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Papille: Capitolo 25 – Crema di caffè

Papille, il seguitissimo critico gastronomico fuori dagli schemi, amato dal popolo e temuto dai più grandi chef, perde l’uso della lingua e del gusto per la vendetta di uno chef stellato.

Puntate precedenti

Capitolo 1 – Panace di Mantegazza

Capitolo 2 – Cappio

Capitolo 3 – Ferite

Capitolo 4 – Mignon vegani, alici, cacao e melanzana

Capitolo 5 – Strazzata lucana

Capitolo 6 – Pomodoro Ciettaicale

Capitolo 7 – Battuto d’occhio

Capitolo 8 – Sardine

Capitolo 9 – Zuppa di pipistrello

Capitolo 10 – Tramezzino pollo e insalata all’obitorio

Capitolo 11 – Lampare

Capitolo 12 – Pesce fresco

Capitolo 13 – Entrée

Capitolo 14 – Mani nel sacco

Capitolo 15 – Pinzimonio

Capitolo 16 – Rosmarino e basilico

Capitolo 17 – Falange di granchio oceanico

Capitolo 19 – Paella

Capitolo 20 – Menabrea

Capitolo 21 – Latte materno

Capitolo 22 – Mela

Capitolo 23 – Sangria

Capitolo 24 – Peperoncino

Capitolo 25

Crema di caffè

Papille continua a guardarsi intorno. Di Linda non c’è traccia. Lui è ancora nel mezzo dello spiazzo, a pochi metri dal furgone pugliese. Senza più lo zaino con i documenti all’interno e il cellulare. Il ricordo di quel lieve pizzicore causato dal peperoncino lo distrae. Tiene con sé quella sensazione inaspettata, quel solletico, quella vibrazione lieve piccante che quasi sente la lingua ancora viva.

Muove il moncone ruvido che però non dà alcuna sensazione. I muscoli si stirano e lo sguardo torna a essere la superficie immobile di un lago.

Pensa alla sua dottoressa e all’analisi che ha concluso anni prima. Ricorda tutto il lavoro fatto sull’atarassia. “L’atarassia è l’imperturbabilità. Uno stato superiore di consapevolezza e libertà emotiva.” Quasi credette fosse un traguardo. Ma la medicina odierna parla di atarassia quando intende l’assenza di legami emotivi ambientali e con persone, distorcendo il significato più antico. Il gradino prima della schizofrenia insomma.

Si incammina verso il centro della città. I documenti li ha inviati a Nico ma ora che li ha persi deve chiamarlo. Non ha più nulla con sé, pensa. Ma ha fatto in tempo a metterli al sicuro. Vede riflessa la sua immagine in una grande vetrina Benetton. Non ha eleganza se non nello sguardo. Linda aveva ragione, non ha un bell’aspetto.

Si tocca il petto, lo strofina con il palmo della mano e poi si accarezza la barba. Aumenta il passo. Non le manca Linda. Non è arrabbiato con lei. Vorrebbe essere qualsiasi cosa pur di sentire. Perché fregarlo? Si gratta il palmo di una mano. Perché rubare il telefono, i documenti di Carletti e sparire? Deve riuscire a contattare Nico e poi pensare a trovare Linda.

Il centro di Matera è un borgo elegante e caldo. Brulica di persone. Papille si defila in una piccola via con case più basse delle altre. Sono di mattoni, costellate da piccole botteghe artigiane.

Da dove iniziare per ritrovare Linda? Forse tornare a casa di sua sorella.

Si ferma. Nello zaino c’era tutto. Anche i suoi documenti. La carta di credito, tutto. Il primo pensiero che lo attraversa è quello di andare alla polizia, far leva sulla sua notorietà e tornare a Milano, dimenticarsi di Linda e capire cosa fare insieme a Nico.

Ma la sua storia, quella degli ultimi giorni, dal campo di Tolve allo studio di Carletti, non sarebbe credibile. Inoltre è ricercato per via di quell’Alfonsina.

Può solo chiamare Nico. Entra in un bar. Uno di quei vecchi bar con il bancone consunto, i tavoli con le briciole e le sedie di plastica e due signori anziani dietro al bancone. I due lo guardano. A lui appaiono stanchi perché non hanno nessuno cui lasciare il bar, immagina. Senza figli, dediti al lavoro, richiusi in quelle quattro mura tutta la vita dove il caffè ormai ha un sapore unico perché dentro c’è un pezzo del loro spirito. Se lo immagina così il sapore del caffè di quel posto.

Alcuni bar in giro per l’Italia, a Milano ormai non più, pensa, sembrano rimasti fossilizzati agli anni ‘90. I loro, di solito, sono i caffè migliori.

Guarda ancora i due, pensa che dovrebbe essere agitato. Spaventato. Perso. Eppure non sente niente. Dietro di loro c’è un grande specchio che riflette parte del retro del bancone e i piedi di Papille. Lui si avvicina.

– Caffè? – Chiede la donna.

Papille fa cenno di no. Si concentra.

– Un favor-re, d-devo far-re una telefon-natta.

I due si guardano.

– Prima il caffè.

– M-ma non posso pag-ghare. Gr-razie lo stes-so.

Papille pensa anche che non sentirebbe il sapore.

– Hai l’aria messa male. Un caffè lo offriamo noi. Quando ricapiterai di qui, lo pagherai. Noi li riconosciamo i clienti buoni. La donna dà una gomitata al marito che sorride.

Papille annuisce, nota dell’imbarazzo nell’uomo.

– A-vete un el-lenco? – conclude la frase mimando la cornetta del telefono.

– Certo, da trent’anni ogni anno! Eccolo. Esclama l’uomo che dopo averlo passato a Papille da sotto al bancone, si allontana verso la porta del bagno.

Papille sfoglia il grosso elenco bianco. C’è tutta Italia. Va alla C. Colagreco Nicola. Niente.

Ripercorre Colagianni, Colagini, Colagrani. Fa scorrere veloce il dito. Niente.

Allora passa alla S. Studio Colagreco. Sfoglia, punta il dito scivola sulla pagina. Studio contabile Colagreco.

Qui, pensa, dovrebbe esultare. È il suo unico appiglio. Eppure oltre una flebile vibrazione sul petto, non sente granché.

Pensa a Linda. Vicino a lei, un paio di volte, sembrava che la superficie del lago dentro i suoi occhi si increspasse, come a voler far uscir fuori un’emozione sommersa, una corrente profonda. Nulla di più di un fruscio. E per come è finita, forse, è meglio non si sia mosso altro.

Papille guarda la donna, sente l’uomo bisbigliare a qualche metro dal bancone prima di tornare accanto alla moglie. Perché è di certo la moglie pensa di nuovo Papille.

– Prima il caffè, poi il telefono! – dice lei portando l’attenzione di Papille sulla tazzina con scritto Caffè Gima.

Papille si avvicina al bancone, prende la tazza. Il caffè ha una bella crema ambrata in superficie, lo muove. Non ha alcun aroma, al naso nessuna nota astringente o dolciastra che lui sia in grado di sentire, niente. Solo, lieve, del calore sale sul viso. Lo beve. Niente.

La coppia si guarda, sembra siano in trepidazione.

Sorridono a Papille che ricambia.

– Com’è?

Papille accenna un sorriso. I due si intendono con uno sguardo e non chiedono altro.

Prendono un telefono con ancora scritto SIP sul dorso e allungano il filo fino al bancone. Papille lo prende, guarda l’elenco, alza la cornetta e compone il numero.

I due continuano a guardarlo. Lui fa qualche passo indietro e si allontana. Il filo elastico nero lo segue, allungandosi come una fisarmonica.

– Pronto?

– N-ico?

– Hey! finalmente. Ma da dove mi chiami?

– M-at-ter-ra.

– Matera? Ma va tutto bene? Senti, ma perché hai cancellato i messaggi da whatsapp? non dovevi mandarmi i documenti?

Segue qualche secondo di silenzio. Papille ripercorre gli ultimi minuti con Linda. Ha visto il suo pin del telefono, ha sfilato il telefono mentre lo abbracciava senza che lui se ne accorgesse in una stretta che lui credeva spontanea e affettuosa e poi ha sfilato lo zaino con i documenti. E deve aver cancellato il file inviato a Nico.

Papille lascia la cornetta. Fissa il muro con due poster all’interno del bar. Uno è di una pin-up anni cinquanta che stappa una Coca Cola, l’altro raffigura il “mottarello” della Motta, un gelato di così tanti anni prima che Papille stesso ricorda nella sua infanzia.

Guarda i due signori dietro al bancone, hanno cambiato espressione, sembrano tesi.

– Ci sei? Mi senti? – La voce di Nico gracchia dalla cornetta.

– Ho p-per-so tut-tte le pr-rove. Tut-to N-nico.

– Che significa? Che vuoi dire ho perso tutte le prove?

– Mi han-no der-rubato e can-ncel-llato i mes-sag-gi che t-i avev-o inv-iato.

– Ma chi? E perché? Non eri solo?

– Mi rispondi?

Papille sente il suono di due sirene che si avvicinano. D’istinto guarda i due anziani proprietari che indietreggiano appena.

Lascia il telefono. I due anziani indietreggiano ancora, ora tirati in volto.

Le macchine della polizia sono a poche centinaia di metri. Papille si muove verso l’entrata.

L’uomo dice: – Lei è Papille! pensa che con quel travestimento trasandato io e mia moglie non l’abbiamo riconosciuta? Voi famosi vi prendete la libertà di fare come vi pare. E no. Non qui. Non nella nostra Matera! Noi leggiamo i giornali e non abbiamo paura di denunciare.

La moglie annuisce con un vigoroso gesto del capo. La voce dell’uomo suona acuta, quasi il gracchiare di una cornacchia.

Papille si guarda intorno, guarda i due. Si gira ed esce veloce dalla porta. Vede le macchine blu affrettarsi verso il bar e sente il suono delle sirene crescere. Non ha più di cinquanta metri di vantaggio. Ha il cuore che inizia a pompare sangue, a voler uscir fuori dal petto, sente il caldo andar su. Il velo di silenzio che l’atarassia ha steso per anni, ora, sembra troppo corto.

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