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Luca Fregona: “Ho tappezzato lo studio con le loro foto. I loro primi piani da bambini, ragazzi, soldati, e poi da anziani”

Non è facile imbattersi in un libro che racconti una storia vera, anzi tre storie vere, tre biografie, narrate con una scrittura accurata e veloce, capace di trasportare il lettore in situazioni storiche ai più sconosciute, con la precisione di un giornalista che sa trasformarsi in un coinvolgente narratore. Così quando ho cominciato a leggere Soldati di sventura di Luca Fregona (Athesia 2020) ho avuto subito la sensazione di trovarmi di fronte a un libro raro. Intanto per il tema: la guerra d’Indocina tra la Francia e il Vietminh, vista dal campo di battaglia attraverso gli occhi di tre giovani italiani arruolati nella Legione Straniera francese. Poi per lo stile: la scelta di far parlare loro, uno alla volta, con tre differenti punti di vista: Beniamino Leoni è colto sul suo letto di malato il giorno prima della sua morte, l’11 settembre del 2001 mentre i suoi ricordi si mescolano alle notizie dell’attentato che arrivano dai televisori; Emil Stocker, incontrato nel 2020 un paio di settimane prima dell’esplosione globale della pandemia Covid-19, narra la sua storia attraverso le straordinarie 1036 fotografie che ha scattato in tutta la sua avventura; Rudi Altadonna, la cui esistenza viene ricostruita dal fratello minore Willy attraverso i ricordi, i pensieri scritti nelle lettere vere che ha ricevuto da Rudi e quelli verosimili che l’autore ha immaginato quando i documenti non sono più stati sufficienti a ricostruire tutta la sua parabola umana. E infine per la capacità di mettere in luce una parte dimenticata della storia, quando ben cinquemila giovani italiani nel dopoguerra si sono arruolati nella Legione straniera, o perché convinti o perché costretti più o meno a forza, per poi venire spediti in Indocina a combattere una guerra rovinosa e destinata a una terribile sconfitta contro il Viet Minh. Luca Fregona che è giornalista, caporedattore del quotidiano “Alto Adige” e capo della Cronaca di Bolzano, ha risposto alle domande che gli ho posto continuando a raccontare senza risparmiarsi questa storia che evidentemente lo tocca nel profondo, così come ha toccato me e – ne sono sicuro – i lettori che scopriranno questo libro.


Sono rimasto molto colpito dalla forma che hai scelto per questo che credo possiamo definire un romanzo biografico unico anche se racconta tre biografie. Hai scelto tre modi di narrarle, simili ma diversi. Come è nato il testo?

Era un’idea che avevo da molto tempo. Da quando, quasi per caso, alla fine degli anni ‘90, ho conosciuto uno dei tre protagonisti, Beniamino Leoni. All’inizio lui non voleva, ma poi, un amico comune che considerava come un figlio, lo ha convinto. Ha iniziato a raccontarmi questa storia pazzesca. Nove anni di Vietnam con la Legione straniera e poi, sul fronte opposto, con i partigiani Viet Minh.  E prima ancora, il lager, Buchenwald, la miniera in Francia… Non sapevo nulla della guerra d’Indocina, del Vietnam “francese”, e del fatto che in quella guerra, con la Legione straniera, avessero combattuto dal 1946 al 1954 circa 6/7mila ventenni italiani. E che almeno un migliaio vi fossero morti. Era così incredibile quella storia, che quasi non ci credevo. Poi ho iniziato a cercare, informarmi. Non c’era molto se non un po’ di memorialistica o aneddotica spesso di stampo neofascista. La Legione è sempre stata raccontata attraverso stereotipi sia da destra sia da sinistra, ma è una realtà molto più complessa di quanto si creda. Leoni è morto poco dopo, nei giorni della tragedia dell’11 settembre 2001. Lo avevo registrato e trascritto, poi ne avevo fatto un pezzo per il mio giornale. Da quel momento, ho alzato le antenne: quando mi capitava a tiro un legionario, non mi lasciavo scappare la storia, ben sapendo che ci sono in giro molti millantatori. Il caso ha voluto che, alcuni anni dopo, abbia conosciuto Guglielmo Altadonna, fratello di Rudi, caduto a  Dien Bien Phu, la battaglia che segna la sconfitta della Francia e la fine del colonialismo francese in Indocina. Poi, come in un gioco di scatole cinesi, mi sono imbattuto in Emil Stocker, un meranese che ha combattuto 4 anni in Vietnam, sopravvissuto a Dien Bien Phu e tornato con mille foto scattate tra il Tonchino ed Hanoi, fino alla partenza dell’ultimo contingente di Legionari nel giugno 1955 in virtù degli accordi di Ginevra. Scrivere il libro è stato semplice. Con queste persone ho trascorso molte ore, le ho sentite e risentite sugli stessi episodi. Mi hanno fatto leggere documenti, rapporti, corrispondenza. Certi vecchi hanno bisogno di tempo per ricordare, fidarsi, superare le reticenze, raccontarti anche le cose di cui si vergognano. I loro demoni, gli incubi che ancora li agitano. Avevo tutto chiaro in testa. Ho incrociato i loro racconti con informazioni raccolte in banche dati, libri, archivi. Ho letto tutto quello che era stato pubblicato in Italia sulla prima guerra d’Indocina. Ho iniziato a scrivere di getto. Sono andato dall’editore, ho proposto il libro. All’inizio non erano convinti, non ne sapevano niente, la Legione è argomento che affascina ma anche respinge, poi si sono appassionati al lato umano della storia.

Cosa c’era di particolare nelle storie di questi tre uomini che ti sembrava necessario far straripare dalle righe di un articolo alla forma romanzo?

La loro storia personale, che è quella di una generazione di ragazzi nati in un periodo che va dalla fine degli anni venti del Novecento al 1934-1935. Cresciuti sotto le dittature, imboccati a pane e ideologia, sopravvissuti alla seconda guerra mondiale, profondamente segnati dalla guerra, ma ancora giovanissimi quando è finita. A 16, 17 anni avevano già vissuto dieci vite. Finito il conflitto, spesso erano senza prospettive, senza soldi, senza futuro. Mi sono concentrato molto sulla loro vita precedente per capire cosa li avesse portati ad una scelta così estrema come la Legione straniera. Nella scrittura ho inserito alcuni “espedienti” narrativi per  spingere sui “non detto”, sulle emozioni che percepivo nei colloqui, sulle cose che hanno voluto farmi capire con un cenno degli occhi o un gesto. Insomma: scrivere quello che mi hanno fatto intuire senza parlare. I fatti riportarti però sono fedeli al loro racconto. Nessuna invenzione narrativa; qua e là, ho alleggerito la crudezza di alcuni episodi.

Anche se racconti biografie di persone vere, c’è evidentemente molto che hai romanzato, come ti sei comportato per non tradirle?

Ho rispettato i fatti. Ripeto: tutti gli episodi che li riguardano rispecchiano il loro racconto, ovviamente mediato dagli anni, dalla memoria, dalla percezione di sé che dopo il Vietnam è cambiata. Quando a 18 anni ti trovi dall’altra parte del mondo in un paese di cui non sai praticamente niente, in una guerra che non ti appartiene anche se, paradossalmente, hai scelto tu di essere lì, vivi solo il presente, il qui e ora, che è, in sostanza, sopravvivere, non lasciarci la pelle. Non hai gli strumenti culturali e storici per capire dove sei finito. Se stai con i “buoni” o con i “cattivi”. Non avevano una spinta ideologica se non i rarissimi casi. Già l’addestramento nella Legione era stato per loro uno shock molto violento. Un’organizzazione militare totalitaria a cui, firmando, regali cinque anni della tua vita. Per 5 anni sarà la tua sola famiglia in un clima di violenza e minaccia costante, ma anche di spirito di corpo e di orgoglio di farne parte. Beniamino Leoni, va sottolineato, non glorificava nulla, era molto onesto e spietato nel racconto. Aveva anche una grande abilità narrativa, era un formidabile lettore. Aveva la seconda elementare. La sua università, diceva, era stata la biblioteca di Kunming in Cina, dove è rimasto alcuni mesi prima di rientrare in Europa a guerra finita. Adorava gli scrittori russi, Dostoevskij su tutti. Non è stato difficile scrivere la sua parte. Quando battevo sui tasti, lo avevo davanti. Parlavo come lui. È difficile da spiegare, ma, in un certo senso, lo avevo dentro. La stessa cosa mi è capitata con Emil Stocker (uomo coltissimo che parlava sei lingue), anche se era molto più freddo e reticente. Si è aperto molto lentamente. Alcuni episodi che sono centrali nel libro, me li ha descritti in modo più completo (e anche più tragico), solo l’ultima volta che ci siamo visti nel febbraio 2020. Quel giorno mi ha consegnato anche i due album con tutte le 1.036 foto che aveva scattato in Vietnam. Tre settimane dopo è morto di covid. Non so, ma forse intuiva che quella sarebbe stata l’ultima volta che ci saremmo visti. Sapeva che volevo farci un libro e mi ha affidato, lui senza eredi, quello che aveva di più sacro: le sue foto. Un anno prima avevo pubblicato, con il suo consenso, un articolo con la sua storia, che rispecchiava lo spirito che si trova nel volume. Qualche mese fa, ho avuto il permesso di entrare a casa sua per salvare il salvabile prima che andasse tutto al macero. Ho trovato documenti e foto, i quaderni delle elementari nella scuola fascista, dove lui, sudtirolese di lingua tedesca e figlio di un Kaiserjaeger che aveva combattuto contro gli italiani nella Grande guerra, imparava l’alfabeto inneggiando all’Italia e a Mussolini. Ma anche i quaderni della scuola nazista in Germania, dove lo avevano spedito nel 1940 dopo che la famiglia aveva optato per il Terzo Reich. Pagine infarcite di propaganda antisemita. Disegnava gli ebrei con il nasone e i sacchetti pieni di monete. Ho trovato la sua tessera della Hitlerjugend. Parliamo di un bambino di 11 anni, a cui i totalitarismi avevano già “frullato” il cervello.  Sopravvissuto alla seconda guerra mondiale, Emil non è più riuscito a trovare un suo posto nella società. Era un ragazzo fragile, stretto tra le aspirazioni della madre e la consapevolezza che ormai l’unica cosa che sapeva fare bene era solo una: il soldato. Aveva bisogno di gerarchia, disciplina. Di una struttura totale che gli dicesse “cosa fare” e chi fosse.  Ordine nel caos. Tant’è, che è l’unico ad avermi detto che l’addestramento nelle Legione per lui era stato “una passeggiata”. Erano gli stessi istruttori delle SS che lo avevano “allevato” in Germania. Per quanto riguarda Rudi Altadonna, mi sono basato sul racconto del fratello Guglielmo, la cui vita è stata profondamente condizionata dalla morte di Rudi a Dien Bien Phu. Per Guglielmo era più di un fratello maggiore, era un secondo padre. Ha letto il libro e si è molto commosso. Credo di avere fatto un lavoro onesto. Che rispecchia la vita di queste tre persone, pur con l’inserimento di alcuni elementi narrativi anche molto forti, per far capire quello che è successo a migliaia di ragazzi italiani, completamente dimenticati.

Dopo averli ascoltati e poi raccontati, hai capito cosa ha spinto questi uomini ad arruolarsi nella Legione Straniera? La disperazione, l’ingenuità, la voglia di adrenalina?

Tutte queste cose, a volte insieme, a volte no. La Legione è stata per 150 anni un rifugio per uomini in fuga. La sua composizione rispecchia, di volta in volta, i drammi storici, personali e sociali di un preciso momento. Alcuni esempi: Curzio Malaparte si è arruolato minorenne, pieno di idealismo irredentista, per combattere nella prima guerra mondiale contro austriaci e tedeschi. Negli anni ‘20 la Legione era piena di russi zaristi. Negli anni ‘30 raccoglieva moltissimi antifascisti. Nel secondo conflitto mondiale, la Legione è rimasta fedele a De Gaulle e ha combattuto contro i nazisti e i fascisti. Nel secondo dopoguerra, sono stati ingaggiati invece migliaia di tedeschi (senza possibilità di scelta) direttamente nei campi di prigionia. La Francia aveva bisogno di carne da cannone per riconquistare l’Indocina, dopo la dichiarazione di indipendenza di Ho Chi Minh. I giovani francesi non avevano nessuna intenzione di farsi ammazzare nella “sale guerre”, la “sporca guerra”, per un Paese a 10 mila chilometri da Parigi. Per quanto riguarda gli italiani, la cosa è ancora più complessa. Certo, c’erano ex fascisti in fuga, ma anche ex partigiani come Derino Zecchini, un comunista che si è arruolato apposta per andare in Indocina, disertare e combattere con i partigiani viet. Si è poi ritrovato nella Brigata internazionale insieme a Beniamino Leoni.  Ma la stragrande maggioranza degli italiani erano migranti economici senza particolari visioni del mondo o spinte ideologiche. Ragazzi, anche minorenni, che entravano clandestinamente in Francia in cerca di lavoro. Una volta scoperti, venivano messi di fronte ad una specie di ricatto: Legione o prigione. Molti firmavano l’ingaggio senza avere un’idea precisa di cosa fosse la Legione. Sì, magari avevano visto la parodia di Stanlio e Ollio, I due legionari, o al massimo Beau Geste, il film del 1939 con Gary Cooper. Ma niente di più. E ancor meno sapevano dell’Indocina, di Ho Chi Minh e delle colonie.  Dopo l’uscita del libro, sono stato contattato da numerosi familiari di quei legionari italiani, che, in molti casi, non sanno ancora che fine abbiano fatto i loro cari, dispersi da quasi 70 anni. Mi ha colpito di recente il racconto di una donna. Suo fratello, ucciso a Dien Bien Phu il 19 aprile 1954 a 20 anni, era partito pochi mesi prima con un solo obiettivo: fare soldi in fretta per poter sposare la ragazza che amava. Lei era di una famiglia benestante, lui un poveraccio. Nelle lettere alla sorella, spiega che si è arruolato per mettere via nei cinque anni di ferma “un gruzzoletto” per ottenere il consenso dal padre di lei. Un’idea disperata, irreale e romantica del legionario mercenario finita con una pallottola in testa.

Queste sono storie molto maschili, storie di guerra, di durezza, le donne compaiono solo sullo sfondo. Addirittura, i legionari decidono di non farsi recapitare le lettere inviate dalle famiglie. Quello dei legionari è un universo del tutto separato?

Con l’ingaggio, rinunciavi per cinque anni alla tua vita precedente. Il patto era chiaro: tu combatti per la Francia, la Francia ti dà un buon stipendio, vitto e alloggio, e, al congedo, anche un lavoro e la cittadinanza. Al termine della ferma, il legionario poteva scegliere se firmare l’ingaggio per altri 5 anni oppure andarsene. Ovviamente, particolare non di poco conto, doveva arrivarci vivo e se possibile con ancora le gambe o le braccia. Questo per dire che, dal momento dell’ingaggio, non sei più tu il “proprietario” della tua vita. “Legio patria nostra” è più di un semplice slogan ad effetto dipinto sulle mura della caserma, è l’essenza stessa della Legione, che diventa l’unica patria, bandiera e famiglia per i legionari. Nel bene e nel male. È una famiglia dove devi sempre guardati alle spalle e che ti educa a diventare una formidabile macchina da guerra che risponde in automatico agli ordini. In questo contesto, era difficile avere delle relazioni amorose stabili. In Indocina l’esercito francese aveva appresso i bordelli militari che seguivano i reggimenti. Li avevano anche i legionari. Prostitute algerine, vietnamite e francesi. Esisteva poi la figura della congai, una specie di moglie vietnamita in affitto. La prostituzione era diffusa a livelli endemici in Vietnam, anche quella minorile. Così come era diffuso lo stupro, un crimine che accomuna tutte le guerre e che nella seconda guerra mondiale è stato commesso senza scrupoli morali da soldati di tutti gli eserciti occupanti, americani compresi. Mentre scrivevo, mi rendevo conto dell’assenza delle donne nel libro se non in contesti di violenza o sfruttamento brutale, ma poi una lettrice mi ha fatto capire che non è esattamente così. La madre di Rudi Altadonna, ad esempio, si è ribellata quando nella Germania distrutta dalle bombe un tenente americano voleva portarle via uno dei figli. Beniamino Leoni, quando è passato con i partigiani viet, è stato “adottato” da una signora anziana, una ricca commerciante che odiava i francesi più dei comunisti. Questa donna lo ha protetto e aiutato. La mamma di Emil Stocker non ha mai smesso di cercarlo con appelli alla Croce rossa internazionale e al Ministero della guerra francese. È difficile capire con i parametri di oggi quello che era rimasto, anche a livello sentimentale e d’amore, nell’immediato secondo dopoguerra, tra le ceneri di famiglie molto provate, segnate da drammi, paura e perdita.

Trovi analogie tra la storia del Vietnam francese (e poi americano) con quello che è successo e sta succedendo in Afghanistan?

Assolutamente sì. Saigon 1975, Kabul 2021. I profughi che scappano terrorizzati aggrappandosi agli aerei americani.  Da una parte la paura della vendetta viet, dall’altra dei talebani. Sono le stesse scene che ha visto Stocker nell’ottobre 1954 ad Hanoi, quando con la Legione era presente alla consegna della città all’esercito di Ho Chi Minh. Per settimane ha visto migliaia di profughi cattolici scappare dal Vietnam comunista verso sud, sotto il 17esimo parallelo. Gente già povera che aveva perso tutto. La prima guerra d’Indocina non è stato solo il tentativo della Francia di riprendersi una colonia perduta. È stata anche una prova generale della guerra fredda, della teoria del domino di Eisenhower: se fosse caduta l’Indocina, tutto l’estremo oriente, come i pezzi del domino, appunto, sarebbe crollato finendo sotto l’ombrello comunista. Gli Stati Uniti finanziarono la Francia con milioni di dollari, consulenti militari, armamenti, napalm, aerei, persino piloti. Dopo la sconfitta di Dien Bien Phu, i francesi sconfitti, dovettero lasciare la regione. Iniziò così l’impegno diretto americano. Tutti sappiamo come è andata a finire. Come diceva Beniamino Leoni: “Non riuscirai mai a piegare un popolo che non vuole essere sottomesso”. I russi hanno commesso lo stesso errore in Afghanistan. L’America che aveva tutto il diritto di andare a riprendersi Bin Laden, è rimasta impantanata per vent’anni senza trovare una via d’uscita onorevole. Sono temi geopolitici molto complessi. La cosa certa è che di mezzo ci va sempre la popolazione civile.

Nel libro c’è anche un ampio corredo iconografico, le foto hanno ispirato la scrittura? Mentre le scrivevi, le guardavi per cercare di comprendere meglio persone e ambienti?

Sì, moltissimo. Ho tappezzato lo studio con le loro foto. I loro primi piani da bambini, ragazzi, soldati, e poi da anziani. Ho cercato di immaginarli nelle diverse fasi della loro vita unendo l’immagine al suono della voce. Poi ci sono le foto di Emil corredate dalle sue precisissime didascalie in francese. Il Delta del Tonchino, Hanoi, la spianata di Dien Bien Phu, Haiphong, la costa. Le pagode, i bufali, le risaie, le capanne, le contadine con i copricapi neri e i bilancieri sulle spalle. I legionari, i soldati Viet Minh, i vietnamiti lealisti, i profughi, gli aerei armati con le bombe… Un documento straordinario che mi ha permesso di “vedere” quello che raccontava.

Il fatto che Beniamino, Rudi ed Emil siano nati in una zona di frontiera, l’Alto Adige, li ha resi per questo più facili da coinvolgere in un’avventura internazionale come quella della Legione Straniera, francese ma composta da individui di tutte le nazionalità?

Non credo. Penso, piuttosto che si tratti di un fatto generazionale. Gli italiani, dopo i tedeschi, erano la nazionalità più numerosa. Per immergermi nel periodo della guerra d’Indocina, ho consultato i giornali dell’epoca. Erano zeppi di appelli di famiglie di legionari italiani che volevano sapere dove fossero finiti i loro figli, o protestavano perché non si era vigilato abbastanza sui reclutatori che illegalmente agivano nel nostro paese andando a cercare ragazzi da arruolare nelle zone più depresse: dal Piemonte al Friuli, all’Abruzzo alla Sicilia. Le famiglie iniziavano a ricevere le comunicazioni del Ministero della Guerra francese con l’incipit tragico: “Morto sul campo dell’onore, morto per la Francia…”. Più la guerra andava avanti, e più i giornali raccontavano le storie di ventenni uccisi nel Tonchino. Erano ritratti di giovani di varia estrazione (garzoni, operai ma anche studenti) finiti per malasorte nella giungla e tra le risaie. Il dibattito parlamentare era vivacissimo. Il Pci contestava apertamente De Gasperi di non fare abbastanza per fermare l’ingaggio per “una guerra colonialista” di centinaia di italiani entrati clandestinamente in Francia. Decine di legionari italiani hanno poi disertato in Indocina, passando con il Vieth Minh. E molti, come Beniamino Leoni, dopo essere stati “rieducati”, hanno aderito alla causa socialista.

Come ne escono le ideologie dal tuo libro? Questi tre uomini s’imbattono nel fascismo, nel nazismo, nel comunismo, ne avvertono le differenze oppure le sentono semplicemente come degli strumenti che usano i potenti per dominare?

Le ideologie ne escono male perché sono solo violenza e morte senza possibilità di scelta. I tre protagonisti le subiscono, le vivono in tempo reale ma con strumenti minimi di comprensione spesso filtrati dalla propaganda in cui sono cresciuti. Lo spiega Beniamino Leoni: lui, catturato dai viet, decide per opportunismo di disertare, poi matura una scelta politica cosciente. Si riconosce nella causa anti-colonialista, tanto da venire promosso da disertore a partigiano combattente, una cosa che non accadeva frequentemente perché i vietminh spesso non si fidavano dei disertori. Di più: le sue lettere da disertore e combattente arrivavano in Italia tramite il circuito dei partiti comunisti (Cina-Urss-Praga) e venivano pubblicate dall’Unità come esempio di redenzione proletaria. Questo però non gli impediva di vedere e stigmatizzare le esecuzioni sommarie, le stragi, gli stupri commessi anche dai guerriglieri viet. Di capire che ogni totalitarismo ha una natura criminale e oscura, anche se i fini sono nobilissimi.  Il paradiso socialista non era un “paradiso” sulla terra. Emil Stocker, invece, non ha mai rinnegato la sua esperienza nella Legione. Era un convinto anti-comunista, credo ritenesse di essere dalla parte giusta e che anche la guerra lo fosse. Ha però sicuramente vissuto una profonda crisi di coscienza per quello che aveva visto.  Finito l’ingaggio, ha avuto una conversione religiosa, ha ripudiato ogni forma di razzismo e approfondito le filosofie orientali. In seguito ha aiutato economicamente alcune famiglie vietnamite cattoliche. Di Rudi non posso dire niente, è morto troppo presto. L’idea che ho di lui è un riflesso del ricordo del fratello Guglielmo. Nelle ultime lettere spedite alla famiglia scriveva di essersi pentito, e che sarebbe tornato in ginocchio a casa. So di altri legionari sopravvissuti che hanno pagato un prezzo molto alto rientrati in Italia, segnati in modo indelebile dallo stress post traumatico di una guerra che per crudeltà e violenza è stata tale e quale al Vietnam “americano”, anche per l’uso massiccio del Napalm. In alcuni casi si sono tolti la vita anche a distanza di decenni dalla guerra d’Indocina.

C’è qualche altra storia che hai seguito nel tuo lavoro da giornalista che secondo te meriterebbe di diventare un romanzo? Ci stai già pensando?

Vorrei scavare ancora nelle vite di quei giovani legionari. Molte famiglie mi hanno contattato inviandomi foto, lettere, brevi tracce. Mi piacerebbe scrivere di questa storia anche dalla parte di chi, da quasi 70 anni, non sa che fine abbia fatto il padre o il fratello o uno zio. Un altro progetto riguarda invece un episodio accaduto a Bolzano il 3 maggio 1945. La fucilazione da parte dei soldati tedeschi in rotta verso il Brennero, di 18 operai rastrellati a caso in Zona industriale. Un’altra vicenda dimenticata che ho cercato di ricostruire insieme agli ultimi sopravvissuti.

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