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“La sposa del mare” di Amity Gaige (NN editore)

Questo è un libro che offre più chiavi di lettura e di approccio. Abbiamo il tormento di una poetessa che ha interrotto la sua tesi di dottorato su Anne Sexton, due bambini impegnativi e bellissimi, un marito che vuole cambiare vita. Un matrimonio le cui crepe sono visibili ai protagonisti (marito e moglie, Michael e Juliet) che esplodono nella totale mancanza di complicità su tutto, dalla marca dei cereali, al voto alle elezioni presidenziali dove (indovinate chi) uno ha votato Trump, convinto che avrebbe potuto preservare la libertà di un paese dove tutto ha un prezzo con un vistoso cartellino.

Ma le persone non sono granitiche, sono fatte anche di desideri e di speranza. Per questo Michael decide di lasciare un buon lavoro e di darsi un anno di libertà dal lavoro e dai doveri per navigare in barca a vela. Destinazione Caraibi.

Juliet capisce che quel viaggio, quell’intimità fatta di spazi ristretti e di acqua salata e eritemi e sacrifici è il grido d’aiuto di Michael. Lo segue. Sperando di avere di nuovo la stima di suo marito, dal quale il senso di fallimento e una depressione serpeggiante l’avevano allontanata. Incomprensioni. Fraintendimenti. Uomini e donne che sentono cose diverse quando chiedono attenzione. Spasmodica.

Il loro amore c’è, è solo seppellito sotto un po’ di stracci e di traumi infantili non risolti. Michael ha perso il padre molto giovane, Juliet è stata oggetto di molestie da parte di un amico della madre, una specie di zio acquisito, e non riesce a perdonare la madre di non averle creduto a sufficienza, per non sconvolgere gli equilibri che quell’amicizia le forniva.

L’ansia di Juliet e Michael, la loro rabbia, viene fuori nel corso della traversata, ma anche la possibilità di scegliere una vita diversa da quella che li ha tenuti al sicuro fino ad allora. “Al mare non importa chi sei”, così scrive Michael nel suo diario di bordo, che diventa una sorta di lettera confessione a Juliet, il tentativo di spiegare la semplicità della vita quando non ci incastriamo nei ruoli che ci cuciono addosso.

Juliet diventerà una persona diversa, cercando di salvare la sua famiglia in mare, che non è solo un luogo di fuga e di bellezza, ma anche un tremolante mondo in cui ci sono insidie e pericoli, spesso non prevedibili. “Se preferisci non conoscere i punti vulnerabili, allora è meglio che non vai in barca a vela”.

Incontriamo Juliet, mentre, rinchiusa nell’armadio a muro, sconfortata e disidratata emozionalmente, dopo la scomparsa di Michael, trova il diario, e impara a vedere se stessa, attraverso gli occhi di suo marito.

La polizia verrà a cercarla perché quel diario può essere utile per le indagini, e per lei è un pezzo del suo stesso corpo. Si chiederà fino a che punto possa essersi spinto Michael per difendere il suo diritto di navigare sulla barca, senza dover ripagare una serie di debiti reali ed emotivi, e come saranno lette le sue parole da occhi inquisitori.

E ancora, essere madre è fonte di depressione, come lo era stato per Anne Sexton, suicida a 36 anni, che aveva bisogno di una figlia, non di un figlio in generale, ma di una figlia da amare, un topolino zuccheroso, per trovare la propria immagine allo specchio. Juliet confessa alla psicologa della figlia di 7 anni, di non avere altra scelta che scrivere poesie per liberarsi dal trauma. La poesia che diventa una religione, una porta in grado di traghettarci oltre il dolore puro. La corda alla quale aggrapparsi per risalire dal profondo di un pozzo.

Non so dire quanto profondamente abbia risuonato dentro le mie corde interiori questa storia, sicuramente molto. Mi fa riflettere su tutto quello che reputo necessario o indispensabile nel mio modo di vivere e di toccare il mondo. A cosa sarei disposta a rinunciare pur di restare fedele alla persona alla quale voglio assomigliare.

Sapeva davvero godere del cibo, mio marito. In realtà sapeva benissimo anche come godere dell’aria, della navigazione a vela, delle trattative con gli ufficiali della guardia costiera: era capace di godere di tutto, da capo a piedi. Era un uomo d’azione. Amante delle sfide. Era un uomo che apprezzava le salsicce. E questo suo apprezzamento era contagioso. Ricordo l’aria felice che aveva quando apriva scrupolosamente la carta cerata, che profumava di olio e di finocchio. Mangiava le sue salsicce col mignolo alzato, grugnendo, leccandosi via l’unto dal polso. Mi faceva ridere. Ecco perché non posso dire che mi pento di essere partita per quel viaggio. Non mi pento di aver guardato mio marito mangiare una salsiccia. Non mi pento di aver riso.

Non mi pento di aver riso in plaza de Bolivar.

Piccoli piaceri. La sensualità dei capelli puliti. Acqua fredda come a maggio. Dopo mesi a spruzzarci nello specchio di poppa con il soffione della doccia, un bagno nell’acqua dolce aveva qualcosa di religioso. Ci eravamo abituate ad avere le chiome ispide per il sale. Ci posavano sulla schiena come coperte da sella. Ma non quel giorno. Quel giorno, eravamo pulite.”

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