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Imma Vitelli: “Siamo le storie che ci raccontiamo”

Ho incontrato Imma Vitelli perché era una giornalista che voleva scrivere un romanzo. Il passaggio dalla scrittura giornalistica a quella narrativa non è sempre facile, perché i giornalisti – se mi passate un paradosso – scrivono già troppo bene quando descrivono la cronaca e la storia che attraversano. Così talvolta non riescono a scavare in certe profondità dell’esistenza che presuppongono attrezzi diversi, talvolta più sofisticati e talvolta più rozzi, che vanno forgiati ogni volta quasi da capo. In più Vitelli era reporter di guerra, ne aveva vissute e viste davvero tante, qualcosa era rimasto inciso anche sulla sua pelle. E molto era racchiuso nella sua sensibilità.

Dopo qualche prova meno convincente, mi ricordo di colpo un racconto molto bello. Poi cominciò a scrivere La guerra di Nina, che è appena uscito per Longanesi. Ne ho accompagnato la prima stesura, sicuro che il romanzo avrebbe visto la luce, perché c’era la realtà della vita in un mondo sconvolto, c’era la speranza di libertà, c’era la guerra, c’era anche una storia d’amore. E soprattutto c’era uno sguardo che narrava e avvolgeva. Da quel momento Imma Vitelli ha trovato la determinazione e la bravura per scrivere la storia che voleva scrivere, dipingendo personaggi forti, che rimangono in mente e ci immergono anche in un frammento di mondo tanto vicino a noi, che fingiamo così lontano da apparirci quasi inconoscibile.

Ora che il romanzo è in libreria, possiamo permetterci di fermare un po’ il tempo e fare quattro chiacchiere in pace.


Mi sembra che nel tuo romanzo convivano più temi, la voglia di raccontare un popolo e la sua esistenza, la forza dei sentimenti, l’assurdità atroce della guerra, e potrei continuare. È nato così fin dall’inizio o si è sviluppato in modo imprevisto anche per te che lo scrivevi?

All’inizio sapevo soltanto di voler scrivere una storia d’amore ambientata in Siria. Avevo in mente una scena, che ho realmente vissuto: una notte di feroci bombardamenti in una casa abbandonata nella quale entrai dalla finestra. L’intenzione era di combinare il fatto storico – la guerra civile siriana – con frammenti autobiografici, con un volo di fantasia: combinare ogni cosa in un tutto organico, come le voci in una musica polifonica. Ignoravo dove sarei andata a finire, l’ho scoperto scrivendo.

Nel leggerlo, la forza delle parole sembra quasi far pensare che tu abbia vissuto intensamente tutte le esperienze che narri, ma probabilmente non è così. Come hai fatto a mescolare in modo così intenso il vissuto e l’invenzione?

Stai lì e cerchi per l’ennesima volta la parola giusta. Ho sempre avuto una passione per la specificità delle cose, Philip Roth la chiamava l’ipnotica materialità del mondo. Quando giravo come giornalista, riempivo il taccuino di dettagli, senza di essi non è possibile una rappresentazione vigorosa delle cose. Ti metti lì e cerchi la descrizione verbale più vivida ed evocativa per ogni singola cosa, partendo da un’emozione. Mentre scrivevo mi chiedevo: qual è l’interiorità di questo momento? Cosa prova Nina? Cosa prova Omar? In che modo posso esprimere – concretamente – la spietata bellezza di questa cosa che sta accadendo? Alla fine credo di aver impastato in una forma romanzesca le cose che ho vissuto e che ho capito dell’amore e della guerra.

Come leggi oggi la storia di quell’epoca? Era il 2013, più o meno il periodo che sui giornali chiamavano Primavera Araba.

C’era questa ingenuità, questo voler credere che potesse davvero spirare finalmente un venticello fresco in paesi crudeli. C’era la speranza che la rivoluzione potesse essere bella e buona e che la libertà potesse finalmente fiorire per milioni di persone. Ma il male era già presente nel bello. Una dittatura ti contamina. Se cresci in un paese dove contano solo i rapporti di forza e migliaia di persone hanno subito varie forme di tortura e l’ideologia dominante – l’islamismo – promette il paradiso allora hai tutti gli elementi per una guerra selvaggia, quasi archetipa. Nel 2013, l’Occidente con Obama se n’è ufficialmente lavato le mani, lasciando la Siria alla Russia e all’Iran, non proprio modelli di democrazia. La vittoria, se vittoria si può chiamare, della dittatura risale al 2013. È stato quello l’anno in cui siamo ritornati ufficialmente alla guerra fredda.

Il romanzo mette in gioco la vita della protagonista ma le fa anche cambiare idea su molte cose nella realtà che la circonda, cosa scopre davvero, Nina?

Quanto siano devastanti i fantasmi. E come la prima feroce lotta sia quella che ognuno deve condurre dentro se stessi per liberarsene.  Dico fantasmi in senso shakespeariano. Omar, in questo senso, è amletico. Ho scoperto, alla fine del libro, di aver psicanalizzato la Siria. Penso davvero che gli eventi politici siano governati dalle stesse leggi che regolano le faccende umane. 

C’è una figura di donna molto bella, Amal, come l’hai immaginata scrivendola, esiste davvero una Amal?

Amal è un personaggio di fantasia ma a Damasco, in un covo clandestino, ho conosciuto una dissidente che un po’ le somiglia. Sono andata con lei al suo villaggio in maniera un po’ folle passando attraverso otto posti di blocco dei governativi a bordo di un minibus di linea. Era tormentata e magnifica, con la minigonna e le unghie dipinte di verde. Beveva vodka in lattina e perseguiva una sua linea etica apparentemente suicida che in realtà era un canto alla vita, alla dignità, alla giustizia. Una delle domande che mi ponevo scrivendo era: cosa significa essere liberi? Nel libro, la più libera di tutti è proprio Amal che sceglie di identificarsi con Bertolt Brecht e non con gli uomini che la brutalizzano. 

Questo è un romanzo, ma nella cronaca storie come quella che hai raccontato sono accadute davvero, ce n’è qualcuna alla quale hai pensato in modo più diretto nel raccontare?

Non è stata la cronaca a ispirarmi, piuttosto cose che sono accadute a me o a persone che conosco personalmente. Sono grata a Omar al Khani, un patriota siriano che ha pagato un prezzo altissimo e che ora è rifugiato in Europa, per aver condiviso con me la sua esperienza nelle celle dell’Isis. Per il resto, non mi interessava  rappresentare le mie avventure al fronte, altrimenti avrei scritto un saggio. M’interessava l’interiorità di un momento storico. Volevo porre delle domande. La guerra di Nina, l’italiana, è poi così diversa dalla guerra di Omar, il siriano? Si uccide per odio o per amore? E l’amore non è una guerra? Di certo c’è molto in comune tra un innamoramento e una rivoluzione.

L’amore è più intenso quando c’è un grande pericolo, oppure al contrario il pericolo lo uccide, in senso metaforico ma purtroppo talvolta anche reale?

La passione è più intensa quando è vicina la morte, su questo non c’è dubbio. Durante l’invasione americana, l’Hamra hotel, l’albergo dove alloggiavano gli inviati a Baghdad, era un’orgia. Si fanno molti bambini in guerra; c’è questa idea molto primitiva di godersi quello che c’è, molto intensamente.

Tu sei stata una vera reporter di guerra, cos’è rimasto in te di quegli anni e di quelle esperienze?

L’irrimediabile, struggente fragilità della vita e l’attitudine a godere di ogni giorno come se fosse l’ultimo.

Ti sembrerà una domanda banale, ma te la faccio lo stesso: vale la pena rischiare la vita per raccontare i conflitti nel mondo?

Io penso che noi, singolarmente e come collettività, siamo le storie che ci raccontiamo. E che senza un racconto vigoroso, nessuna esperienza rimane. In questo senso, non si rischia la vita per un conflitto, ma per l’idea della testimonianza: l’idea che la violenza, il crimine debbano essere denunciati. C’è un ideale di giustizia, un’attenzione per le vittime. C’è la rivendicazione della nostra perduta umanità. Ciò detto, quando andavo in guerra, non pensavo: oh guarda come sto rischiando il collo. No. Pensavo semplicemente che per raccontare quel che stava accadendo dovevo andare sul posto. È una concezione del mestiere molto anglosassone, desueta in Italia dove prevale un giornalismo ufficiale, istituzionale.

Ne hai viste tante di terre e di paesaggi, se chiudi gli occhi, qual è il primo che ti viene in mente?

Kobane nel 2015. Un paesaggio apocalittico. I bombardamenti alleati sulle brigate dell’Isis avevano polverizzato gran parte del paese. Le vie erano teatri surreali: c’erano tessuti che sventolavano come sipari tra gli isolati, per impedire la visuale ai cecchini avversari. E poi al fronte c’erano i curdi che ballavano. Davvero. Prima di andare all’attacco, mano nella mano, uomini e donne danzavano la dabkeh, una danza tradizionale. Avevano in spalla i fucili che, pure loro, ballavano.

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