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Papille: Capitolo 24 – Peperoncino

Papille, il seguitissimo critico gastronomico fuori dagli schemi, amato dal popolo e temuto dai più grandi chef, perde l’uso della lingua e del gusto per la vendetta di uno chef stellato.

Puntate precedenti

Capitolo 1 – Panace di Mantegazza

Capitolo 2 – Cappio

Capitolo 3 – Ferite

Capitolo 4 – Mignon vegani, alici, cacao e melanzana

Capitolo 5 – Strazzata lucana

Capitolo 6 – Pomodoro Ciettaicale

Capitolo 7 – Battuto d’occhio

Capitolo 8 – Sardine

Capitolo 9 – Zuppa di pipistrello

Capitolo 10 – Tramezzino pollo e insalata all’obitorio

Capitolo 11 – Lampare

Capitolo 12 – Pesce fresco

Capitolo 13 – Entrée

Capitolo 14 – Mani nel sacco

Capitolo 15 – Pinzimonio

Capitolo 16 – Rosmarino e basilico

Capitolo 17 – Falange di granchio oceanico

Capitolo 19 – Paella

Capitolo 20 – Menabrea

Capitolo 21 – Latte materno

Capitolo 22 – Mela

Capitolo 23 – Sangria

Capitolo 24

Peperoncino

L’edicola spunta all’incrocio dove la grande via di Montescaglioso diventa Viale Carlo Levi, verso il centro di Matera.

Papille compra La Repubblica. Sfoglia il giornale, trova la sua foto alla sinistra di un articolo lungo mezza pagina, sulla destra campeggia la foto di quell’Alfonsina.

Nell’immagine lui assomiglia a un criminale. Pensa a quelle classiche foto sui giornali in cui l’accusato è in automatico colpevole per via della foto che lo ritrae nella versione peggiore di sé.

Linda lo guarda. – Ma questa è la sudamericana che ho incrociato dentro al portone di Carletti. Oddio, te invece tra barba, jeans, la maglietta lurida e l’aria da psicopatico fai impressione.

Papille si guarda la maglietta ancora sporca della terra del campo di Tolve.

– Dal vivo però qualcosa di elegante ti resta dai. Tipo le movenze, il modo di parlare. Che dice l’articolo?

Papille legge, distratto dai rumori della grande via.

A quando risale l’ultima volta che è finito su un giornale? Pensa. Forbes? No, poi c’è stato Vanity Fair. Sì, Vanity Fair. No no. Socchiude gli occhi. GQ. GQ aveva scritto di lui per il clamore suscitato da un suo video sullo street food.

Si stira la schiena come se volesse scrollarsi dalle spalle quel ricordo. Dopo l’intervista scrisse una lettera alla redazione di GQ per non far uscire il pezzo. Sottolineando la poca preparazione della giornalista.

Lo street food è ridicolo. Pensa. Ridicolo in ogni manifestazione. Nel suo stesso nome è ridicolo. Il cibo da strada. Una vampata di calore gli arrossa il viso.

– Rubate parole americane, alimentate il fuoco dell’ignoranza illusi di capire il cibo e di poterlo raccontare – Questo disse dopo la prima domanda della giovane giornalista di GQ.

– Assaggiate e ingurgitate perché vi dicono di farlo e tu, quanti anni hai tu, venti? Ventidue? Ventiquattro? Mi intervisti senza uno straccio di preparazione, tutta inumidita dalla parola street food. “Ritorno alle origini, semplicità, innovazione” ripetute allo sfinimento, un disco rotto.

Per me il cibo da strada è il cibo che mangiano i senza dimora. Il cibo per strada, quello che ti devi guadagnare quello che nutre la fame. No queste porcate. Ti piace un piattino biodegradabile con dentro un po’ di roba da mangiare in piedi o seduta su un muretto? Per te è “cool”? Lo street food? Una moda? Un modo? te lo dico io. Non è niente lo street food. Precotto, cucinato male, vissuto peggio e quando non è da buttare, è diseducativo. Degrada lo stile del mangiare. E tu vieni da me a chiedermi: – Papille, genio della gastronomia, il nuovo corso del canale video sarà sullo street food?

Leccandomi anche il culo con quella voce nasale.

Quando la ragazza sfiorò il pianto, Papille si alzò per andarsene senza aggiungere altro.

L’articolo di Repubblica non è scritto bene, osserva. Ma non è questo il problema pensa prima di rispondere a Linda.

– Dic-ce ch-che son-no un pot-ten-nz-siale c-crimin-nalle.

– Bene. Chi non lo è? – Risponde Linda.

Il cielo si è scurito. Le macchine sulla via scorrono veloci, la strada ampia è ben asfaltata e il rumore dei penumatici rimbomba costante verso il centro della città. Lui è in un vicolo cieco. Si guarda intorno. Rallenta il respiro.

Si allontana dall’edicola con Linda per sedersi sul gradino dell’ingresso di un parrucchiere. Guarda le macchine sfrecciare. Non avrebbe potuto fare un video per il ristorante del marito di quell’Alfonsina, era ovvio non avrebbe ceduto al ricatto. Pensa.

Prende il telefono, lo sblocca inserendo la sua data di nascita e inoltra a Nico tramite whatsapp i documenti fotografati in precedenza.

Linda gli è vicino, ancora in piedi. Senza dire nulla si siede al suo fianco e guarda lo schermo del telefono di Papille.

– C-cosa c-c’è?

– Niente.

– M-mi s-st-tai fis-san-ndo.

– Sì, non posso? Sei del sessantaquattro, ventuno febbraio. Anzianotto e pure pesci eh?

– E c-che n-ne sai s-sia la mia d-data d-di n-nasc-scita? – Papille tira su le spalle e sorride.

– Ho fame sai? Qui vicino c’è un posto buono. Ti va? – chiede Linda.

Da dopo l’incidente il mangiare è uno degli ultimi pensieri. Pensa Papille. Così dovrebbe essere, una necessità, niente di più.

– Vieni, è vicino il posto. Mi ci ha portato una volta il mio ex. Un po’ un fighettino lui, come dite voi a Milano. Poi quando ha scoperto il lavoro che facevo per arrotondare, beh, mi ha mollato.

– Mh.

– Cosa?

– Mh. C-che t-ti dev-vo dir-re?

– Va beh. Era per parlare. Dai che questo street food è dietro l’angolo.

Papille sussulta e si incammina.

Il piccolo food truck è parcheggiato al centro di uno spiazzo. Ha le ruote sgonfie, lo stile è quello del classico camioncino anni sessanta per surfisti californiani. La scritta “Salentow” campeggia sulla fiancata.

Papille la guarda.

– S-siamo a M-ater-ra. S-salen-to?

– Penso sia un, come si chiama, fran..fra?

– F-fr-ran-nchisin-ng

– Franchising bravo! Fanno cucina salentina, siamo vicini alla Puglia no?

Papille sospira. Ha inviato da pochi minuti i documenti a Nico. Di tornare al campo non se ne parla ora che è anche su tutti i giornali.

Deve costituirsi? Pensa. Anche tornare a casa è impensabile. Può solo incastrare quel Carletti e Sagripanti. Soprattutto Sagripanti.

– Prendi qualcosa?

Papille fa cenno di no.

– È buono, dai.

I due si guardano. Papille indica la bocca appena socchiusa.

– Eh, ok. Ma non hai mai fame tu?

Mangiare gli ricorda lo stato della sua bocca e il concetto di fame usato a sproposito lo irrita. Si gratta la testa e alla fine annuisce.

– F-ai t-tu.

– Ok ti ordino una puccia.

Il camioncino è malmesso. Carino, ma tenuto male osserva Papille. Il tavolo da lavoro si intravede dalla fiancata del furgone, due ragazze in divisa parlano con Linda che ordina da mangiare.

Nel video di qualche anno prima sul suo canale YouTube, precedente dell’intervista su GQ, Papille parlava del valore antropologico del cibo da strada. Spiegava come non fosse assolutamente coerente con un ritorno alle origini l’accezione che esso ha oggi, anzi.

Il cibo da strada odierno alimenta la solitudine dell’uomo, non proietta il nutrimento in una dimensione ancestrale. Non è frugale e semplice, bensì mediatico e spesso mediocre. Linda torna, la sua puccia ha all’interno una burratina che trasborda dai lati, dei capperi, qualche oliva e dello speck. Quella di Papille ha del purè di fave, polpette di pane e melanzane.

Il pane tra le mani di Papille è mollo, poco croccante. L’odore lui non lo sente. Stringe la puccia e l’addenta allontanandosi dal furgone.

Mastica senza sentire sapore. Si avvicina alla fine del marciapiede, dove una grossa fermata dell’autobus lascia spazio a una banchina con qualche persona in attesa. Si siede sul ciglio della strada, si toglie lo zaino e lo lascia a terra. Il sole è scomparso dietro grigie nuvole dense di pioggia.

– Vado un attimo al bagno in quel bar, torno subito. – Linda sorride, si avvicina e d’istinto abbraccia Papille. Lo stringe. Lui resta fermo, rigido e sorpreso. Muove le mani ricambiando con due pacche lievi sulla schiena di lei. Poi un movimento brusco Linda si stacca.

– A tra poco!

Mastica, si concentra. Né gusto né consistenza prendono forma. Prova con un altro morso, per un istante, mentre senza che se ne accorga le polpette si sfaldano in bocca e il purè si scioglie con la saliva, sente pizzicare il palato, poi la lingua. Papille si blocca. Si sofferma sulla sensazione. La prima sensazione dopo mesi. È un pizzicore nitido, lieve. Piccante. Sente attutito il piccante.

Svanisce subito. Il palato, la gola, la lingua tornano di nuovo nell’assenza totale. Papille sente il cuore battere, sorride e si tocca la lingua e il battito accelera. Guarda la puccia, la apre. Due peperoncini freschi, rossi dalla forma oblunga giacciono per metà tra le polpette cosparse di piccoli semi gialli.

Linda. Pensa. Di certo ha chiesto lei alle ragazze di metterli, forse per provare a stimolarlo.

– L-linda! – Esclama.

Si gira per cercare la donna che non risponde. Davanti al furgone non c’è nessuno oltre le ragazze che al suo interno si adoperano a riordinare il tavolo da lavoro. Guarda dalla parte opposta dello spiazzo dove due vie alberate si snodano, nessuno. Si gira di nuovo, ma di Linda non c’è più traccia. Guarda al suo fianco e lo zaino con i documenti non c’è più. Pur non avendo il suo numero di telefono, d’istinto si tocca le tasche come se volesse prenderlo per chiamarla. Si tocca la tasca destra, poi la sinistra. Non trova nulla. Anche il suo cellulare è sparito.

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