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Maurizio Cianfarini: “Quando scrivo mi diverto proprio, sono là immerso nell’avventura e rido e mi emoziono”

La minima superficie visibile è una raccolta di racconti che la casa editrice Scatole Parlanti ha da poco pubblicato. L’ha scritta Maurizio Cianfarini che esordisce in questo modo nella narrativa. Conoscevo Cianfarini per il suo lavoro di psicologo prima di leggere questi racconti e quando me li ha affidati per capire se – secondo me – meritassero una pubblicazione ho scoperto una sua notevole sensibilità d’autore. Nello scenario mai melenso e mai retorico di una periferia romana descritta in modo realistico e limpido, si muovono le avventure, le piccole gioie e i dolori di Silvio, ragazzino protagonista di ciascuna di queste storie. Come in una mostra fotografica il lettore può ritrovare memorie e segni della Roma anni ’60, con la sua antica dignitosa povertà che si sta trasformando nell’ambiguo benessere che conosciamo oggi. Ma soprattutto chi legge potrà scoprire un gruppo di giovanissimi protagonisti che non si dimenticano facilmente. Le loro scorribande, le loro invenzioni, le loro lotte, i loro formidabili antagonisti (la Banda dei Piedi Neri), i loro animali (su tutti il cane Rocky) ci accompagneranno per un bel po’, proprio per il modo potente e mai sdolcinato con cui l’autore li ha narrati. È arrivato quindi il momento di fargli qualche domanda, ora che il volume è in libreria e verrà presentato a Roma il 13 luglio nel giardini di Villa Massimo alle 20 e 30.


Dopo diverse pubblicazioni saggistiche, qual è la spinta che ti ha fatto passare alla narrativa?

Mi ha sempre divertito narrare storie e aneddoti, sia in forma orale che scritta, in fondo è una modalità che propongo anche nella formazione. Questo libro, in parte, era nel cassetto da diverso tempo, fatto leggere a poche persone, lo tenevo gelosamente custodito. Sono anni che scrivo: poesie, testi di canzoni, piccole fiabe, ma dallo scrivere all’aver il coraggio di trovare qualcuno che legga ne passa: gelosia, timidezza, timore che non piaccia quello che scrivi. Il primo scrittore al quale ho mostrato alcuni racconti che ora fanno parte del libro, è stato Cesare Baldoni; glieli mostrai durante una vacanza al Conero, gli piacquero e mi scrisse una recensione lusinghiera da poter usare – disse – quando volevo, ma poi… li chiusi nel famoso cassetto. Anni dopo di nuovo li mostrai all’esterno della cerchia familiare e al mio caro amico Vito, poeta, lui frequentava la Cavalli e ascoltavo con attenzione quello che mi diceva: devi descrivere di più il contesto, tu racconti delle storie molto interessanti ma dai per scontato che il lettore veda quello che vedi tu; consiglio preziosissimo.

Con l’arrivo di nuove tecnologie di quei racconti rimase solo il cartaceo, il dischetto nel quale erano salvati non si apriva più! e allora altro incoraggiamento, mia moglie Raffaella mi fece una sorpresa di Natale scrivendoli tutti al computer e donandomeli di nuovo in forma digitale.

Poi più recentemente due eventi quasi in simultanea, averli fatti leggere a te e un regalo che mi fece una regista, Tiziana Gagnor, di un libro scritto da un interprete di un film che ebbe un successo discreto nel 2018 e che sull’onda di quel successo scrisse un libro, autobiografico sulla periferia di una città del sud, mi disse: lo legga, sono sicuro che a lei piacerà. Non mi piacque molto, sembrava scritto da una persona che non era mai stata in quei luoghi. Mi dissi, se possono essere pubblicati questi libri allora forse anche il mio può avere speranza. Lo inviai narcisisticamente ad una grande casa editrice e poi a Scatole Parlanti, dopo neanche dieci giorni mi chiamarono dicendomi se ero interessato a firmare un contratto con loro.

Quando andai a trovare Tiziana glielo dissi, con quel regalo aveva mosso qualcosa di insperato.

Pensi che la lettura di racconti e romanzi possa avere un effetto positivo sui lettori?

Si, anche quelli brutti, ne sono sicuro; spesso sento dire alle persone che vorrebbero avere più di una vita per imparare dall’esperienza, ecco, credo che la lettura di romanzi ci permetta di vivere molte vite avere conoscenza ed aspirare alla saggezza. Aspirare suona come respirare.

La lettura è cultura, lo so che è banale, ma la lettura di un romanzo permette di imparare anche dalle storie umili, dai piccoli eroi che passano inosservati nella cultura che spesso viene individuata solo nelle materie di studio. Questa è stata un’altra sfida della mia vita, contrastare i pregiudizi. Un po’ è quello che mi ritrovo a condividere nel mio lavoro di psicologo con le persone che seguo: non bisogna necessariamente scrivere “un ultimo giro di giostra”, oppure “la caverna” per lasciare tracce significative del nostro passaggio. Siamo tutti portatori di piccole storie di un significato enorme

Il protagonista di questi racconti sei tu?

Mi stai chiedendo se è un racconto autobiografico? Credo che tutti i racconti abbiano una parte dello scrittore, anche quelli di fantascienza ambientati in un futuro lontanissimo, a volte una parte intima che non si riesce a condividere se non con la scrittura. Spesso le parti autobiografiche sono in personaggi diversi. Silvio è uno, nessuno e centomila ragazzini. Credo che molti leggendolo ci si possano riconoscere ed in alcuni tratti immedesimarsi.

Comunque amerei definirmi un testimone oculare

Mostrare al mondo la minima superficie visibile è una buona strategia esistenziale?

Non la “Strategia” con la S maiuscola ma può essere una di quelle vincenti. Credo che in alcuni momenti della vita sia essenziale porsi come osservatore, un discreto osservatore; nei racconti c’è un crescendo che porterà Silvio a fare un balzo, mostrare il volto, alzare la voce e fare uno scatto in avanti; l’esperienza, anche quella più cruda, può divenire un trampolino di lancio, un’opportunità.

Ricordo un mio caro zio che prima che partissi per il militare mi disse: ricordati, se vuoi tornare a Roma, se te lo chiedono, tu non sai fare niente; in fondo mi diceva di mostrare la minima superficie visibile.

I tuoi racconti sono pieni di nostalgia e vitalità. Come hai fatto a rendere così presenti i ricordi?

Non sono d’accordo che i miei racconti siano nostalgici, o almeno non volevo far “sentire” questo; credo che in fondo siano come un umore che definiamo “sano”: divertente, angosciato, arrabbiato, triste, allegro. Forse, dato che sono ambientati in una Roma degli anni ‘60/’70 può far venire per alcune esperienze nostalgia perché le novità che le hanno sostituite, almeno per noi di quel periodo, non lo hanno fatto al meglio.

Come ho fatto a renderli così presenti? Una volta Juan Corelli, ballerino e coreografo spagnolo, che dopo aver dovuto lasciare la sua carriera per infortunio divenne Vice Presidente del Ceis e fautore del “Progetto uomo”, in una cena in cui ero stato invitato durante la mia piccola collaborazione con Don Mario Picchi, a qualcuno che sottolineò il mio stare in disparte ed in silenzio disse: non vedete che lui osserva tutto, questo ragazzo sa ascoltare e ha una memoria fotografica. In fondo la fotografia è un’altra delle mie passioni. Ecco, credo che la memoria fotografica e aver vissuto i fatti in maniera intensa ed empatica mi permetta di renderli presenti. Io non ricordo, io torno in quel luogo, io sono presente di nuovo. Infatti una delle difficoltà maggiori che ho avuto, sottolineata anche da Vincenza, la mia editing, è stato mettere in ordine i verbi, andavo dal passato al presente come se le regole non contassero.

Le lotte tra ragazzini degli anni ‘60 erano altrettanto cruente di quelle che ogni tanto accendono le cronache oggi?

Come puoi immaginare non partecipo oggi, se non come osservatore di cronaca, alle lotte tra ragazzini, tra bande. Qui sento di poter dire di no, erano parodie di storie che si leggevano o si vedevano al cinema; potevano anche arrivare a ferire qualcuno ma non si perdeva mai la lucidità che di fronte a noi c’erano bambini, ragazzi come noi. La noia non esisteva, la stupidità era presente poco ed assente la cattiveria gratuita. Ci si divertiva e ci si azzuffava senza il bisogno di stimoli artificiali o per sollecitare pruriti mediatici.

C’è un grande rispetto per la natura che trapela dai racconti, bambini e animali insieme.

È un rispetto che sento di portare dentro da sempre, in fondo i bambini sono dei piccoli animaletti; riuscire a mantenere questa fratellanza con il mondo animale ci potrà salvare da quelle sovrastrutture egoiche che gli adulti, tutti noi, a volte mostriamo con superbia, trasformandole in azioni violente, sia fisiche che psicologiche. Ecco, credo che in alcuni racconti questa naturalezza, semplicità, traspaia in maniera importante. Questo passa anche attraverso la descrizione di giochi cruenti di borgata, “le cacce” in cui a volte da piccoli ci si cimentava inseguendo con fionde grossi topi e lucertole, sempre per scimmiottare gli adulti, ma da cui poi, nei racconti si prende distanza. Per dire, una volta per imitare uno zio cacciatore, colpii con un sasso un passerotto, beh, non potrò mai dimenticarlo, rimasi ore a vegliarlo per poi seppellirlo. Non uccisi mai più, anche se fu l’unico, un animale. Per non parlare poi di Stella, nei racconti viene in qualche modo evocata, un piccolo meticcio di cane che mi ha accompagnato per 15 anni in ogni luogo.

Quanto è importante l’ambientazione romana per te?

È molto importante per l’ironia che traspare nei personaggi, la capacità, tipicamente romana, di trovare risvolti positivi in tutto e alleggerire le situazioni. Nello stesso tempo, sento che queste storie potrebbero tranquillamente essere ambientate in una qualsiasi periferia di una città e avere sullo sfondo piccoli borghi dove si riuniscano dei bambini, dei ragazzi, che si affacciano nel mondo degli adulti cercando di schivare, a volte senza riuscirci, i famosi “colpi del destino”.

Un altro aspetto della romanità è essere anche romanista; credo che quel “abbasta poco” per esaltarci a vincenti per poi sprofondare di nuovo nella delusione ma senza mai perdersi d’animo caratterizzi una capacità di resistenza alle avversità che può non avere eguali.

Questi racconti esplorano anche il rapporto tra figli e genitori?

Il lettore potrà esplorarli; Silvio, il personaggio principale, li osserva, li subisce, si difende e si ribella. Credo che un genitore rappresenti sempre una pietra angolare, sia per le caratteristiche che vorremmo tanto che appartenessero anche a noi, in cui vogliamo identificarci; sia in quegli aspetti negativi da cui vogliamo distanziarci. Tutti questi spigoli della pietra angolare che a volte evitiamo e a volte prendiamo in pieno. A volte facciamo fatica a comprendere se quando le persone ci dicono “sembri tutto tuo padre” o “somigli a tua madre”, sia un aspetto positivo o meno. Noi figli, siamo tutti figli di qualcuno, accogliamo queste critiche o elogi con diffidenza cercando di smarcarci senza riuscirci bene. Forse perché come dicono i “Sud Sound System”: siamo tutti figli di Annibale; citazione fuori luogo? Non credo.

Scriverai ancora narrativa?

Non ho mai smesso e prima che venisse vista “la minima superficie visibile” stavo già divertendomi con una nuova storia. Quando scrivo mi diverto proprio, sono là immerso nell’avventura e rido e mi emoziono. Sarà, almeno per me lo è stato, una sorpresa, l’angolazione, il punto di vista con cui sto scrivendo questa nuova storia e mi auguro che possa piacere anche a molte altre persone.

Non ho smesso neanche di scrivere di clinica, di relazione di cura e anche qui voglio cimentarmi in un modo nuovo, picaresco, questo lavoro neanche a dirlo, giace in un cassetto da molti anni.

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