ideale si contamina con la realtà, potrebbe essere altrettanto pericoloso. Mi piace un romanzo che non dia soluzioni, ricette o risposte, mi piace un romanzo che metta in crisi.

Secondo te, Pensa il risveglio è più un romanzo filosofico o più una distopia? Oppure entrambi o magari non ti riconosci in nessuna di questa tua definizione?

Credo sia difficile definirlo. Ci sono aspetti da romanzo giallo, da romanzo storico, persino da romanzo apocalittico, e poi certo romanzo filosofico o distopico. Alla fine diventa anche un romanzo realistico ed è stato definito un romanzo politico. Mi annoiano i romanzi nei quali quando si gira pagina si sa cosa aspettarsi, vorrei che il mio non lo fosse.

Al di là delle definizioni mi interesserebbe far capire che la trama si rinnova continuamente e che sono tante le cose che succedono (sparizioni, interrogatori, bombe, stragi, terremoti…), e d’altra parte sono tanti i temi messi in campo (il male, il tempo, l’ideale ecc.). Nelle intenzioni però le due dimensioni, quella più chiaramente narrativa e quella più riflessiva e filosofica, si compenetrano in tutta la parte finale e si spiegano l’una nell’altra. Come diceva già ai suoi tempi Virginia Woolf: non faccio proclami, non canto canzoni, non predico idee, inseguo soltanto i miei personaggi.

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