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Marina Novelli: “Le nostre miserie sono materiale denso e ricco da raccontare”

Martedì prossimo, l’8 giugno 2021, a Roma presso le Industrie Fluviali, verrà presentato il romanzo La snaturata di Marina Novelli (pubblicato da Ensemble). Nello stesso giorno il volume uscirà in libreria. Marina Novelli è un’autrice profonda e profondamente visionaria, come può testimoniare chi ha letto anche I bannunati (Alter Ego 2015), il suo romanzo precedente. La snaturata parla della vicenda – tra il realismo più concreto e il fantastico più immaginifico – di Lèna, una prostituta che viene investita e uccisa ma che, malgrado sia morta, continua a sentire e a percepire il mondo esterno. Anzi, il suo corpo che in vita era indifeso, esposto a tutti i pericoli, manipolato dai clienti oppure annullato dall’indifferenza di chi le passava accanto senza nemmeno osservarla, sperimenta da morto una nuova potenza. Anche in alcune altre storie abbiamo letto di una mente che resta viva dopo la morte, ma nel caso di Lèna pure il corpo continua a sperimentare una forma di inconcepibile sopravvivenza, e appare perfino migliore di prima a chi lo guarda. Come se, da puttana che era, dopo la morte Lèna si fosse trasformata in una santa dal corpo incorrotto. Non vi svelo di più e passo all’intervista. In fondo con Marina la frequentazione è così antica, ho seguito per così tanto tempo la sua scrittura, che mi immagino di poter intuire le sue risposte prima che le dia. Invece mi sorprende e vale la pena leggerle, così come è valsa la pena per me ascoltarle.


Lèna è morta ma non è morta, su questo hai scritto un romanzo. T’interessa così tanto il nostro destino dopo la morte?

Mi preparavo a un grave lutto famigliare preannunciato da lungo tempo ed ebbi la netta e terrificante sensazione di svegliarmi tutti i giorni con la morte al mio fianco. Mia madre ancora era in vita, malata, assente, non mi riconosceva più, insomma l’avevo già persa ma era ancora lì ed io facevo i conti con la paura e il pensiero che l’atto finale fosse solo una convenzione e che delle piccole e grandi morti le viviamo ogni giorno, ciò detto mi convinse del tutto. Forse in quel momento avvenne qualcosa dentro di me? Non saprei… di sicuro mi ha spinto uno stato di forte disagio e l’incapacità di convivere in una circostanza che sentivo essere più grande di me a metter su carta e raccontare questa storia venuta da sola, assolutamente non prevista. I piccoli grandi lutti che mal digeriamo e con i quali abbiamo a che fare ogni giorno da vivi, la grande morte preannunciata di mia madre mi spalancò gli occhi.

La snaturata sembra andare contro tutte le leggi fisiche che conosciamo, ma mantiene anche una sorta di bellezza, anzi ne è ricoperta più di quanto sia mai stata. Come ti è venuta in mente questa idea?

Appena mi fu chiaro l’argomento che avrei trattato, domandai a me stessa come potevo indagare a riguardo. Circondata da fatti così gravosi, la storia narrata era un rifugio dove io avevo il potere di cambiare tutte le previsioni più nefaste ch’erano all’ordine delle mie giornate. Aggiungerei alla lista degli ingredienti, oltre l’assoluto bisogno di rendere mio un argomento per non farmi travolgere nella realtà da esso, conoscendomi il fascino particolare che esercita su di me l’assurdo. La scrittura e l’immaginazione come forma terapeutica azzarderei ora, con il senno del poi, ma ribadisco quanto non ne fossi del tutto consapevole durante lo svolgimento della storia, cercavo solo sollievo e scriverla mi faceva star meglio, ho riso e ho pianto di sfogo non ricordo quante volte, soprattutto durante le ultime pagine e così facendo i giorni succedevano ed io non sopravvivevo ma esistevo con un maggiore senso, quello di scoprire come sarebbe andata a finire questa storia balorda generata dal mio pensatoio.

La prima a voler snaturare l’idea della morte per non farmi schiacciare da essa sono stata proprio io con l’atto di dar vita a Lèna, gli altri personaggi e alla loro vicenda e tra le ipotesi sul mistero dell’aldilà “visto che nessuno la morte te la racconta”, come dice la protagonista, chi lo sa, magari la speranza illusoria di azzeccarne una. Non ne avrò mai la certezza e il libero arbitrio che consente la scrittura me lo permette.

Un altro ingrediente è lo stupore e la bellezza lo rende, uno stupore rivelatore anche dei più bassi istinti. In balia dello stupore sei un inetto, affiorano miserie e fragilità e questo lo trovo accattivante nel delineare il profilo psicologico di un personaggio quindi ho cercato di costruire con questo intento le vicende attorno a Lèna, la protagonista.  E poi non dimentichiamoci che anche la bellezza è una materia fragile e passeggera, contiene lo stesso fascino che la irradia a raccontarla, la vanità è un grande argomento centrale di questa storia.

Nel romanzo è centrale proprio il corpo. Quella di Lèna è una materialità potente, che coinvolge, una femminilità travolgente anche se destinata a degradarsi lentamente. Accade così perché è una donna, una prostituta?

È stata davvero una grande sfida e la soluzione che immediatamente mi è apparsa efficace, quella di un apparente distacco nel linguaggio usato e l’aver piena coscienza che ci si porta dietro fino all’ultimo il modo in cui si è vissuti un attimo prima. Nel caso della protagonista quindi non potevo farle schivare dal suo destino, in quanto puttana, che fosse incentrato sulla mercificazione del suo corpo e di raccontarla come eredità-beffa anche nel trapasso pure se inizialmente e per buona parte dello svolgimento, nella storia lei sembra avere il suo riscatto grazie proprio al suo corpo, avvolto dalle illusioni proprie tra le quali Lèna grazie alla morte si lascia attrarre quelle fantasie che non si è mai potuta permettere da viva. La malattia e la morte spesso associate trasfigurano e questo succede a chiunque …con la morte si fanno subito i conti con i predomini più intimi e Lèna ebbe l’ingegno di farci immediatamente pace racconta a un certo punto la storia e se lei da viva non fosse stata puttana, non ci sarebbe riuscita. In finale però vive la morte due volte come nei presagi ricorrenti di suo padre che tenta, da genitore “protettore” di tutelarla.

Suo padre e il lontano cugino, Vasile e Bellapanza, cercano di convincere Lèna che perdere il corpo non è una brutta cosa, ma lei non ci crede molto, vero?

No non ci crede, non vuole arrendersi. Lèna resta legata a quel registro molto carnale che conosce e sul quale ha basato la sua breve e sfortunata esistenza e poi ha anche quella tipica recalcitrante resistenza giovanile che si oppone di obbedire a un genitore, forse perché in vita Vasile non se n’era curato più di tanto di farlo, per incapacità e più attento a spaccarsi le ossa sul lavoro. Se le cose per lei hanno preso una certa piega, parrebbe esserci un risentimento da parte della protagonista, in quanto lo crede anche a causa dell’ignoranza dei suoi genitori quindi Lèna vuole continuare a fare di testa sua.

Bellapanza è un personaggio che amo particolarmente perché è delineato con tratti molto semplici e ingenui, rivela lo stile e il linguaggio che ho affinato e fatto mio in questa storia e che sento davvero come una voce che mi calza a pennello, ma ne parlerò più avanti.

Le altre persone della storia sembrano incapaci di provare quel naturale terrore del cadavere che tutti noi proviamo, anzi…

Mi sono concessa uno sfogo, pietoso aggiungo, nei riguardi dei vivi e le loro misere illusioni, le loro terribili solitudini. Quando Lèna restava da sola con loro, le raccontavano malanni e si confessavano con lo sguardo che non riusciva a nascondere nulla, trasparivano tutte le intenzioni più nascoste finalmente libere di rivelarsi. Confidarsi con un cadavere pareva che fosse liberatorio…  

Una lunga estenuante riflessione dove ne usciamo illusi-delusi, colpevoli, carnivori che non badano al proprio sangue a costo di salvare sé stessi e il personale tornaconto, in una prospettiva garantista dove anche la previsione di una possibile beatificazione dopo la propria morte si può sottoscrivere visto che ci è riuscita una puttana, sembra che ci suggeriscano gli stessi personaggi che stanno attorno alla protagonista

Alla fine anche il confine tra la “santità” e la vita “perduta” di Lèna è così sottile che s’infrange. Volevi solo fare dell’ironia o suggerirci qualcosa d’importante?

Tutte le forme di religiosità di noi viventi e per religiosità intendo le varie manifestazioni umane di questo sentimento, mi hanno sempre molto attratta. Il vivo fa cose indicibili comandato dal credo. Metto sempre un santo nelle mie storie, Santa Barbara ne I bannunati che pende dal collo sul corpo acerbo di Tuccia la protagonista, Santa Lèna la snaturata che riposa nel Tempio della Consolazione, San Pietro protettore degli uomini in mare e dei pescatori nel romanzo che sto ultimando, per dire che la nostra “santità” ovvero devozione, ammirazione, stima che nutriamo e che ci annoverano gli altri a mantenerla il più delle volte è un fardello, non puoi lasciarti andare un momento alle tue miserie e visto che le nostre miserie sono materiale denso e ricco da raccontare, non potevo far altro che infrangere quel confine.

Lèna è “la snaturata” perché va contro le leggi della natura che vuole inesorabilmente la nostra morte. Cos’è per te la natura, una matrigna come per Leopardi?

A volte avversa certamente ma il più favorevole, non ho una visione pessimistica. Per me la natura ha varie accezioni: è il temperamento che contraddistingue ogni essere umano dalla nascita esulando dall’aspetto culturale, come nel caso di Lèna la sua ostinazione, può invece riferirsi più semplicemente all’ambiente circostante in generale, quello naturale non modificato dall’intervento dell’uomo, insomma questa risposta la prendo alla larga e arrivo al sodo; dunque quando da bambina lo chiesi a mia madre lei mi rispose prima di ogni cosa il modo in cui chiamava il sesso femminile, la natura per lei era la vagina, la vulva. Questo mio ricordo è rimasto impresso e molto vivido nella memoria tanto da tornarmi prepotente in questo romanzo come argomento centrale, il destino della protagonista inizia e finisce allo stesso modo quando lei lascerà in eredità del suo fugace passaggio terrestre soltanto il suo sesso, la parte del suo corpo snaturato di tutto il resto, l’unica rimanente e la stessa sulla quale aveva basato tutta la sua disgraziata esistenza.

Ci sono stati autori che ti hanno ispirata in questo lavoro?

La narrativa sudamericana regna sovrana assieme a Italo Calvino e Dino Buzzati che sento moltissimo nelle mie corde. Non trascurerei per nulla al mondo Kafka, ma ancora molti altri e non mi limiterei soltanto alla scrittura, dio ce ne scampi e liberi!

La drammaturgia di Eduardo De Filippo mi è stata di grande ispirazione, Federico Fellini e le sue donne, Pierpaolo Pasolini e la sua poetica, la Magnani in Mamma Roma mi ha suggerito il titolo. Nella pittura i preraffaelliti, Ophelia di John Everett Millais mi ha ispirata la descrizione del corpo morituro di Lèna, addirittura Giorgio Gaber con una citazione di una sua canzone, insomma tutto quello che piace a me e del quale mi nutro.

Cosa ti ha lasciato alla fine questa vicenda straordinaria di Lèna, una lieve speranza oppure una sottile disperazione?

Una tracciabilità dentro la mia mente diabolica, il mio pensatoio interiore in qualche modo si è dipanato dall’oscurità e per cui direi entrambi, disperazione e speranza perché non credo possano sopravvivere l’una senza l’altra.

Che differenza c’è stata tra la scrittura di questa storia, più semplice e piana, rispetto a quella del tuo precedente romanzo, I bannunati?

Parlare della morte non era semplice e avevo l’ambizione di trattare l’argomento in modo scanzonato per non destare fatica nella lettura. Il tema stesso mi ha spinta dove probabilmente già l’intenzione mi portava perché ho avuto la netta sensazione di aver messo a punto il registro sul linguaggio e la parola e lo stile della mia scrittura. E’ una sensazione straordinaria quando accade che ritrovi la tua voce personale e la riconosci.

Visto che a me piacciono le miserie umane, quale modo migliore di raccontarle con una sorta di distacco, un linguaggio apparentemente distratto, semplice, quasi irriguardoso per quanto non curante ribadisco apparentemente. D’altra parte la vita si manifesta proprio a questo modo e non ti avverte mica per prepararti, le sventure quando arrivano spesso ti scorticano viva quindi perché non fare lo stesso scrivendo; un linguaggio piano e senza preamboli che tradisce lo sgomento, mi sono detta.

Mi piace molto questo modo di narrare le vicende che vado a trattare, il mio temperamento mi spinge verso questa direzione. Con molta probabilità se non avessi scritto I bannunati non sarei approdata a questa chiarezza. Passando da quella storia a questa de La snaturata noto che ci sono degli elementi narrativi a me cari che mantengo sempre; una sorta di coralità nelle vicende, lo spirito popolare, il tema della religiosità e in che modo viene espressa dagli umani, l’assurdo e lo sproposito, personaggi sempre piuttosto dolenti… ma osservo dentro me stessa che la mia scrittura si sta dirigendo sempre di più verso le caratteristiche distintive di questo nuovo romanzo.

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