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“Il turno di Grace” di William Wall (Nutrimenti)

C’è un’isola al largo delle coste irlandesi, immersa in una luce chiara e azzurra.

C’è una famiglia non convenzionale, una madre che ha un’altra relazione, un padre che ne ha molte, in fuga da doveri, obblighi e responsabilità, preso dai suoi studi di botanica.

Un equilibrio tenuto insieme anche grazie alla cura che tutti hanno verso le tre bambine: Grace, Jeannie e Emily detta Em.

Le piccole studiano a casa, ma sopratutto osservano i grandi e le mutevoli sfumature di rabbia alcolica, sudore, mare e sesso intenso che vortica nella loro infanzia. Non hanno particolari obblighi tranne quello di non causare problemi e di badare l’una all’altra.

La tragedia della morte di Em, spezza ogni strano equilibrio, e Grace viene indicata come responsabile della tragedia, perché era il suo turno di sorvegliare la sorellina, che aveva l’abitudine di scomparire e di arrampicarsi sulle rocce come una capretta.

Em muore e Grace si chiude nel mutismo, la famiglia lascia l’isola e si disperde, come succede quando un peso troppo grave impedisce ai superstiti di passare anche del tempo nella stessa stanza.

Le due sorelle, Grace e Jeannie, scelgono di vivere separate, una con il padre, e l’altra con la madre, che comincia a dare segni di squilibrio mentale, salomonicamente convinte che la loro lontananza sia un modo per espiare una colpa, che, al di là di recriminazioni, le ha consegnate irreversibilmente alle responsabilità e al rimpianto della vita adulta.

La voce di Grace si alterna a quella di Jeannie, nel raccontare come abbiano scelto di sopravvivere, immerse in una rabbia che è diventata rancore e distanza tra loro. Jeannie seduce l’ex amante della madre, Richard, e si lega a lui in una relazione sconclusionata che preferisce a una modesta, e più serena, intesa con i suoi coetanei.

Grace sposa un regista ambizioso e diventa psicologa, nel tentativo estremo di scendere a patti con quella morte che ha cambiato ogni vita di chi l’ha sofferta e subita.

Solo che le cose non sono andate esattamente come sono state raccontate.

Grace lo sa, lo ha sempre saputo, e decide di svelare tutto alla festa che il padre tiene a Procida, con la sua terza moglie italiana, mettendo in chiaro tutte le ombre, che, come scure zampe di ragno, avevano tessuto fili di morbido oblio.

Sono persone frantumate, divorate, e Grace svela al padre tutto l’astio che le ha avvelenato l’anima. Gli racconta di aver bruciato le bozze del suo libro, che lui non ha mai più recuperato, e anche il rapporto tra Jeannie e Richard ne esce modificato. La luce accecante di Procida e le lacrime della moglie italiana del padre, che non parla inglese, fanno da sfondo al momento epifanico di una famiglia disfunzionale. C’è sempre una vittima, che a volte accetta il suo destino, e altre volte, invece aspetta in silenzio il momento giusto per rovesciare addosso agli scampati il suo stesso dolore.

Lo stile lirico, intimo, attento alla descrizione degli stati d’animo dei protagonisti e del paesaggio è la forza del romanzo, che a me ha fatto venire voglia di leggerlo ancora, di sottolinearne le parole, attratta dalla lealtà feroce e dal sottaciuto di cui narra, insieme al senso magnifico di attesa verso una parte della verità. Perché ogni verità raccontata ne disvela un’altra, che appartiene solo al lettore.

Tanto tempo fa avevo due sorelle e vivevamo su un’isola. Eravamo io Jeannie ed Em. Mi chiamavano Grace, ma di grazia non ne ho mai avuta molta. Da bambina ero goffa. Lo sono ancora dopo tutti questi anni. La nostra casa aveva due ingressi, uno a sud e uno a nord. Il giardino dava verso il tramonto. Era un giardino con alberi di melo e piante di fucsia e ogni cosa era forgiata dal vento.

Quando l’acqua era calma riuscivo a vedere le mie impronte sulla sabbia come se abitassi laggiù e fossi stata a lungo nello stesso punto a guardare verso l’alto. O forse non era andata proprio così. Le parole hanno quel modo di invadere la memoria, le storie che ci raccontano diventano le nostre storie. Ciò che ricordo e ciò che dimentico possono diventare un tutt’uno, o semplicemente finiscono per dipendere l’uno dall’altro. Oppure diventano quello che mio padre ricordava per me.

C’erano tre isole: l’infanzia, la giovinezza e l’età adulta, e io ero alla ricerca di mio padre in ognuna di esse.

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