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Simone Gambacorta: “Mica male la provincia!”

È appena uscita per Galaad la seconda edizione ampliata di un libro monografico sullo scrittore Mario Pomilio di cui ricorre il centenario dalla nascita: Lo scrittore problematico. – Appunti biografici e interviste su Mario Pomilio. Lo ha scritto e curato il critico-giornalista teramano Simone Gambacorta, che conosco e seguo da alcuni anni, – e mi offre il destro per porgli qualche domanda sul suo lavoro di giornalista culturale e di critico.

Cominciamo con la critica. Ti sei interessato negli anni a scrittori come Mario Pomilio, Michele Prisco, Gian Luigi Piccioli (di cui hai curato la riedizione di un suo romanzo, Tempo grande, ancora per la casa editrice Galaad). Come mai? Cosa ti attrae in questi pregiati “minori” scomparsi da non molto…

«Mi piace il nostro “altro ieri”, se così posso dire. Mi piace vedere come la lingua italiana è stata impiegata in romanzi che sono nostri contemporanei e che esprimono la sensibilità del nostro tempo su temi diversi e su questioni diverse, ma con uno scarto temporale che rappresenta, a suo modo, un di più di alterità: l’altro ieri non è il mio oggi, eppure, nel suo essermi prossimo, mi accompagna nel mio oggi attraverso una strada a me vicina e da me lontana. È come trovare un’alterità nei paraggi di casa propria. Non è poco. Perciò Pomilio, perciò Prisco, perciò Piccioli. Perciò gli altri che verranno».

Altri scrittori che hai amato, magari anche senza essertene occupato direttamente… Anche solo i nomi…

«Lalla Romano, Natalia Ginzburg, Luigi Malerba, Ennio Flaiano, Alberto Arbasino, Piero Chiara, Giuseppe Pontiggia. Poi Hemingway, Philip Roth, Fitzgerald, l’immenso Salinger. Borges, Sciascia, Buzzati».

Pomilio e Piccioli erano abruzzesi, come te…

«In realtà incide molto poco questo fatto. È senz’altro un’occasione di curiosità, di avvicinamento. È chiaro: uno scrittore della tua terra ti è in qualche modo più vicino, e appunto la curiosità ti può portare a leggerlo, ma a me Pomilio – mi limito a citare il caso di Pomilio, dato che siamo nell’anno del centenario – è piaciuto in quanto Pomilio, non in quanto abruzzese. Mi sembrano discorsi da tifosi, altrimenti. Ti dirò di più: c’entra molto relativamente anche il fatto che “La compromissione”, il primo suo romanzo che lessi, è ambientato a Teramo, che è la città dove vivo. Prima di tutto, perché quella del romanzo è una Teramo “ibrida”, con innesti presi da altre città, e fu Pomilio stesso a dirlo. Poi perché Pomilio pensò a Teramo – e ha spiegato anche questo – perché gli serviva uno scenario che fosse un campione della provincia italiana, il che rende il suo discorso molto più ampio».

Hai curato anche alcuni libriccini di inchiesta sul provincialismo, in forma di intervista, in uno dei quali anche io ti dicevo la mia. Il provincialismo è un’altra tua nutriente “ossessione”. Quello del provinciale può essere anche un angolo di osservazione sul mondo…

«Anche per questi libri devo dire grazie a Paola Vagnozzi e Paolo Ruggieri della Galaad Edizioni, che li hanno pubblicati. Per il resto, un conto è il concetto di periferia, un conto è il concetto di provincia, un conto è il concetto di provincialismo. Quest’ultimo non è un’esclusiva della provincia, è un atteggiamento mentale che alligna ovunque e che si manifesta, per dirla semplice, in un “vorrei ma non posso”, in un atteggiamento emulativo che porta a uno scadimento qualitativo. Non sto definendo il provincialismo in modo assoluto, sto solo mettendo in luce quello che secondo me ne costituisce un aspetto. Per quanto riguarda la provincia, poche cose mi annoiano come le lagne di coloro che vi vivono e che se ne lamentano o se ne sentono oppressi: sono complessi d’inferiorità e poiché sono tali me ne infischio. La provincia ha cose molto belle e cose meno belle. È ovvio che offra meno di una grande città, e appunto per questo è possibile fare i bagagli e andarsene serenamente altrove. Ma non è di per sé una dimensione di svantaggio. Credo che tutto dipenda dalle condizioni che si danno e che offrono a questo o a quello la possibilità di scegliere se trasferirsi o meno: dipende dai casi e dalle occasioni, perché non è che uno si sveglia la mattina, lascia tutto e parte così, per estro, benché nulla vieti di farlo, è chiaro. Personalmente, se un domani si presentasse la possibilità concreta di andare altrove, non avrei mezzo grammo di esitazione».

Da qualche parte ho letto che ti imbarazza sentirti chiamare critico, tu ti definisci piuttosto un giornalista, un cronista culturale…

«Al mattino mi sveglio e vedo persone che si affannano a definirsi. La cosa mi spaventa, mi inquieta anche. Chi pensa di poter definire se stesso, pensa di poter definire anche gli altri. Il che è pericoloso. Si arriva presto a sentirsi giudici. Figurati se posso definirmi un critico. Sono uno che ha sempre scritto recensioni di libri. Se quello che scrivo ha un contenuto critico, vuol dire che il testo ha un valore critico. Il testo, non io. La mia preoccupazione è di dire in modo concreto e anche sintetico cosa penso di un libro. È un portato di tanti anni di lavoro in un giornale. Il tanto vituperato – quasi sempre ingiustamente – lavoro del giornalista mi ha insegnato che al lettore devi dire qualcosa e che questo qualcosa deve essere chiaro, comprensibile e argomentato. Dopo di che uno può essere d’accordo o meno, ma certo non si è perso tempo in chiacchiere. Su questo hanno scritto critici come Angelo Marchese e Claudio Marabini e credo che i loro nomi bastino a dare legittimità al mio discorso. La dimensione critica è definita dal medium che si usa. Tutto qua».

Non ti piace essere definito critico, ma leggi tanta critica, mi pare…

«Mi piace molto leggere la critica e la leggo come fosse narrativa. Invece della trama, mi appassiona la situazione concettuale in cui mi ritrovo. Voglio dire che puoi tranquillamente leggere Debenedetti o Garboli o Macchia come fossero romanzi. La qualità del pensiero dà emozione. Prendi Bloom o Joseph Warren Beach o Wilson e dimmi se non li leggi come fossero una specie di avventura».

Secondo te un intellettuale deve muoversi sui social? O è meglio che li eviti?

«Ma che ne so? Dipende da come ti muovi, bisogna vedere caso per caso. Di sicuro quello che mi piacerebbe vedere meno sui social sono i finti intellettuali, ossia l’equivalente del “salotto buono” in similpelle di certi appartamenti di una volta. A volte il desiderio di felicità può contenere, inconsapevolmente, elementi di prepotenza. Tutti vogliono essere felici e tutti farebbero qualsiasi cosa per esserlo. Il desiderio di esistere come scrittori fa sì che molti si lancino in imprese narrative che hanno creato un sottobosco di presenzialismo. Succede che sei a casa, ti ricordi di dover spostare l’auto, allora esci, la sposti e rientri, e appena rientri dai uno sguardo ai social e vedi che nel frattempo sono spuntati quattro o cinque capolavori. È l’onda lunga di una marea autoreferenziale che nei casi migliori produce buoni esempi di midcult. Poi è chiaro che, al di là di questa cerchia, al di fuori di questo sottobosco, lavorano scrittori molto bravi e molto seri, ci mancherebbe, e sono quelli che ci salvano. Per il resto vedo molto velleitarismo, molte cosine tutte apparecchiate nel “modino” giusto… con un perbenismo di fondo».

Prima parlavamo di Michele Prisco. Ho letto un tuo bel pezzo nella rivista “L’Ottavo”, in cui racconti una tua visita alla casa napoletana dello scrittore de La Provincia addormentata. C’è qualcosa di Napoli che ti attira e te la fa sentire culturalmente/emotivamente vicina?

«Quell’articolo, ospitato dalla rivista diretta da Geraldine Meyer, nacque dopo un invito in casa Prisco da parte delle figlie Annella e Caterina. Rimasi conquistato dalla casa dello scrittore, con quella sua atmosfera e con quella vista straordinaria sul Golfo. Poi con Annella e Caterina siamo diventati amici, ci vediamo e sentiamo spesso. La mia famiglia è da sempre abruzzese, ma io sono nato a Torino, e la morale della favola è che la città dove sogno di vivere è Napoli. L’ultima volta ci sono stato prima della pandemia. Passai la mattinata a camminare, ero solo. Non ricordo, francamente, altre situazioni in cui sono stato così felice per il semplice fatto di essere in un luogo».

Hai curato per molti anni le pagine culturali di un quotidiano abruzzese, diventando anche un punto di riferimento per eventi culturali e letterari della tua regione, ma conosci anche la televisione, dove spesso sei invitato a parlare di libri. Quali sono le differenze nei due approcci, dei due modi di fare giornalismo culturale?

«Sono ambiti differenti, linguaggi differenti. Ma il punto di comunanza sta nell’approccio: se sei convinto che il senso del tuo lavoro consista nel coinvolgere gli altri in qualcosa che ritieni importante, cioè in qualcosa che serve alla società in cui vivi per progredire ed essere più libera e democratica – perché, stringi stringi, non credo che siano altre le ragioni per cui ci si impegna nella cultura – allora ti muovi con l’obiettivo di divulgare questo o quell’argomento attraverso forme di riflessione e di condivisione le cui modalità cambiano di caso in caso. Quello che non deve cambiare è la tua attitudine a porti la domanda essenziale: come posso dire quello che voglio dire in questo specifico canale?».

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