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“Uccidi quei mostri” di Jeff Jackson (SEM)

Un libro che raccoglie due storie, come nei dischi, sul lato A Il mio periodo oscuro, e sul lato B Kill City.

Entrambe le storie hanno alcuni protagonisti in comune, Xenie e Shaun e Eddie, e tutte e due sono inframmezzate da eventi surreali. La vera protagonista, però, è L’Epidemia, una malattia misteriosa che spinge ragazzi amanti del rock a uccidere i componenti di band che producono sound scadente. È inarrestabile, e miete vittime nella decadente e quasi post futurista città di Arcadia, popolata da sconfitti e sfasciati.

Sul lato A l’evento surreale è la morte di uno dei protagonisti, sul lato b invece muore un altro protagonista, ma tutto è intriso della patina appiccicosa degli incubi. Fughe notturne e cicatrici e ustioni e un culto sottile e adorante verso chi compie il gesto definitivo di uccidere o uccidersi. Muri macchiati di vernice e di immagini che evocano condanne sospese e pure misteriosamente incombenti. Il confine tra la colpevolezza e l’innocenza è labile e sembra che anche lo scrittore non sappia come va a finire. Siamo immersi in realtà alternative, che potremmo toccare se solo capissimo il punto del muro in cui fare pressione.

Quello che risucchia il lettore e lo tiene avvinto alla pagina è il percorso intenso dentro l’elaborazione emotiva dei personaggi, che rispecchia il mondo cupo e oscuro in cui si trovano a vivere. È come se l’oscurità, nella sua forma di confine tra incubo e mistero si espandesse a macchia d’olio su un muro. È inquietante, ma è anche bellissimo, la ripetizione dei tentativi dei personaggi di scoprire i motivi dell’Epidemia, e di trovare un nesso tra gli omicidi. Su tutto l’immersione nei boschi in cui nei sogni ci si perde, e che, diventa, a volte, il territorio inesplorato in cui prendiamo risorse per scrivere.

Segui la pista dei biglietti inutilizzati. Sono sparpagliati ovunque davanti alle vetrine dei negozi della città con le serrande abbassate, sotto la luce di qualche raro lampione, un percorso di carta gialla che si snoda sul marciapiede. Sono tutti per lo spettacolo di stasera.

Il ragazzo con il berretto azzurro nota che il locale ora è deserto, a parte un terzetto di adolescenti stretti contro il muro: il primo ha un anello d’argento al naso, il secondo indossa un gilet borchiato, mentre la ragazza porta una parrucca rossa. Lo fissano, inorriditi e affascinati. Poi rivolgono lo sguardo al musicista barbuto che si sforza ancora di alzarsi, finché, ansimando pesantemente, riesce a sollevarsi sulle ginocchia.

Il ragazzo con il berretto azzurro fa ruotare la pistola e la porge agli adolescenti. Le loro facce si contraggono e gli occhi divampano. Ora il revolver è posato sul palmo del ragazzo, un bagliore di acciaio lucente che attende di capire chi ne accetterà il peso.

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