Fabrizio Nelli: “La provincia è un luogo universale che si contrappone alla città”

Intervista all'autore di un romanzo che coniuga Giacomo Leopardi e la distopia

Se qualcuno riuscisse a compiere una lettura completa di tutti i romanzi scritti negli ultimi anni, pubblicati o no, di successo o no, scoprirebbe – credo – che una gran messe, e forse la maggioranza tra tutti i generi rappresentati (secondo me più del giallo, del rosa, del romanzo borghese), sono di quel tipo di opere che un tempo sarebbero state definite di fantascienza, o fantastiche, o utopie negative, e che adesso definiamo distopie con termine alla moda. In una scuola di scrittura in questo momento se ne vedono nascere molte. Ma non credo che ce ne siano tante che somigliano a quella che ha scritto Fabrizio Nelli, che già nel titolo e sottotitolo rivela la duplice fonte della sua ispirazione: La città tentacolare, distopico leopardiano (Carmignani Editrice 2020). E infatti accostare al sensibile e potente poeta dell’Infinito e della Ginestra un mondo da dopo bomba sembra l’avverarsi di un paradosso temporale destinato a mandare in confusione il lettore e la storia che l’autore racconta. Eppure proprio il messaggio leopardiano del tenersi insieme sulle pendici di un vulcano sterminatore sembra rispondere meglio di altri alla fredda sfida dei nostri tempi. E la poesia, senza retorica, che il protagonista sente riaffiorare a poco a poco dal deserto della sua mente, può farci riconoscere davvero per quello che siamo. Malgrado tutto. E così mi è venuto voglia di ascoltarlo, Fabrizio Nelli, autore di altre opere sempre in bilico tra drammi personali e vita di provincia, per farci raccontare questa sua ultima creatura.


Cos’è che ti ha fatto unire due entità apparentemente così distanti, un poeta dell’Ottocento e una distopia sul futuro?

Leopardi è un poeta che amo molto. Amo la sua visione del mondo, specialmente quella dell’ultimo periodo della sua vita, quello che alcuni critici hanno definito eroico. Se fosse vissuto un po’ di più ci avrebbe riservato delle sorprese. Ne La Ginestra o fiore del deserto che è considerata il suo testamento spirituale, Leopardi immagina una società solidale basata sulla consapevolezza della fragilità umana, dove ci si aiuta l’uno con l’altro contro le avversità della natura che è indifferente alle sorti degli uomini. Sembra un concetto pronunciato da Greta Thunberg. Quando ho iniziato a scrivere il romanzo distopico questa visione del mondo c’è finita dentro.

A quale città pensavi quando hai immaginato la metropoli della tua storia?

Non ho pensato a una città in particolare, ho messo insieme suggestioni ricavate da altri romanzi distopici o da film di fantascienza. Ci sono Le città invisibili di Calvino, la saga di Guerre Stellari, Matrix e 1984 il libro e il film. Inoltre ho immaginato un luogo dove la burocrazia ha preso il sopravvento e  generato un potere assoluto, totalitario. I regimi si perpetuano grazie alla connivenza di un apparato che li sostiene. La città tentacolare alimenta se stessa con una fitta rete di corruzione e di soprusi che stordiscono la popolazione, la annientano, le tolgono perfino i ricordi perché ricordare costringe a pensare.

Credi che il futuro sarà davvero così brutto come viene descritto in molti romanzi di oggi?

Penso che se non ci rendiamo conto che le risorse del nostro pianeta sono finite, se continuiamo a pensare solo a noi stessi e non alle future generazioni, il mondo non riuscirà a sopravvivere. La letteratura mette in scena questa paura, forse per esorcizzarla. L’intelligenza, la ragione umana ha la capacità di trovare una strada per la sopravvivenza a patto che si unisca in un unico obiettivo, e qui si ritorna a Leopardi.

Non hai paura che il tuo romanzo possa essere confuso con le tante distopie che escono oggigiorno?

Spero che riesca a distinguersi. I miei libri precedenti parlano di altro. Rapsodia Toscana è un romanzo di formazione e Blues di Provincia una raccolta di racconti ambientati in Toscana, ma credo che un po’ di quelle atmosfere siano entrate anche in questo lavoro. E quindi, tra le righe, il lettore può ritrovare anche le descrizioni di luoghi tangibili e riconoscibili come per esempio le isole dell’Arcipelago Toscano. Tra l’altro il romanzo nasce proprio dallo sviluppo di un racconto contenuto in Blues di Provincia: Il diluvio. Spero che questa caratteristica, insieme al riferimento alle tematiche leopardiane, fornisca un connotazione particolare in grado di distaccarsi dalle troppe distopie che vanno di moda.

Scegli sempre la provincia come ambientazione delle tue storie, come mai?

La provincia è il posto dove vivo, il luogo dove traggo la mia ispirazione. Le storie e i personaggi che ho raccontato, specialmente nei libri precedenti, fanno parte della vita di tutti i giorni. Spesso uno scrittore drizza le proprie antenne e, attraverso la sua sensibilità, cattura ciò che lo circonda, lo filtra con i propri sentimenti e desideri e lo restituisce al lettore con la scrittura. In provincia i ritmi sono più lenti, le azioni sfocate, i contrasti attenuati. La provincia è un luogo universale che si contrappone alla città, un microcosmo con caratteristiche comuni simili in molte zone geografiche.

I protagonisti della tua storia all’inizio dormono il sonno dell’incoscienza, inconsapevoli del sistema che li ha resi innocui, docili come agnellini e senza emozioni. Siamo noi?

Potremmo essere noi. Noi che siamo assuefatti alle notizie dei telegiornali, plagiati dai talk show televisivi, coccolati dai social, ingannati dalle fake news. Noi che abbiamo perso la capacità di meravigliarsi. Ci piacciono le fiction e i libri che assecondano e addormentano, preferiamo crogiolarsi nel nostro brodo, invece di mettersi in discussione e fare dei ragionamenti nostri. Alla fine ci conviene seguire l’andazzo generale, i luoghi comuni, l’omologazione. Senza la coscienza critica è facile cadere nelle trappole del potere.

Il personaggio principale, Alvino, sembra voler scappare verso la costa, verso il mare, perché?

Dopo che una nube tossica ha contaminato l’ambiente e compromesso la memoria delle persone, gli abitanti vivono in città purificate, controllate dalla dittatura che per mantenere il potere alimenta l’oblio. Il protagonista fugge verso il mare perché lungo la costa l’aria non è contaminata e si è formata una colonia di ribelli. Questo è quello che succede nella trama. Per andare più a fondo, il mare rappresenta la libertà, la fantasia, le idee, tutto quelle che non può essere rinchiuso negli agglomerati della città. Al mare si scruta l’orizzonte, l’infinito, si scorgono le vele. Il mare si attraversa per raggiungere le isole e sul mare c’è sempre un faro che illumina le onde, un luogo dove rifugiarsi anche se siamo da soli con noi stessi.

Hai scelto uno stile di scrittura scarno, ti sembra più adatto a narrare situazioni così estreme?

Quando scrivo tendo ad essere scarno. Uso i periodi brevi e il non detto. In questo caso forse il mio stile di scrittura è adatto alla storia che descrive l’essenzialità dei sentimenti di chi lotta contro l’oppressione. Nella società che ho immaginato il meccanismo che controlla le menti non è perfetto. Ogni tanto si manifestano dejà vu che mettono in crisi l’impalcatura creata dal regime. In questa cornice, dove i ricordi riaffiorano lentamente, una scrittura senza orpelli senz’altro è più funzionale. Poi può darsi che col tempo il mio stile cambi, che diventi più ricco esplicativo, più ricco di dettagli e descrizioni. Chissà?

Anche in questa storia, come in altre tue, tornano le canzoni, soprattutto quelle degli anni sessanta e settanta. Cosa rappresentano per te?

Nelle storie che scrivo compare spesso un sentimento di nostalgia che evoca momenti vissuti nel passato. Le canzoni mi aiutano a tornare a quelle emozioni. La musica, come la colonna sonora di un film, aggiunge sensazioni, e il lettore, attraverso la citazione o le parole di una canzone, può assaporare meglio queste emozioni. Poi a me piacciono i cantautori e, nelle loro canzoni, i testi hanno un rilievo a se stante e possono essere utili nell’intreccio narrativo. E nel mio ultimo libro appena uscito su Francesco Guccini (Il mio Guccini: non è uno scherzo sapere continuare) ho fatto di più. Ho messo dei link a filmati Youtube visionabili attraverso il QR code.

A un certo punto compaiono dei personaggi dai nomi salgariani: Yanez e Tremal-Naik. Perché li hai scelti?

Salgari è stata una delle prime letture. Prendevo i libri alla Biblioteca Comunale e li leggevo tutti d’un fiato. Le avventure della Tigre della Malesia e dei suoi compagni mi hanno condotto in mondi fantastici che non ho mai dimenticato. Così quando le vicende del romanzo si sono spostate sul mare, non ho avuto dubbi a individuare alcuni personaggi ribelli con questi nomi che in realtà sono soprannomi di battaglia assunti nella lotta contro il regime. Se si dovesse trovare un altro genere a questo romanzo, oltre che quello distopico, sarebbe un genere di avventura. Per tornare a una delle domande precedenti spero che questo romanzo abbia elementi tali da non identificarlo solo come distopico. Del resto, se mi si consente il paragone, anche i grandi romanzi distopici parlano di molte cose diverse.

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Paolo Restuccia

Scrittore e regista. Cura la regia della trasmissione Il Ruggito del Coniglio su Rai Radio2. Ha pubblicato i romanzi La strategia del tango (Gaffi), Io sono Kurt (Fazi), Il colore del tuo sangue (Arkadia) e Il sorriso di chi ha vinto (Arkadia). Ha insegnato nel corso di Scrittura Generale dell’università La Sapienza Università di Roma e insegna Scrittura e Radio all’Università Pontificia Salesiana. È stato co-fondatore e direttore della rivista Omero. Ha tradotto i manuali Story e Dialoghi di Robert McKee e Guida di Snoopy alla vita dello scrittore di C. Barnaby, M. Schulz.

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