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Fair play

Claudia Colaneri conduce laboratori di scrittura collettiva per disabili adulti con ritardo mentale. La sfida consiste nel trattare temi “alti”. Ecco quello che può succedere in un normale incontro:

Gli inglesi non hanno solo perso la partita; non sono neanche più i campioni del fair play.

Però, un pochino, vanno capiti.

Congratularsi con l’avversario che ha vinto è come stringere la mano a quello che ti ha fregato la ragazza. Lo fai pure, però prima ti metti il guanto di Edward mani di forbice.

Gli inglesi hanno inventato il fair play, che significa essere educati mentre si gioca.

Lo sa anche il principino George, che non ha detto niente solo perché stava pensando a cosa ci farà da grande.

Noi italiani ci siamo tutti offesi per gli sfregi degli inglesi; però ricordiamoci come siamo noi quando giochiamo a Tombola.

Quello che fa l’ambo al secondo numero, ormai ha capito, con l’esperienza, che, se vuole continuare ad avere dieci dita, non lo deve dire subito.

Abbiamo criticato Kane che ha calciato due volte di seguito un rigore con la Danimarca, ma ricordiamoci che nella Costituzione abbiamo messo una legge che dice che non puoi fare terno coi numeri dell’ambo.

Poi iniziano i falli, pronunciando il sessantasette e il settantasette in modo sbiascicato, per confondere tua zia e tua nonna ed eliminarle.

Quaterna e cinquina sono momenti di attesa, ma quando arriva la tombola, abbiamo tutti la pistola carica sotto la tovaglia.

Gli anziani sono i più agguerriti e cominciano a mentire ai nipoti, facendogli credere che per loro c’è direttamente il tombolino.

I nipoti, prima della fine, già sono indebitati, perché se si azzardano a vincere qualcosa, devono ridare i soldi ai genitori che gli hanno comprato le cartelle.

Quando cominci a vedere uno che si accuccia sopra la cartella, significa che va per uno, ma non vuole che si sappia; non tanto per scaramanzia, ma proprio per sopravvivenza.

In quel momento c’è sempre nonno che strategicamente starnutisce e manda all’aria tutte le cocce dei mandarini. La partita allora viene sospesa e si va ai supplementari.

Dopo le varie azioni di distrazione, con: “Ma che era uscito il 23?” e il tipico “99 che era un 66”; alla fine qualcuno grida: “Tombola!!!”

E lì si vede il vero fair play: se a gridare è stato il nipotino di sei anni, tutti fanno finta di essere contenti, ma ancora sperano che la maestra non gli abbia insegnato a leggere bene i numeri e si possa invalidare.

Se invece è stato il cugino col Rolex al polso, parte il sorriso di Joker.

Il massimo dello sfregio, però, è quando segna il portiere.

Se poco poco il cartellone fa tombola, partono fischi, illazioni sulla reale consanguineità e si sospetta sulla regolarità delle estrazioni dei numeri.

Quando arriva il tombolino, ce lo sfiliamo pure noi, come gli inglesi con la medaglia d’argento.

Insomma, non si può pretendere che lo sconfitto non rosichi, basta che tutti abbiano rispetto di chi patisce e di chi gioisce e, occhio al piccolo George.

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