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“Swing Low” di Miriam Toews (Marcos y Marcos)

Ho conosciuto personalmente Miriam Toews in una libreria romana, in un dolce pomeriggio primaverile di qualche anno fa, in occasione della presentazione del suo libro I miei piccoli dispiaceri, in cui parla della perdita della sorella, Marj, concertista famosa, che non è riuscita a vincere il buio che aveva dentro, e nonostante l’amore, si è tolta la vita.

Conoscevo Miriam dai suoi libri, in particolare ero rimasta colpita da Un complicato atto d’amore in cui racconta la sua ribellione e la sua fuoriuscita dalla rigida comunità mennonita. I Mennoniti seguono rigide regole su modestia e temperanza, non possono vestirsi in maniera sgargiante, non bevono, non fumano, non leggono libri che siano forieri di pericolo e che minano la sottomissione dell’uomo a Dio. Persino gli strumenti musicali, nelle comunità più rigide, sono proibiti. La scomunica, che interviene sui soggetti e sui gruppi familiari che si discostino dalle regole, è atroce. Nessun contatto, nessuna parola può essere rivolta agli scomunicati, che diventano dei paria all’interno delle loro mura domestiche. In particolar modo le donne non hanno diritto di parola e ogni forma di emancipazione femminile è scoraggiata, quando non apertamente avversata.

Quella sera Miriam aveva un’aria fragile, gli occhi chiari di una sfumatura che ricorda il glicine, i capelli biondi e spettinati. Nel corpo il senso di precarietà di chi ha visto molte persone amate scomparire. Abbiamo parlato di scrittura, di come a lei ha salvato la vita, di come la scrittura, sia che sia denuncia, sia che racconti storie inventate, nasce da una serie di ferite.

Allora non sapevo che, prima ancora dell’amata sorella, Miriam ha perso il padre, vittima di una malattia mentale contro la quale ha combattuto per tutta la vita in maniera incessante e metodica. Swing Low è la storia di quella lotta.

Di come il piccolo Melvin abbia tentato di scendere a patti con i suoi demoni, dopo che a 17 anni, a seguito di una crisi psicotica, in cui si convince di essere un uovo, gli viene diagnosticata una malattia mentale “maniaco depressiva”. Melvin non si arrende, e grazie a una strenua disciplina, non rinuncia a vivere. Sposa il suo amore Elvira, e ha due figlie, con le quali, però comunica poco. Infatti, a parte le parole che pronuncia per lavoro, Melvin non riesce a esprimere quello che sente verso chi ama di più. La sua corazza di difesa contro la commozione e la paura diventa l’assorbente mancanza di parola orale. Scrive e cammina furiosamente per superare gli attacchi, la sua visione distorta della realtà. Ci riesce per un tempo stupefacente, fino a quando va in pensione. Poi la diga cede e lascia il posto al delirio.

Già dalla prima pagina sappiamo come va a finire, Miriam non ci illude e non s’illude di trovare un finale consolatorio. Quello che può consolare è dare voce a chi si è condannato all’afasia emotiva, recuperando i bigliettini e gli appunti lasciati dal padre, nel desiderio di dargli la pace in un’altra vita.

Salvo che all’inizio e alla fine, la storia è narrata in prima persona da Melvin, la voce che Miriam sceglie di restituire al padre, e ripercorre la sua infanzia incompresa e ferita, vittima di una madre alcolizzata, e questo fatto doveva essere nascosto al mondo, anche se tutti sapevano, fino all’incontro con Elvira e alla nascita delle loro figlie, la scelta di diventare maestro a 19 anni, e poi, più tardi specializzarsi per migliorare il suo approccio educativo. È stato un maestro molto amato, questo dicono i suoi alunni, capace di risvegliare interesse e di assecondare le inclinazioni naturali dei bambini e dei preadolescenti.

Miriam racconta, attraverso le parole che Melvin avrebbe potuto avere, il bisogno di risanare ferite, e di trovare, nel modo che ha potuto, una sua luce alla fine del viaggio.

Fallimento totale.

Non so mio padre cosa intendeva quando lo disse. Gli avevo chiesto, il giorno prima che si togliesse la vita, a cosa stesse pensando, e questa era stata la sua risposta. Due parole prive di speranza, sussurrate da un uomo che sentiva di aver fallito su tutti i fronti. Questo libro è il mio tentativo di dimostrare che mio padre aveva torto. A diciassette anni gli fu diagnosticata quella malattia mentale allora nota come psicosi maniaco depressiva e oggi come disturbo bipolare. La sua tecnica di autodifesa, insieme con la gran quantità di farmaci che gli prescrivevano, era il silenzio. E, forse per lui, funzionava.

Alla fine, le parole non hanno potuto salvare mio padre, ma la sua fede di una vita nel potere della lettura e della scrittura continuerà a vivere.

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