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Loredana Manni: “Ancora oggi non riesco a leggere con serenità le scene di violenza che ho scritto”

Mi capita spesso di chiedermi a cosa servano le storie che leggiamo. Certo, ognuno di noi ha una sua risposta e immagino che siano diverse l’una dall’altra. Qualche volta io mi sono risposto che servono a riconoscere certi anfratti misteriosi della nostra mente, che la scrittura fa emergere partendo dai personaggi e dalle loro azioni. E talvolta conoscersi meglio attraverso ciò che si legge può servire anche a riconoscere i rischi che si corrono quando i pensieri imboccano vie pericolose, che prima a poco a poco e poi in modo ossessivo ti spingono verso esiti catastrofici. Ed è quello che ho avvertito chiaramente quando ho cominciato a seguire come editor la storia che Loredana Manni stava scrivendo e che adesso è diventata un romanzo, Honoris causa (Bertoni 2021). Il protagonista potrebbe anche somigliarmi dopo tutto, e non solo perché è un docente di letteratura, un uomo che ha coltivato la cultura e le arti, ma soprattutto perché sente dentro di sé la spinta verso la gelosia e il senso del possesso che anch’io – e chi può dire di no? – ho percepito talvolta nella mia vita. Le sue giustificazioni, le sue “verità” e le sue riflessioni, ben narrate in prima persona maschile dalla prosa senza enfasi e quasi clinica di Loredana Manni, potrebbero somigliare alle mie, forse alle nostre. Solo che le sue azioni sfociano nell’uccisione della giovane moglie mentre noi, anche solo riconoscendole attraverso la lettura di una storia come questa, possiamo ancora capire quanto ciò sia folle e feroce, oltre che inutile. Lui no, lui non lo comprende. È ormai al di là, dove il male che è stato compiuto sembra perfino assurdamente giusto. A questo punto sono diverse le domande che voglio rivolgere all’autrice.


Il tema del romanzo è davvero di scottante attualità, purtroppo, ma tu hai scelto un punto di vista inconsueto, quello del marito che uccide e non della vittima, perché?

È stata una decisione sofferta, non facile. Sarebbe stato sicuramente più semplice sposare il punto di vista della vittima. Ho deciso di intraprendere la strada più ardua perché credo che entrare nella psicologia di un uomo malato, oltre a essere per me una sfida più complessa da affrontare come scrittrice, sia anche un modo per cercare di scavare nei meccanismi mentali perversi che possono portare un uomo a togliere la vita alla persona che pensa di amare. Affrontare il tema del femminicidio dal punto di vista del carnefice offre, secondo me, alcuni spunti di riflessione che non vanno sottovalutati.  Penso che per tentare di fermare la violenza sulle donne, sia necessario agire sugli uomini maltrattanti, prima che la violenza degeneri e per fare questo bisogna imparare a riconoscere i segnali che spesso non vengono colti, almeno nella loro reale gravità.

Un’altra delle cose che colpisce subito l’attenzione è che il tuo protagonista è un uomo di cultura, un docente universitario di letteratura. Quindi anche gli strumenti culturali non bastano a preservarci dalla violenza bruta?

Gli strumenti culturali, purtroppo, non bastano a preservarci. La violenza sulle donne è un atto criminale trasversale a tutti gli strati sociali e culturali. Affonda le radici in una forma di maschilismo e di dominio del più forte sul più debole, primordiale, non rielaborato. Credo che alcuni uomini non riescano, più o meno inconsciamente, ad accettare che le loro donne possano avere i loro stessi diritti, le loro stesse aspettative, le loro stesse ambizioni. Sembra assurdo che ancora oggi esistano forme di sottomissione, di perversione e di controllo spasmodico ma, evidentemente, come società non siamo stati ancora in grado di mettere in campo gli strumenti culturali, sociali e morali per estirpare questo cancro.

Immedesimarti in un uomo e per giunta assassino, quanto è stato difficile, come hai fatto concretamente nella scrittura?

È stato complicato. Meno difficile nelle parti del romanzo in cui Michele affronta il crimine commesso con la psicoterapeuta o quando parla della sua storia d’amore, prima della progressiva perdita del controllo di se stesso. In alcuni passaggi del libro, soprattutto quando il protagonista perpetra nei confronti della moglie violenze psicologiche e fisiche, ho avuto estreme difficoltà. Il capitolo in cui Michele descrive l’omicidio, l’ho scritto svariate volte. Non riuscivo a immedesimarmi in quella violenza, la rifiutavo e mantenevo una descrizione superficiale. Mi sono dovuta sforzare non poco. Il mio romanzo entra nei meandri psicologici del protagonista in maniera profonda e non potevo esimermi dal raccontare, sempre seguendo il punto di vista distorto di Michele, il momento dell’omicidio. Ancora oggi non riesco a leggere con serenità le scene di violenza che ho scritto, una parte di me le rifiuta.

Non so dire come ho fatto concretamente nella scrittura. Ho cercato di isolarmi, di entrare in un universo “altro” da me, poi le parole, le frasi, le situazioni sono venute da sé, tranne quelle più concitate e violente per le quali ho dovuto fare un intenso lavoro di estraneazione da me stessa.

L’uomo riesce a portare dalla sua parte, in un certo senso, anche la psicologa Esther, “una tosta” come la definisce lui. Cosa la colpisce in lui?

Michele è un affabulatore, un manipolatore di sentimenti. È un uomo carismatico, colto e di successo, un professore universitario di letteratura italiana che sa usare le parole e che sprigiona una forte personalità, oltre a essere esteticamente piacente. Esther, all’inizio, conduce saggiamente la psicoterapia. Poi nasce nei confronti di Michele un’attrazione che lei cerca invano di combattere. È colpita dal modo dignitoso e fermo con cui il professore affronta la gogna del carcere, è paradossalmente attratta dalle sue mani accoglienti e solide. Si instaura, come avviene non di rado negli Istituti di detenzione ma anche fuori, una relazione che oltrepassa il limite della psicoterapia.

Questa storia nasce dalle tue esperienze professionali nelle carceri? Oppure la spinta ti viene da qualche esperienza più intima e interiore?

Questa storia nasce dal mio impegno sociale nell’ambito dei diritti civili. La mia esperienza di mediatrice penale mi ha aiutato a cogliere le atmosfere e le sensazioni che si respirano quando si valica il cancello di un Istituto di detenzione, ma soprattutto mi ha aiutato a sviluppare nel romanzo il processo di rielaborazione e consapevolizzazione che Michele, con l’aiuto di Esther, intraprende. Credo che quando si commette un crimine, a maggior ragione un crimine violento, sia necessario che il carnefice faccia un lavoro su stesso, profondo e spietato. Michele si nasconde dietro il delitto di onore, giustifica a se stesso l’omicidio perché è convinto di essere stato provocato. Solo scavando nelle ferite inferte e negli abissi della propria anima il protagonista diventa vulnerabile, si accende in lui un barlume di consapevolezza. La mediazione penale facilita questo tipo di processo, i mediatori sono “specchi dell’anima”. La mia esperienza di mediatrice mi ha aiutato a sviluppare la relazione tra Michele e Esther ma ci tengo a sottolineare che nel romanzo non ci sono attinenze con persone o fatti conosciuti, né attinenze con la mia vita privata interiore.

Un’altra cosa che spaventa chiunque di noi e che tu racconti benissimo, con crudezza e senza esagerazioni a effetto, è la vicenda di un uomo comune che si ritrova all’interno dell’universo carcerario con le sue brutalità.

Il carcere è un luogo “altro”, un posto dove il mondo fuori sparisce ed esiste solo il mondo dentro. In questo mondo ci sono le regole imposte dall’esterno, che delineano l’organizzazione degli Istituti di detenzione penitenziaria con tutti gli operatori che roteano nel “sistema” carcere e le regole occulte tra detenuti e di sicuro essere in carcere per aver commesso un femminicidio non è un buon bigliettino da visita.

Com’è Sara, la giovane moglie vittima? Pensi che anche lei avrebbe potuto fare qualcosa di diverso da ciò che fa nella storia, oppure non c’era per lei via di scampo fin dall’inizio?

Sara è una giovane donna, intelligente, accattivante e intraprendente, dal carattere impervio e risoluto. È lei che, in un primo momento, provoca le attenzioni di Michele e, all’inizio della loro storia d’amore, è affascinata e onorata di essere, lei giovane studentessa, oggetto del desiderio di un affermato professore universitario. Poi progressivamente la situazione cambia, la gelosia di Michele diventa spasmodico controllo, lei cerca di ribellarsi alla decisione del marito di non farla più lavorare all’università ma lui le tarpa le ali, fino a chiuderla in casa.

Probabilmente Sara ha paura di denunciare le violenze subite per via della fama di cui Michele gode, dell’assenza di una propria disponibilità economica per difendersi e soprattutto per cercare di proteggere il figlio Luca che teme possa essere affidato al padre. Però mi piace pensare che Sara si stesse muovendo, stesse cercando un aiuto, una via di fuga. Probabilmente non ha fatto in tempo. Non credo e non voglio credere che per lei, come per altre donne vittime di violenza, non ci sia o non ci possa essere via di scampo.

Resta fuori dal carcere un figlio. Un altro tema del romanzo è la ricerca del perdono che il padre implora dal ragazzo. Lo fa come se potesse servire a ridimensionare forse ciò che ha fatto?

In realtà Michele non cerca il perdono del figlio. Lui rifiuta anche solo di parlare di Luca perché è consapevole che il figlio prova per lui disprezzo e indignazione. È la psicoterapeuta che, gradualmente, convince Michele ad affrontare questa ferita. Luca rappresenta per il professore il tallone d’Achille. L’amore per il figlio è la leva che utilizza Esther al fine di far crollare le certezze granitiche che Michele si è costruito per difendere il suo crimine agli occhi di se stesso e del mondo. Michele si mette, per la prima volta, in discussione quando si prospetta la possibilità di incontrare Luca. Di fronte al pensiero del figlio, che non vede dal giorno dell’omicidio, è finalmente nudo, privo di difese e giustificazioni, senza parole, in ginocchio di fronte a se stesso e al crimine commesso.

L’uomo cerca di giustificarsi, fa riferimento al delitto d’onore, si ritiene paradossalmente nel giusto. Credi che sia questo il pensiero di chi brutalizza un altro essere umano?

Questo è il pensiero di Michele e credo possa essere il pensiero anche di altri uomini che hanno commesso delitti efferati analoghi. Onestamente non mi spingo oltre, non sono un’esperta di criminologia. Penso che la mente umana abbia talmente tante sfumature e possa essere oggetto di così tante perversioni che sia impossibile individuare degli “stereotipi”.

Avevi un intento educativo, mentre scrivevi? Alla fine ti interessava raccontare una storia di cronaca per denunciare e dare risalto ai casi di femminicidio? Pensi che sia utile parlarne in un romanzo?

Non avevo intenti educativi. Penso che parlare di femminicidio sia importante, non se ne parla mai abbastanza e si sottovaluta la portata di questo triste “fenomeno” e delle innumerevoli tragedie quotidiane che tante donne sono costrette a sopportare. La violenza domestica è molto più diffusa di quanto si pensi o si possa immaginare e i fatti di cronaca nera, sono tanti, troppi.

Quindi si, penso sia utile parlarne, anche attraverso un dibattito che possa scaturire da un romanzo.

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