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“Dolce casa” di Wendy Erskine (Atlantide)

Dice Robert Frost che “casa è quel posto dove ti devono far entrare, ma è anche quel luogo dal quale se ti allontani ti vengono a cercare”, e i protagonisti di questi racconti disegnano le loro fratture, il loro vivere, immersi in precarietà emotive, e talvolta fisiche, in una West Belfast, intenta a scuotersi di dosso i ricordi dei “troubles”, i disordini anglo-irlandesi, e decisa a diventare una capitale europea tutta sicurezza e scintillante prosperità.

Accanto a una modernità perfetta, c’è ancora chi è nostalgico della propria identità britannica e la rivendica con orgoglio “io non sono irlandese, io sono britannica e lealista”, dice una ragazza, ottenendo in cambio un sospiro rassegnato e una frettolosa alzata di spalle. L’umanità rappresentata è un’umanità non eccezionale, ma viva e dolente. Non necessariamente buona, perché pochi uomini lo sono davvero, come il ragazzo che va a chiedere il pizzo alla proprietaria di un centro estetico appena aperto, e poi lo rivediamo alle prese con i tradimenti e una moglie paziente e già non più innamorata ma tenace nel resistere in un rapporto logoro del quale conserva il potere, perché può farlo finire quando vuole.

Una donna non più giovanissima esibisce un corpo palestrato e lucido di abbronzatura artificiale, entra ed esce da relazioni complicate e sensuali con uomini più giovani, i bicipiti muscolosi che mettono in mostra il tatuaggio “solo Dio può giudicarmi” e non si accorge, o forse finge di non accorgersi, della maliziosa tresca tra il fidanzato di turno e sua figlia adolescente, riscuotendosi con un guizzo di consapevolezza davanti al fatto che i due restano fuori troppo a lungo per le lezioni di guida (la patente nel Regno Unito si prende a 17 anni). Spettatrice di vergogna e audacia è l’amica della figlia, Cath, impegnata a spiare il belloccio che tanta attrazione suscita in due donne, confusa sui desideri del proprio corpo.

Una maestra ormai alle soglie della pensione, acida come un limone, rivede se stessa e il suo ingenuo concedersi a un giovane poliziotto britannico, un Black and Tan, ritrovato morto sulla sponda di un fiume. Quella passione giovanile l’ha segnata e inaridita, al punto da impedirle qualsiasi contatto profondo con le persone, neanche con i bambini ai quali insegna e con i quali sfoggia una sottile crudeltà. Disincantata e distratta nell’uso delle tecnologie che la nuova gestione della scuola propone, trova un barlume di vita nel contatto con un volontario che insegna il calcio gaelico ai bambini, fino a restare delusa e ferita quando lui va via senza salutarla, dopo aver trovato lavoro all’estero. In fondo era solo un ragazzo gentile, ma non poi così tanto, e quella perdita chiude il cerchio insieme a tutte le perdite precedenti, lasciandola con un senso di sconfitta soffocante.

Un impiegato in un negozio, un posto di passaggio dove venivano mandati ragazzi che avevano avuto guai con la giustizia, ricorda il suo passato, quando, coinvolto nella sparizione di una ragazzina, era stato interrogato e la sua stanza perquisita. Le circostanze sembrano chiare eppure c’è un velo di sospetto in una città ancora oppressa dalle sparatorie e dalle bombe nei locali, e l’aver toccato l’innocenza di una bambina è un peccato, prima ancora che un crimine, imperdonabile. Nonostante la sua successiva estraneità risulti palese, i genitori lo rifiutano e lo mandano via, in un’altra zona della città, con l’asciutezza tipica di certi distacchi mascherati da decisioni di buon senso, giusto per mantenere intatta la quiete della loro vita violata dal sospetto.

Ogni personaggio narrato, in qualche modo sfiora, spesso in maniera inconsapevole, quella degli altri protagonisti. E per ognuno di loro, la vita stessa è un’occasione mancata. Ogni ferita che infliggiamo agli altri poi torna in modi misteriosi a segnare il nostro percorso, anche se non colleghiamo le cose. E infine la vera, occulta protagonista delle storie, è la città di Belfast, che, a guisa di occhi di vicini spioni, tiene memoria e traccia le mappe dei suoi abitanti.

Quando Lauren e Cath tornarono al ChipChop non c’erano i soliti tormentoni dance in sottofondo ma vera musica cinese. Sembra di mangiare delle cose diverse, disse Cath. Capisci che intendo? Gli dona un sapore migliore.

Cath stava aspettando di sapere di Stuart. Insomma. Insomma cosa? Bene? Disse. Bene cosa? Lo sai perfettamente bene cosa. E dai come procede? Come procede cosa? disse Lauren. E dai Lauren smettila di fare la stronza. Lauren emise un lungo sospiro. E questo che vorrebbe dire? chiese Cath, ma Lauren scrollò le spalle. Guardò davanti a sé e poi da un lato, e poi giù in fondo verso la porta. Si sistemò i capelli dietro l’orecchio e si morse il labbro.

Si era fatta la riga diversa dal solito e il rossetto che portava era di un colore nuovo, non esattamente corallo, non esattamente rosa.

Adesso si considera bella pensò Cath. Solo perché uno qualunque le gira attorno, pensa di essere bella. Gliel’ha probabilmente detto lui come sei bella.

Bene disse Lauren e sospirò di nuovo. Cath sollevò la bottiglietta della salsa di soia per leggere l’etichetta. Salsa di soia fermentata naturalmente. Dietro c’era l’informazione nutrizionale.

Carboidrati di cui zuccheri. Grassi di cui saturi. Quindi, chiese Cath, hai già fatto sesso con lui o no? Lauren rispose sì, l’altro giorno.

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