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Due chiacchiere sull’incipit

Oggi due chiacchiere sull’incipit, qualche regoletta.

Qualsiasi storia comincia davvero quando entra in scena il protagonista. Quindi pensiamoci bene a come presentarlo, a come introdurlo. Il personaggio protagonista è il motore della narrazione e deve catturare l’attenzione del lettore immediatamente; si rivelerà in tutti i suoi caratteri a poco a poco, per successive approssimazioni.

Ma quando compare per la prima volta deve essere una vera rivelazione per chi legge; una bomba! Una bomba, che aggredisce l’incredulità del lettore, la sua inerzia iniziale, chi sarà costui? – deve chiedersi il lettore quando per la prima volta vede comparire sulla pagina quel certo nome, – che cosa farà adesso, da dove viene?, dove andrà? È un buono o un cattivo? È un vigliacco o un coraggioso? Diciamo che c’è un piccolo “mistero” che avvolge da principio il nostro eroe, un mistero che la narrazione dovrà poi dipanare, sciogliere.

Per creare questo mistero possiamo cominciare a definirlo, il personaggio, per ossimori (qualità apparentemente contraddittorie, tutti abbiamo aspetti contraddittori nel nostro carattere, pensateci, basta un po’ di immaginazione, che so, qualcuno sarà magari aggressivo e sentimentale, qualcun altro avido e prudente…).

Poi, dobbiamo definire un’ambientazione – un setting – dove il personaggio si muove:

Ma ci possono essere anche romanzi che non seguono questa logica, perché magari l’autore desidera giocarsi l’entrata in scena del protagonista più avanti, caricandola di attesa, o per altre ragioni.

Io consiglio la partenza in medias res, nel mezzo dell’azione, a meno che non hai un’idea speciale che vuoi seguire… Ricordati sempre il famoso imperativo: show, don’t tell!

Tante volte poi gli incipit si cambiano, in corso d’opera. E quello precedente slitta in avanti e diventa un nuovo capitolo del romanzo, a me è successo molte volte.

Forse il più magistrale incipit della storia della letteratura ce lo ha regalato lo scrittore boemo Franz Kafka con il racconto lungo La metamorfosi (1915). Ricordo che per me quell’incipit fu una folgorazione, una rivelazione. Fu un insegnante delle medie che un giorno si presentò in classe con quello strano libretto, La metamorfosi, estraneo al programma, e per noi sconosciuto, e lo cominciò a leggere, senza aver preavvertito nessuno di noi studenti, di noi ragazzi, senza alcuna introduzione. Io non avevo mai letto un romanzo, a tutto pensavo a quei tempi meno che alla letteratura! E quel quarantenne grassottello, l’insegnante, con il vestito di velluto marrone troppo stretto, la parlata meridionale, in piedi davanti alla cattedra con il libricino dal dorso rosso aperto fra le mani, cominciò a leggere:

Gregorio Samsa, svegliatosi una mattina da sogni agitati, si trovò trasformato, nel suo letto, in un enorme insetto immondo. Riposava sulla schiena, dura come una corazza, e sollevando un poco il capo vedeva il suo ventre arcuato, bruno e diviso in tanti segmenti ricurvi, in cima a cui la coperta del letto, vicina a scivolar giù tutta, si manteneva a fatica. Le gambe, numerose e sottili da far pietà, rispetto alla sua corporatura normale, tremolavano senza tregua in un confuso luccichio dinanzi ai suoi occhi.

Anche qui vengono rispettate le regole dell’incipit, come vedete, il personaggio protagonista è subito in scena nel suo ambiente, la propria camera, se non fosse che il nostro eroe, un giovane rappresentante di commercio, non è più fisicamente, esteriormente, umano, durante la notte è diventato un insetto. Piccolo, trascurabile dettaglio. Quello che davvero mi colpì più di tutto, in modo più o meno consapevole (diventerà del tutto consapevole anni dopo, rileggendolo e ripensandoci), era che Kafka in quel capolavoro senza tempo, in quella meravigliosa e terribile allegoria della vita familiare, abbandonava subito con quell’inizio la verosimiglianza realistica, pur inseguendo un realismo accurato da entomologo nel descrivere l’anatomia dell’insetto e tutto ciò che gli ruota attorno. Quell’apparente paradosso mi aveva catturato per sempre alla letteratura.

Come esercizio, vi suggerisco due cose: di leggere o rileggere La metamorfosi di Kafka, e di scrivere un breve racconto fantastico in cui avviene una qualunque metamorfosi, inventate voi quale. Buona settimana, amici, buona scrittura.

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