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DOVE SONO LE PANTOFOLE COL PELO?

Questo brano è tratto da un romanzo in scrittura durante il nostro laboratorio estivo di Montalto di Castro.


– Dove sono le pantofole col pelo? – Quel vocione m’ha fatto fare un salto nel letto. Davanti a me c’era qualcuno, ma non ho capito subito chi era.

– Chi sei? – gli ho chiesto un po’ arrabbiato. Poi ho capito: era quello della foto appesa nello studio di Zibi. Era lui, preciso, colla giacca scura, la barbetta, gli occhiali e il sigaro. Come nella foto, stava un po’ girato da un lato, di sguincio, e mi guardava storto. Però era scalzo.

– Come chi sono – ha detto col vocione di prima – sono il padre della psicanalisi!

– Ah, il nonno di Zibi.

– Non sono il nonno di nessuno. – Ha detto coll’aria antipatica.

– Vabbè, ma perché stai di sguincio?

Lui, senza girarsi, ha alzato un po’ le mani coi palmi insù come quando uno chiede scusa – Non lo so. – Ha detto – Da vivo stavo sempre così, e allora ci rimango pure da morto.

– E perché sei scalzo? – gli ho chiesto – Che t’è successo?

Mi stava quasi per rispondere, ma poi c’ha ripensato – Lasciamo perdere – ha detto – piuttosto, dimmi dove sono le pantofole col pelo. M’hanno detto che stanno qui.

Piuttosto che dargli le pantofole era meglio che mi svegliavo. C’ho provato, ma niente.

– Allora? – insisteva il vocione.

– Ce l’ha nonno Lello – gli ho detto alla fine.

Lui ha dato una tirata al sigaro spento. – Strano, l’ultima volta che l’ho visto non ce l’aveva.

– Quando l’hai visto? – gli ho chiesto tutto eccitato – e dove?

– Eh, quando e dove, dici, ma da noi, di là, mica ci sono i quando e i dove. L’ho visto e basta.

– Ma che pure te stai dalla parte dei morti simpatici? 

– Beh, certo, perché?

– Perché non mi sembri tanto simpatico, con quel vocione, stai sempre di sguincio, e poi nella foto c’hai una faccia…

– Guarda, la foto che dici tu me l’hanno fatta un giorno che c’avevo mal di pancia. Io la volevo buttare, e invece alla fine, chissà perché, usano sempre quella. Le foto dove ridevo e scherzavo le hanno fatte sparire, perché col fatto che ero – ha messo la mano a paletta come la maestra Porelli quando aspetta che rispondo. Io però non sapevo che dire, e allora lui ha allungato a paletta pure l’altra mano, e ha alzato le sopracciglia – il padre della psicanalisi, no?

– Embè?

– Insomma, ci voleva una foto che metteva un po’ paura, sennò la gente mica ci credeva alle cose mie.

– E adesso fai il fantasma?

– Macché fantasma e fantasma, sono venuto perché ho sentito che c’hai un problema di femmine.

– Ma perché, tu ci sai fare colle femmine?

– Insomma… ne ho seguite tante.

– E dopo che l’avevi seguite che gli facevi?

– Ma che hai capito, le seguivo nel percorso. – Ha dato un’altra tirata al sigaro spento – L’ho inventata io la cosa del percorso, quello coi sogni e tutto il resto, adesso la fanno tutti, ma nessuno è bravo come me, che sono il padre…

– … sì, sì, lo so. Ma tu l’hai capito bene dove state te e nonno? Perché lui dice che sta in cielo, però gli manca ancora un sacco di strada colla storia che il punteggio suo è così così. Tu ce l’hai il punteggio?

– Ce l’abbiamo tutti, il punteggio.

– E il tuo com’è?

Lui ha guardato per terra e è rimasto zitto per un po’, poi – Il mio, dici? Beh, il mio è basso basso e infatti vado a rilento.

– Perché, pure te andavi a caccia?

– Macché, io perché sono il padre della psicanalisi…

– E che c’entra?

– C’entra, c’entra, perché qui dicono che mi sono inventato un sacco di stupidaggini, e quelli che venivano da me per un problema spendevano un sacco di soldi e, alla fine, di problemi se ne ritrovavano due, quello di prima più uno ancora più grosso che gli avevo passato io.

– E c’hanno ragione?

Lui s’è guardato i piedi scalzi, poi ha cominciato a svaporare piano piano: – Le pantofole? – ha detto che era già quasi trasparente.

– Aspetta, dove vai? Dimmi se c’hanno ragione a farti andare lento lento, poi vediamo la cosa delle pantofole

Ha smesso di svaporare – Un po’ sì – Non era più di sguincio, chissà, magari s’era rilassato.

– Ma perché, – gli ho chiesto – il percorso tuo non funzionava?

– Che ti devo dire, io a un certo punto l’avevo capito che qualcosa non andava, ma ormai tutti dicevano che ero bravissimo, che ero un genio, che ero… vabbè, niente.

Poi s’è seduto sul letto, come se eravamo amici, e allora – Senti – gli ho chiesto – ma è vera quella cosa dei tre bambini che dice Zibi?

Lui m’ha guardato con gli occhi stretti stretti – I cheee?

– I tre bambini, quelli che uno sono io, un altro controlla e l’ultimo fa come gli pare quando dormo. Nonno Lello dice che è una scemata.

Lui s’è alzato di scatto e s’è rimesso di sguincio. – Tuo nonno non capisce niente. Quella non è per niente una scemata, è una mia invenzione. Parte tutto da lì, ed è per quello che dicono che sono il padre…

– …vabbè, vabbè, ma che significa?

–  Significa che l’inconscio… – e s’è messo a parlare che sembrava la maestra Porelli quando spiega come funziona lo stomaco delle vacche, oppure le cose dei pianeti, colle stagioni, le maree e tutto il resto, che io mica la sto a sentire. Dopo un po’ l’ho fermato: – Non c’ho capito niente. Presempio, te, adesso, con quale bambino stai parlando?

Lui m’ha guardato come se non capiva: – Beh, con te. – poi ha allungato il collo – O no?

– E che me lo chiedi a me? Vabbè, te lo dico io, stai parlando col bambino che fa quello che gli pare, quello della notte.

Lui faceva di sì colla testa, però stava zitto. Allora gli ho chiesto un’altra cosa:

– Ma secondo te, di quei tre, qual è il più intelligente?

Lui continuava a fare di sì colla testa, senza parlare, e alzava le sopracciglia come se aspettava che mi rispondevo da solo come prima. Io però questa non la sapevo, e allora ho continuato:

– Quale dei tre è nato prima?

– Quale muore prima?

– C’è qualcuno che ce n’ha solo due? –

adesso, mentre parlavo colla testa faceva di no

– Che ne sai tu che io magari invece che tre ce n’ho quattro? –

no, no, faceva lui.

– Ah, un’altra cosa, come funziona la comunione? Che il primo bambino si prende il Cristo, il secondo Dio, e l’altro lo Spiritosanto? 

no, no, faceva lui sempre più forte, colla faccia nelle mani.

– Che, quando uno cresce, dentro gli crescono tutti e tre insieme? –

no, no, no, no 

– E che succede se uno dei tre rimane indietro? E è vero che… 

– Basta! – ha urlato con una voce da gallina e gli occhi da pazzo – Va bene, okkei, è una scemata! Dopo una vita a studiare i sogni di mezzo mondo e a scrivere decine di libri, adesso vogliamo dire che è una scemata?

Poi ha cominciato a camminare su e giù per la stanza. Ogni tanto si fermava, batteva i piedi nudi sul pavimento, rimetteva la faccia nelle mani, faceva di no colla testa, poi ricominciava a camminare. A un certo punto s’è fermato, ha buttato per terra il sigaro e s’è girato verso di me. Adesso non era più dritto dritto come nella foto, sembrava ammosciato, come se ce l’aveva prese da qualcuno.

Ha messo le mani come se pregava – È che mi sembrava tutto così facile, capisci, – parlava così piano che per sentire ho dovuto allungare il collo – i tre bambini, la cosa dei sogni, la foto col sigaro… funzionava tutto, porca miseria, mi davano pure un sacco di soldi.

– E invece sei solo un imbroglione, vero?

– Non sono un imbroglione! – ha detto coi singhiozzi. Poi c’ha ripensato, ha provato a raddrizzarsi e s’è rimesso di sguincio.

– Ricordati… – ha detto col vocione di quando era arrivato. Subito dopo però ha ricominciato a piangere – che s-sono il p-padre…

Non ne potevo più: – M’hai rotto, sei un imbroglione, e pure lagnoso. Vattene, svapora!

– Va bene – ha detto lui mentre svaporava – okkei, me ne vado, – e poi piano che quasi non si sentiva – ma le pantofole?

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