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EMILIA SANTORO o della Poesia di Transito

Il rosaio fremeva a l’albaspina

                                                           d’uno stupor tranquillo…

Lascia la rosa sul bordo del giardino

O incastonata tra spine

Sanguigne e protettive

Non tagliarla

Perché perderebbe il profumo

Denso di freschi respiri

Puoi lasciarmi qui

Delle rose ho il segreto

Tu alza il muro del giardino

___________________________

ei giacea nel suo sangue, vicino a la soglia,

              cupido ancor de la voce che l’anima già gli sommuove…

Storie che camminano scalze

Separate e nomadi

Senza tante lacrime

Ma con il cuore

Stretto tra le mani

Gocce di sangue e di sudore

Di polvere e di umore

Le raccolgo dai marciapiedi

Dai carrelli dei supermercati

Dalle voci spaesate

Storie che trasudano dolore

Senza troppe lacrime

Bucano gli occhi con gli spilli

È con loro che voglio stare

Nascosta sotto il mare

[da Lascia la rosa sul bordo del giardino, SECONDA STANZA | DUETTO – Emilia Santoro, Napoli IOD Edizioni, Aprile 2021]

A Giuly

I tuoi silenzi ancora mi pesano

Come se metterti al mondo

Fosse stata cosa troppo brutale per te

Avrei voluto farti respirare

Subito il gran canyon

Profonde gole per niente spaventate

Dalla vita e dai silenzi

Sulla rupe che sporge

I tuoi capelli s’allungano

Come voce di lupo

E cerchi bellezza nel paesaggio

Ciò che resta dell’emozione

Di essere umano

Ma il tuo astro è la luna

Contagiosa per sua natura

Punta di diamante riflessa ma vicina

Tanto da depositarvi con ordine

I dolori passati e le fatiche future

I tuoi passi adesso sono più certi

Ti arrampichi su per la montagna

Su gambe fragili ma cuore da leone

[da Lascia la rosa sul bordo del giardino, TERZA STANZA | POESIE DEDICATE – Emilia Santoro, Napoli IOD Edizioni, Aprile 2021]

Più che un esordio vero e proprio, questa raccolta in quattro stanze è per Emilia Santoro un debutto. Non è il suo primo libro, avendo già Emilia Santoro una lunga militanza nella parola scritta e detta, che risale perlomeno agli anni 80/90 con i primi racconti pubblicati nelle riviste storicamente legate al nome di Goffredo Fofi e le prime prove poetiche, riprese ora in parte in questo bel libro targato IOD, editore di ricerca napoletano. Nel suo recente passato di scrittrice troviamo anche due romanzi – La sparizione, ManniEditori 2006, e Asino senza lingua, Homo Scrivens Editore. E poi dal 2019 la collaborazione con Achab, rivista che nasce dai “conversari sulla letteratura” di Nando Vitali. Soprattutto, ho conosciuto prima, di Emilia Santoro, la sua tenace attività di madrina della poesia altrui in una serie di incontri a più voci con i poeti, soprattutto presso il Caffe Letterario di Piazza Dante, Il tempo del vino de delle rose, bistrot nel cuore di Napoli dove Emilia Santoro ha tenuto sotto la propria ala poeti e poete di cui ha con grande cura analizzato i testi e ascoltato le voci.

L’immagine, per me molto cara, che ho di lei è di una ragazza leggiadra che tiene tra le mani una serie di cartoncini colorati in cui ha distillato le sue osservazioni sui poeti e le poete che presenta, e sfogliandoli come coriandoli ordinatissimi pieni di appunti riesca a operare carotaggi sopraffini nei testi degli ospiti e a porre loro domande impertinenti, molto affettuose, però ficcanti, puntute.

Ecco, partirei da questo – dall’analisi del testo e dall’ascolto della voce, e anche del silenzio.

Mi affido per adesso ai tre testi che ho riportato per adesso in testa a questo saggetto che apre il nostro appuntamento quindicinale di oggi 5 maggio – data poeticamente altrimenti fondante.

E torno al concetto non di esordio ma di debutto: subito sottolineo che questa raccolta, Lascia la rosa sul bordo del giardino, ha un sottotitolo, frammenti poetici, un’indicazione che non è solo la dichiarazione di prudenza di chi si muova sulla scena poetica con passo timido o con circospezione, ma che allude in modo molto avvertito, molto consapevole, alla grana compositiva che innerva tutto il libro.

L’opera è suddivisa in quattro sezioni, o meglio in quattro STANZE – MACRAMÈ / DUETTO (la più corposa e dopotutto la più intensa) / POESIE DEDICATE / LE MERAVIGLIE E L’ORIZZONTE.

Dico subito quali sono i due elementi portentosi, tipicamente di scrittura, di questa poesia.

Il primo elemento è l’eliminazione, con pochissime eccezioni, della punteggiatura.

Il secondo è l’adozione del capolettera maiuscolo ad ogni verso: rarissime qui pure le eccezioni.

Spunta un terzo elemento, risultante: l’andamento per enunciati.

E si somma un quarto effetto: il capogiro, la vertigine, le onde del mobile elemento, l’instabilità.

Come quinto dato, sopravviene una sorta di andamento atletico: il fluido raccogliere un testimone che proviene da due Maestri, come fari, l’uno evocato, l’altra sussumibile, di questo fare poesia.

Ed ultimo ma non certo meno incisivo l’elemento dell’ascolto: questa di Emilia Santoro è poesia che scandita a voce alta ancora di più che scorsa in silenzio, pronunciata ancor più che letta, mette in moto un ritmo vitale di cui poi con più naturalezza si coglie il ritmo e il canto: l’andamento che passa per settenari e novenari, per endecasillabi e decasillabi, o s’arriccia in molle di senari quinari e quadrisillabi pronti a scattare come elastici, si riallunga in versi interminabili come liete lingue di menelicche in cui la prova da sforzo è rincorrere il fiato fin dove pesca il respiro.

Donna di pietra

Come orafo lavoro tre stille

D’acqua di sangue di sudore

Senza sciupare particella

Di luce di amore di calore

Plasmo negli anni l’esistenza

Di una donna di pietra nera

Da un’ematite appena nata

Un’anima ingrosserà il suo ventre

Frantumando in polvere rosso sangue

Quel corpo di marmo eterno di tempo

Galleggiando s’aprirà il portone della vita

Avanzerà i primi passi sul tallo* del dubbio

Con occhi che sanno d’infinito vuoto

*TALLO: attenzione, là dove tutti, per consumata frase idiomatica, diremmo TARLO del dubbio, Emilia Santoro ci suggerisce tallo cioè germoglio, talea, e in primis fronda, come elemento botanico, dunque qui si vuole alludere a una sorgente o nascita del dubbio, ma anche, in senso connotativo, alla ramificazione che si stacca dalla pianta primaria, ed è simbolica di rivolta. Dunque voce fuori dal coro. Questa e altre parole (alcune anche pascoliane) come comba, nitelie, muglio, lezi, oppure rosa – non il fiore ma il participio passato del verbo rodere, sono altrettanti termini squisiti che rientrano in una tessitura linguistica che lungi dall’essere inutilmente complicata è viceversa limpida e pulita salvo alcuni affondi che sono altrettante spie.

[da Lascia la rosa sul bordo del giardino, PRIMA STANZA | MACRAMÈ – Emilia Santoro, Napoli IOD Edizioni, Aprile 2021]

Quanto ai primi due elementi, assenza di punteggiatura e capilettera maiuscoli ad ogni verso, direi che il loro intreccio costituisce la sintassi dei testi e costruisce un sistema: è voce formale, cioè a dire è la formalizzazione della voce – come notavamo anche in Roberto Deidier, in All’altro capo. L’effetto è duplice se non triplice addirittura: si procede per enunciati, il senso ondeggia e transita da un enunciato all’altro, la lettura logica rincorre i versi e prende il galoppo. Deliziosamente si indugia tra una comprensione strutturata e un abbandono al suono al ritmo al canto, si trascorre o si transita tra un’adesione ai significati e una gustosa sosta lungo le vie suggerite dai significanti e dal loro arrangiamento musicale. Per questo dico, la poesia di Emilia Santoro può forse essere definita Poesia Di Transito, non certo per precarietà o indecidibilità di senso, ma per vivacità esplorativa.

Questo ci porta verso il quarto aspetto cui accennavo sopra: l’instabilità, non come difetto del suo dettato ma come risorsa, e adesione a una naturale condizione. Soprattutto come indice o indizio di una vertigine, di un capogiro, che coglie il lettore o il dicitore di questa poesia letteralmente in balia della sua magia.

                                       Dalla selva, cui vento non muove

                                              pensosa del cielo al confine…

Apparve nell’ombra

Apparve nell’ombra

Una figura stanca

Dalle linee sicure

Il signor V si fermò

Prima del confine di luce

Senza muovere la testa pensò

Tre parole:

Non mi avrai

E mosse il passo

Sul marciapiede assolato

Qui come nella poesia immediatamente precedente nel testo (Piccoli fili d’argento, sempre da SECONDA STANZA | DUETTO) è come se Emilia Santoro infilasse continuamente perle, i versi, sequenze/frammenti lungo i quali, dondolando, transitano e danzano il senso e il suono: metodo transitivo e fluidificante che conferisce a questa poesia la qualità incantatoria di cui si diceva, come pure va detto che chi legge o meglio ancora pronuncia (declama) questa poesia, affidandosi al suo risuonare e scandire, si ritrova in uno stato di perenne oscillazione tra vertigine e apertura, cioè tra stupore/sorpresa e possibilità.

…parlano, cantano, danzano in volta

                                 e hanno tutte una face alle mani…

La sete creò miraggi

La sete creò miraggi

Ingannevoli di sensi

Il deserto distese un tuorlo arancio

Alitò vapori densi di sabbia

Ti vidi come figura

Sul punto di aprire

Allungai la mano

Così ti attraversai

All’altezza del cuore

Meglio la notte

Di rifugi e perle

Da portare in pugno

E sembravi pure più vero

Almeno per il tempo

Di un giro di danza

Confidenziale e lunare.

_____________________

Perché mutare? Non assai* ridente

                                     d’amore e luce era la tua dimora?

Si alzò in fretta

Si alzò in fretta

Un cucchiaino di zucchero

Nella tazza di caffè

Attraversò la soglia

Non doveva tornare

Mai più

E invece è qui

Al mio fianco

Ritornò ferito in volto

Cicatrici negli occhi

Le mani strette nei pugni

Non dissi no

E lo amai ancora

E amai ancora molto

*Faccio notare che qui Giovanni Pascoli usa “assai” come l’avverbio francese, consonante, “assez”, che non vuol dire “molto” ma significa “abbastanza”.

[da Lascia la rosa sul bordo del giardino, SECONDA STANZA | DUETTO – Emilia Santoro, Napoli IOD Edizioni, Aprile 2021]

Penso sempre alla prima pagina del romanzo Le Onde di Virginia Woolf: al mal di mare che “sfotte il vago” e dà il capogiro, e ti avvolge in una sensazione di vertigine. Penso sempre all’abilità della Woolf in quell’incipit di far sentire chi legge in balia delle onde fino a far percepire fisicamente un senso di frastornamento, eco e specchio dell’andare e venire del mare, immagine primaria che nel romanzo sta per molte cose, prima fra tutte la nostra condizione di andare e venire alla coscienza degli altri, e segnarla, addirittura inchiodarla in un solo tempo che resta agente per sempre, come accade con Percival sugli altri sei personaggi, fino a che il tempo pur trascorrendo si annulla. Dunque il terremoto che ci investe e ci sballotta diventa una condizione permanente, duratura, vera.

Quest’idea, apparentemente lontana da questa poesia, non lo è affatto.

Consideriamo il rapporto, intrattenuto in tutto il libro (e chiamato ad esplicita funzione fondativa in  SECONDA STANZA | DUETTO), con la poesia di Giovanni Pascoli, non solo il poeta del fanciullino ma principalmente il simbolista, giocoliere di echi e suoni, con una stanza di personale dolore familiare che è una sorta di stanza dei giochi dove con stupore, certo, e con fare smagato nello stesso tempo, Pascoli si pone una prematura riflessione su uomo e mondo mentre il super-IO maturo impartisce i suoni e il ritmo del canto. Il rapporto che Emilia Santoro intrattiene con questo Maestro apertamente evocato, consiste, come si fa da tempo nella musica (ed è più semplice farlo in poesia), in altrettanti duetti quanti sono i frammenti poetici della SECONDA STANZA, ma è colloquio che perdura per tutto il libro. Esso si instaura in ogni frammento, come dicevamo di andamento ondeggiante, in modo tutto meno che sottomesso. La ripresa di stralci di versi dalle Poesie Varie del Pascoli (gli ex-erga che precedono i frammenti) è a volte a seguire la linea dettata dal grande poeta e molto spesso è a ribaltarla e attualizzarla o storicizzarla. Un camminare, nel solco del grande poeta, non vestale ma fiero: Emilia Santoro non solo si veste di carattere poetico ma così facendo rintraccia un’altra madre nella poesia, una Maestra che è LA Maestra per eccellenza di tutte noi: Emily Dickinson.

È come se questa poesia, partendo dai versi di Giovanni Pascoli, tornasse più indietro per prendere grande energia dalla poesia dickinsoniana, che è romantica e trascendentalista, non solo in quanto tradizione ma anche come sorgente di poeticità primigenia, per poi lanciarsi avanti, pervenendo a un realismo che però ha le sue copiose riserve di magia.

…è un’ape, certo, il poeta,

                                                ma che non punge …

Quante volte si muore

Quante volte si muore

Quante volte si vive

Ho provato a ricordare

E in quell’attimo stesso

Tra incudine e martello

Decisi che il mio mestiere

Era quello del vento

___________________________

Tutto nell’aria oscura

                                             fugge e s’invola – addio

                                            da non so qual sventura…

Non opporti al vento

Non opporti al vento

Lascialo soffiare

Posa il coltello sul tavolo

Prova a ballare sotto la pioggia

Il peso dell’anima è pochi grammi

Ci hanno pesati prima e dopo

Non tagliarti il braccio

Andrò via lo stesso

Il mare non parla più

È diventato nero brumoso

Una zuppa di alghe e plastica

E uccelli morti e pesci strozzati

Non battere i pugni

Prendi la tua arma e va’ via

Fallo oggi che il cielo è sereno

Le navi salutano il porto

I bambini corrono sul molo

Le spose camminano male sui tacchi

Il fotografo bestemmia contro vento

E io ti sorrido coi denti brillanti

Denti al led infantili e timidi

Ti saluto con la mano

Senza fretta

Gli addii vanno curati

Fino a che la nave non sparirà all’orizzonte

Che da noi non è mai aperto

Ci ritroveremo presto

Avremo il respiro calmo

La voce dolce

Le mani sì

Le mani

______________________

…dov’è la casa solitaria e mesta,

                dov’è il mio nido, dov’è la mia vita…

                              oh! dove sei, felicità svanita?

Ho liberato la casa dal vento

Ho liberato la casa dal vento

Ho chiuso le porte

Ho comperato catenacci

Chiuso cofanetti

A doppia mandata

Alle finestre sbarre di ferro

Da lì seguo luna e neve

Che si alternano nel mio sguardo

Ho scavato buche nel pavimento

E ho trovato tesori

Una fila di formiche rosse

Un cucchiaino spezzato

Un anellino punta di luce

Un sassolino pietra di mare…

Sono stanca di cercare

Il pavimento è una groviera

E quel che ho in mano adesso

Non sembra proprio un tesoro

Ce l’ho nel palmo della mano

Lo pelo come una patata

Il mio freddo cuore ritrovato

[da Lascia la rosa sul bordo del giardino, SECONDA STANZA | DUETTO – Emilia Santoro, Napoli IOD Edizioni, Aprile 2021]

Io credo che Emilia Santoro raccordi perfettamente tutte le suggestioni ereditate dai grandi poeti con cui è in dialogo nella propria poesia, anche se mi pare lasci a loro la rivelazione di chi è poeta attraverso una serie di nessi che riesce a stabilire tra sé e loro, e soprattutto tra loro, non tanto e soltanto per una proprietà transitiva che veda lei come anello insostituibile di connessione, quanto per un naturale ricongiungersi di essi tra loro per una corrispondenza che era solo da riportare alla luce. Così il vero nesso di Emilia Santoro con Giovanni Pascoli e Emily Dickinson è nello stato naturale di transizione e dondolamento sui versi come su uno di quei ponti incerti fatti di corde e liane sopra a strapiombi profondi, ed è in Pascoli e nella Dickinson che Santoro rinviene la funzione della poesia e di chi poeta: nell’ape che vibra in volo e come un Ermes febbrile connette in perpetuo fiori e nettare.

Chiudo il discorso con due ultimi esempi, eccelsi, pure tratti dalla SECONDA STANZA | DUETTO:

…se a te giungono umane parole,

                                                 ritorna, ritorna, ritorna…

Va’ senza timori

Va’ senza timori

La notte accoglie sogni

Disse così

E mi lasciò nel buio

Accesi la lanterna

La strada sarebbe stata casuale

Se non avessi visto

Una figura disegnata

Al di là di un pozzo

Mi fidai ma divenni sua prigioniera

Era il signore del non risveglio

Dalle mani lunghe e invadenti

La bocca molle e rugosa

Tirava parole dal pozzo

Cantilene e ninne nanna

Gocciolavano sulla terra

Senza armonia

Lui sordo al mio silenzio

Affilava coltelli

Io a occhi chiusi

Arenavo nel buio

___________________________

…quasi che, per incanto o per destino,

il gracchiare in profumo si rispanda…

Io invece

Io invece

Ho il cuore silenzioso

Piuttosto una nota sola e tagliente

Lo infilo nella valigia

E sospendo il suo respiro

Tutt’uno col profumo

Di lavanda e ciclamino

E aspetto

Nella valigia ho chiuso il cuore

Umido di sangue e asciutto d’amore

Non voglio guardarlo

Nemmeno salutarlo

Aspetto che parta da solo

E che mi lasci libera e in volo

Dicevo due esempi eccelsi che aprono un ulteriore, ultimo fronte nella lettura di questo libro.

Anzi due.

Il primo fronte è questo.

C’è un filone, dopotutto già emerso e che ora puntualizziamo, romantico in senso tecnico, molto inglese, dopotutto: sembra di risentire qui le ballate dei grandi poeti tra il Settecento e l’Ottocento che innovarono, e teorizzarono anche, tutta la grande poesia moderna, intrecciando il naturale e il soprannaturale, e producendo racconto magico. Lo avvertiamo qui, ma non solo qui. Soprattutto nella sezione finale del libro c’è l’apertura al racconto in versi che oscilla (di nuovo) tra favola e storia gotica. È la letteratura che per natura incontra l’infanzia, il gusto del bambino, ed è zeppa di mostri eroi bellezza orrore filtri e sortilegi e cavalieri e dame e destrieri e malvagi e ombre lunghe.

E accanto a questo rinveniamo qui una poesia che proietta quadri, immagini, sequenze in perenne trasformazione. È la materia delle fiabe ed è la materia dei sogni. Ed è la magia del raccontare. Del creare traducendo cronaca e incubi in grandi trame piene di ganci e uncini e tenaglie e viluppi. Eccolo il secondo fronte.

La traduzione. Scrivere e inventare storie e mondi dopotutto è una forma di traduzione, è traslare.

È alterare immaginando, e immaginando alterare quindi indovinare meglio. Mancando la parola, per dirla con Jacques Lacan, sempre e comunque, ma con un’approssimazione che ce la sottrae meno:

“Attingo alle metafore oniriche di cui è fatto l’inconscio”, ci informa Emilia Santoro nella Nota a sua firma che apre il libro, “e come se fossi un traduttore ricompongo il tutto nel mondo reale”.

E noi le crediamo. Correda il volume la prefazione di Lucia Stefanelli Cervelli.

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