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Simona Mangiapelo: “Talvolta si ha bisogno dell’altro per conoscere se stessi”

Torna in libreria Simona Mangiapelo a quattro anni dal suo precedente romanzo, Di nessuno, con una nuova storia al femminile intitolata Dovevo chiamarmi Irene (Scatole parlanti 2021). La vicenda di Nina viene narrata attraverso le pagine di un diario che il figlio ha scoperto da ragazzino, a quindici anni, appena dopo la sua morte, e che non ha avuto il coraggio di leggere fino a quando non ha compiuto trent’anni. Lui riscopre la madre e noi scopriamo la vita di un personaggio contraddittorio e struggente, eppure affascinante. Davvero difficile da dimenticare. Che non lascia indifferenti. Ho lavorato a lungo con Simona e posso dire che le sue narrazioni sono davvero autentiche. Da appassionata della lettura e della scrittura, con una predilezione ironicamente dissimulata o messa in scena per Alessandro Baricco, posso testimoniare che ha sempre creduto nella scrittura senza esibizionismi, ma con una sincera dedizione. Per questo è un piacere dedicarle la nostra solita sfilza di domande.


Un figlio che legge il diario di sua madre, cominciamo da qui, come comincia il romanzo.
Scrivo diari da sempre, mi aiuta a portare alla luce emozioni nascoste e gesti dimenticati. Nel momento in cui poi li distruggo mi trovo a pensare che nessuno saprà mai dove sta la parte più vera di me. Qualche volta mi dico che se non avessi il tempo di farlo diventerei accessibile a chi si troverebbe tra le mani quelle mie pagine segrete. E a Nina, la protagonista del mio romanzo, succede esattamente questo: suo figlio Michelangelo ne legge il diario, scoprendo verità che fino a quel momento gli erano sconosciute.

Che cosa significa per la protagonista chiamarsi o meno Irene? È una questione di identità? L’illusione di una vita che avrebbe potuto essere diversa?
Nina è alla ricerca della sua pace. Mai paga di ciò che la vita le offre commette errori che distruggono tutto e sfregiano l’unica persona che abbia mai amato veramente. E si illude, sì, che se si fosse chiamata Irene come sua madre voleva, sarebbe stata una donna diversa, anche se sa benissimo che la pace non abita nei nomi.

Racconti spesso storie quotidiane di vite che potrebbero essere serene e invece diventano tragiche, è la tua visione del mondo?
È la mia paura. La tengo a bada dandole vita sulla pagina. È anche il solo modo che conosco per ricordare ogni giorno a me stessa che sono una persona fortunata, che posso perfino permettermi il lusso di essere felice.

La storia si svolge negli anni ’80, perché?
Negli anni ’80 ero solo una bambina, ma ricordo i fatti raccontati nel romanzo perché guardavo il mondo con gli occhi dei miei genitori, che all’epoca erano poco più che ragazzi. Tra noi tre ero io la più vecchia.

La tua protagonista a un certo punto dice: “Ho imparato che avevo un corpo. La sua bocca me l’ha insegnato e dove si posava io nascevo, in una nuova consapevolezza dei sensi. Ho imparato a sentire le sue mani e la mia lingua”, sono gli altri a rivelarci a noi stessi?
A volte sì. Con alcuni amori soprattutto scopriamo una parte di noi che neanche sospettavamo di avere. Talvolta si ha bisogno dell’altro per conoscere se stessi.

Madre-figlio, figlia-madre. Relazioni famigliari spesso difficili.
Quello del genitore è un ruolo difficile. C’è un desiderio di perfezione che ovviamente non potrà mai essere soddisfatto. C’è la responsabilità totale nei confronti di un altro essere umano che impara a vivere guardando te. Talvolta si ha voglia di scappare, sia quando sei una figlia adolescente che quando sei una madre. L’amore dovrebbe bastare a colmare ogni lacuna, ma non sempre è così.

A un certo punto, la tua protagonista dice: “Sono fermamente convinta del fatto che dolce attesa sia una definizione nata dalla mente di un uomo”. Questo della maternità resta un mistero inesplorato per chi non lo vive?
Non la maternità, perché credo che si possa essere madri pur non mettendo alla luce il proprio figlio. Ma la gravidanza che cambia il tuo corpo, i tuoi pensieri e le tue priorità è un’esperienza misteriosa per chi non la vive e totalizzante come poche altre.

Cos’è che t’interessa raccontare, quando cominci a scrivere una storia?
Mi interessa mettere in luce il lato oscuro che penso abiti in ogni uomo. In questo romanzo si parla di un quadro: Canestra di frutta del Caravaggio. C’è una mela bacata al centro di quell’opera e sulla copertina del mio libro. Credo che il coraggio di un artista sia tutto lì: nel mostrare la mela bacata che c’è nell’animo dell’essere umano.

Preferisci la forma romanzo al racconto?
La forma romanzo mi terrorizzava. Poi ho incontrato un Maestro magico, che con una frase ha spazzato via quella paura. Mi ha detto: immagina che ogni capitolo del tuo romanzo sia un racconto. Sono passati anni ma ricordo quel momento alla perfezione. E tu, Paolo, te lo ricordi?

Sì, mi ricordo quel momento, ma penso che l’unica vera magia sia la scrittura che ci insegna non solo a scrivere, ma anche a conoscere meglio noi stessi. A proposito, oggi in molti ritengono che le narrazioni di fatti realmente accaduti siano più interessanti di quelle immaginate da un autore, tu cosa ne pensi?

Penso che la scrittrice più brava sia la vita e che attingere da fatti reali possa dare la possibilità di scrivere grandi storie. Esiste però un universo parallelo, nel quale credo fortemente, che è quello dei personaggi che ti vengono a cercare e ti chiedono di raccontare la loro storia. Se sia reale o meno poco importa a quel punto, visto che stai parlando con un personaggio che in quel momento conosci solo tu. E ci sono poi le menti geniali, con un’immaginazione sempre gravida. A me, in fondo, non interessa sapere quale sia l’origine di un libro che ti si imprime nell’anima, voglio però avere la certezza di trovarne ancora, per nutrirmene fino a quando avrò occhi per leggere.

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