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“La notte di San Valentino” di Elizabeth Wetmore (Ponte alle Grazie)

La notte tra il 14 e il 15 febbraio 1976, nella cittadina texana di Odessa, una ragazzina di 14 anni, Gloria Ramirez, viene violentata e picchiata da un operaio belloccio, Dale Strickland. Questo è l’inizio. Gloria si risveglia con i vestiti a brandelli, il volto e il corpo pieni di ferite aperte, e senza girarsi, neanche per prendere le scarpe, inizia a contare i passi nel tentativo di cercare un rifugio, una casa, approfittando del sonno ubriaco del suo carnefice.

Nell’alba colorata di blu e viola e arancio Gloria decide di non morire, e, divorata dall’arsura, arriva alla casa di Mary Rose, una giovane donna di 26 anni con una figlia di 7 e incinta di 7 mesi, che, in maniera impulsiva, decide di proteggerla, rischiando la sua vita e quella di sua figlia, quando Dale, all’inseguimento di Gloria, le ordina di consegnargliela.

Per fortuna arriva la polizia, avvertita dalla figlia di Mary Rose, e ci sarà un processo.

Eppure a Odessa essere messicane, con una madre immigrata clandestina e nessun padre, è già un crimine. Forse l’ha provocato, forse era ubriaca, questo dicono le donne in un ritiro religioso, tutte piene di spiritualità e amore di Dio, fin quando, non sopportando l’ipocrisia, Mary Rose lancia l’acqua addosso alla moglie del pastore. Un gesto liberatorio che è anche un legame spezzato, la sua lealtà indirizzata da un’altra parte.

Mary Rose per la sua scelta coraggiosa viene ostracizzata da tutti, si trasferisce in città, convinta dal marito, che al suo posto avrebbe lasciato Gloria nelle mani dello stupratore, o quantomeno non avrebbe aperto la porta per ospitare la ragazzina.

Gli ultimi due mesi di gravidanza Mary Rose li passerà da sola, in compagnia di sua figlia e di una bambina stravagante, Debra Ann, anche lei un caso umano, perché la madre se n’è andata e nessuno si prende cura di lei, tantomeno il padre, colpito dalla vergogna. A loro si unisce Corrine, insegnante e vedova da poco, con una certa passione per il bourbon che mescola al tè freddo fin dal mattino, che vede nelle altre due, all’inizio, un disturbo da evitare, chiusa com’è nella sua dolorosa solitudine, e poi diventa una specie di madre, dimenticando il suo lutto personale e decidendo di prendersi cura di chi ha bisogno.

Storie di donne che gravitano intorno all’evento tragico. Ascoltiamo il racconto di Mary Rose, che era andata ad abortire senza dire nulla al marito, e non aveva avuto abbastanza energia da rifarlo, quando era rimasta incinta la terza volta.

Sentiamo la storia della Madre di Debra Ann, Virginia detta Ginny, che non si rassegna ad essere una moglie e madre, e scappa via da una vita che la uccide, al punto da lasciare la figlia, che nel suo modo impreciso lei ama, ma ama se stessa di più.

La stessa Corrine aveva dovuto lasciare il lavoro di insegnante dopo essere diventata madre, un lavoro che amava e che aveva potuto riprendere dopo essere caduta in una spirale depressiva. Nel Texas del 1976 il marito doveva dare il consenso al lavoro della moglie, una sorta di lasciapassare in cui il marito dichiarava che il lavoro non interferiva con i compiti di cura della famiglia. Il marito di Corrine, inizialmente contrario, si era convinto che la cosa migliore fosse lasciarla lavorare e vivere, al punto da accettare la scelta di lei di non volere altri figli dopo il primo, perché una nuova maternità avrebbe messo in pericolo la sua indipendenza così faticosamente ottenuta.

Il momento del processo è ulteriormente divisivo, la madre di Gloria viene rimpatriata in Messico, in un blitz che ha il sapore di una ritorsione, perché come osserva il procuratore distrettuale “era qui da anni e puliva gli uffici del Tribunale e nessuno ha mai detto niente”. Gloria rimane affidata allo zio Victor, un decorato eroe di guerra che ha ottenuto la cittadinanza americana e decide di cambiare il suo nome in Glory, una variante anglofona del suo nome, in un tentativo di dimenticare la violenza subita, che il suo corpo ricorderà per sempre, grazie anche alla cicatrice che le attraversa il ventre come uno sfregio rosso cupo.

Glory decide di non testimoniare e Mary Rose, messa in difficoltà dall’avvocato difensore, non riesce ad essere abbastanza credibile. La sua rabbia verso un sistema che giudica la vittima e non l’aggressore, viene punita con un pomeriggio in cella.

Cosa si può fare allora in una società chiusa e retriva, dominata dall’ottusità maschilista che non risparmia le donne, azzerando ogni solidarietà verso una ragazzina, colpevole di aver accettato solo di salire su un camion per vincere la noia sciropposa di una serata calda già a febbraio?

Essere persone che riconoscono la verità, quando ti sbatte in faccia, e sapere di essere vive non è scontato, come Glory inizia a capire, e nel suo viaggio di ritorno in Messico, incontra una donna gentile, un’estranea che le dà il calore umano e la comprensione che le è stata negata. Non è colpa tua. Ricordalo, e credici.

La domenica mattina inizia là fuori nell’area petrolifera, pochi minuti prima dell’alba, con un giovane addetto alle trivellazione disteso nel suo furgone a dormire come un sasso. Lentigginoso e quasi glabro, ha una di quelle facce che non avranno mai bisogno di radersi al mattino, a prescindere da quanto invecchierà, ma lei si augura che muoia giovane.

Gloria Ramirez riesce a restare perfettamente immobile, è un ramo abbassato di mesquite, una pietra mezza sepolta, e lo immagina a faccia in giù nella polvere, labbra e guance graffiate dalla sabbia, la sete alleviata solo dal sangue nella bocca. La vista di lui è un tormento e glia ugura nuovamente di crepare presto, che sia una morte feroce e solitaria, senza nessuno a piangerlo.

Il cielo si fa viola verso est, poi blu-nero, poi ardesia come un secchio logoro. Tra qualche minuto sarà a chiazze arancioni e rosse e, se guardasse, Gloria vedrebbe la terra allungarsi stretta sotto al cielo, marrone cucito con il blu, come sempre. E’ un cielo sconfinato, e la cosa migliore del Texas occidentale, sempre che ti ricordi di guardare. Quando sarà andata via le mancherà. Perchè non può restare, non dopo questo.

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