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Papille: Capitolo 16  – Rosmarino e basilico

Papille, il seguitissimo critico gastronomico fuori dagli schemi, amato dal popolo e temuto dai più grandi chef, perde l’uso della lingua e del gusto per la vendetta di uno chef stellato.

Puntate precedenti

Capitolo 1 – Panace di Mantegazza

Capitolo 2 – Cappio

Capitolo 3 – Ferite

Capitolo 4 – Mignon vegani, alici, cacao e melanzana

Capitolo 5 – Strazzata lucana

Capitolo 6 – Pomodoro Ciettaicale

Capitolo 7 – Battuto d’occhio

Capitolo 8 – Sardine

Capitolo 9 – Zuppa di pipistrello

Capitolo 10 – Tramezzino pollo e insalata all’obitorio

Capitolo 11 – Lampare

Capitolo 12 – Pesce fresco

Capitolo 13 – Entrée

Capitolo 14 – Mani nel sacco

Capitolo 15 – Pinzimonio

Capitolo 16

Rosmarino e basilico

– La messa è finita. Andate in pace.

La donna si aggiusta il lungo cappotto e prende per mano il giovane Papille. Insieme a loro c’è Romolo Ammaniti, il proprietario del ristorante l’Accricco.

– Lo portiamo a casa?

– Sì.

Fuori dalla chiesa una manciata di persone si attarda. Piove. Papille non parla. Resta vicino alla donna. Le lancia sguardi in attesa di andar via. Aspetta composto che lei saluti tutti. Qualcuno lo bacia, gli dice parole e lui si gratta la testa e ringrazia. Altri parlano tra di loro, Papille li guarda. Non vede Roberto, il cuoco, quello che aveva fatto quelle cose al padre. Tra la gente non c’è e Papille è contento di questo. Pensa che non ha voglia di vederlo e che se mai lo rivedrà lo ucciderà per quelle cose.

I tre si allontanano dalla chiesa.

Salgono in macchina. La pioggia batte sempre più forte e il piccolo Papille la guarda dal finestrino. Conta le gocce. Gira la manopola e lascia entrare uno spiraglio. La pioggia lo punzecchia sul viso e pensa che forse può fingere che siano lacrime, magari un attimo solo. Giusto il tempo per far vedere che sa piangere.

– Silvia, lo portiamo a casa e poi però? – Chiede Romolo alla donna che guida.

– Lo portiamo a casa e parliamo. – Risponde lei e allunga una mano dietro al sedile per strizzargli un polpaccio.

I due restano poi in silenzio per tutto il tragitto. La pioggia moltiplica le gocce, Papille richiude il finestrino con gli occhi rossi. Continua a contarle fino al parcheggio sotto casa. Quando la macchina si ferma, si fa scappare sotto voce: – milleduecentoventuno.

Scendono tutti e tre e corrono verso l’androne con l’acqua che li bagna fino alle caviglie. La strada in discesa ha tutti gli scarichi otturati dalle fogne, così si forma un ruscello ogni volta che le piogge cadono abbondanti.

Papille si ricorda di cosa gli diceva spesso il padre durante le grandi piogge. Guardavano insieme fuori dalla finestra.

– Vedi figliolo, l’acqua è l’elemento più potente. Io sono un po’ come l’acqua. Mi adatto, cambio forma, ma sono sempre io e così nulla può ferirmi davvero.

Papille si rese conto più tardi, anni dopo la sua morte, che per quanto amore provasse per il padre, lui mai sarebbe stato come l’acqua.

I tre entrano in casa. Si tolgono le scarpe e i calzini zuppi.

– Vai in camera tua ora, ok? io e Romolo parliamo un attimo.

Papille si allontana ed entra nella sua camera. È in ordine. Piccole piante di basilico e rosmarino adornano la scrivania dove fa i compiti.

Papille si siede sul letto. Guarda le piantine. I libri di scuola. Il letto rifatto poche ore prima. Sente dal salotto le voci di Romolo e Silvia e attacca un orecchio al muro.

– Dove lo portiamo?

– Silvia, io non lo so. A me non fotte niente. Ermanno era un peso e che sia morto pace all’anima sua ma non me ne fotte un cazzo. Manco qua starei fosse per me, ma un po’ di soldi glieli devo dare. Gli davo quasi tutto in nero a Ermanno. Questi due spicci spettano al figlio. Io per Dio glieli do fino all’ultimo centesimo, non voglio rotture di cazzo. Ma non me ne fotte niente di dove lo spedisci.

– Romolo, ha solo tredici anni. La madre gli è morta sotto a una macchina. E ora il padre. Datti una calmata.

– E da me che vuoi? Io ti dico i soldi che gli spettano. Già è tanto che glieli do così ben disposto al figlio di quel succhia cazzi. Poi tu ti vedi il resto. Sto qua no? Non rompermi il cazzo.

– Romolo. Basta. Abbassa la voce.

L’uomo fa cenno con il capo di non dargli noia.

– Ma apriranno un’inchiesta? – chiede lei.

– Certo Silvia. L’hanno ammazzato.

– Che roba, poveraccio.

Papille stacca la testa dalla porta. Sente dei passi. Torna a sedersi sul materasso.

Silvia entra in camera.

Si guarda intorno, respira l’odore delle piante e si tocca il naso. Si siede sul letto anche lei.

– Vieni a stare con me qualche giorno. Lo so che non ci conosciamo bene. Ma sono pur sempre tua zia.

– Ok. – Dice Papille senza guardarla.

– Prepara le tue cose allora, dai.

Papille tira fuori uno zaino e ci infila l’occorrente. Prima di chiuderlo guarda la piantina di rosmarino. È un regalo del padre, pensa. Sente l’odore e quando l’aroma gli riempie le narici per un attimo gli occhi si arrossano e si velano di lacrime.

– Avete finito? – entra in camera Romolo.

Papille tira su col naso.

– Arrivo subito. Aspettatemi in sala da pranzo per favore.

Silvia allunga la mano, indica la porta a Romolo che esce. Lei lo segue.

Papille chiude lo zaino, lo mette in spalla e apre la finestra.

La pioggia è sottile, non batte più forte come prima. Un odore pungente di immondizia lo disgusta. Si sporge, guarda il cortile interno sotto il suo naso che dista non più di un salto di un paio di metri.

Si ritrae e si lascia cadere di nuovo in camera. Scalzo esce verso il salone.

– Devo prendere le ultime cose e sono pronto.

Silvia annuisce. Romolo muove la lingua sui denti e non risponde.

La camera del padre è in ordine, come la sera in cui non è più tornato. Papille chiude gli occhi e avanza verso il letto. Li strizza per non guardare le foto. Tocca il materasso si abbassa e una volta con il viso sotto alla vecchia rete, guarda. Tra due scatole di cartone c’è un panno arrotolato.

Lo prende. Chiude gli occhi di nuovo. Si alza, tocca il letto, indietreggia ed esce.

In camera sua infila un paio di scarpe da ginnastica, mette nello zaino il panno e scavalca la finestra. Accovacciato sul ballatoio respira e salta giù.

Atterra su un grosso sacco di immondizia. Un piede si infila dentro una poltiglia verdognola che fuoriesce da un sacchetto di umido, gli bagna la scarpa. Lui tira via il piede e si guarda intorno. Gli sembra nessuno lo abbia sentito o visto. Si aggiusta la giacca e attraversa il cortile fino al portone. In strada, l’acqua ha smesso di scorrere. Si incammina, attraversa la strada, poi accelera. Conta di raggiungere il ristorante l’Accricco in poco più di mezz’ora.

Linda, dopo essersi lanciata in mezzo alla strada, non ha ancora aperto gli occhi. La macchina di Renato ha frenato in tempo. È a pochi centimetri da lei, ferma, con il motore acceso. L’uomo ingrana la retromarcia, parte e indietreggia. Linda strizza gli occhi, lui cambia marcia, ingrana la prima e dà gas. La macchina sterza, passa accanto a Linda sfrecciando verso la strada principale. Apre gli occhi.

Papille è immobile davanti a lei.

– Ma tu… tu?!

– Io.

Papille distende le braccia e le appoggia sulle cosce rilassando la schiena.

– Tu ti saresti fatto mettere sotto al posto mio.

I due si allontanano dal centro della strada.

– Coss-sa olev-vi fae?

– Non lo so. Volevo fermarlo. Lo sai lui chi è?

Papille fa cenno di no con la testa.

– Il capo. Ma non uno dei capi che si vedono girare ogni tanto. Il capo che sopra di lui non c’è nessuno, che manda pomodori a mezza Italia, ai fighetti che recensisci tu, che stupra le donne e che fa cose che a uno imbellettato come te farebbero impressione solo a dirle.

Prima che Papille possa rispondere, Linda gli stringe il braccio.

– Aspetta. Quelli sono loro questa volta, guarda.

Adriàn e Carletti escono dal portone. Parlano. Si guardano intorno. Carletti è al telefono. Entrambi si allontanano dalla palazzina e percorrono la strada verso Papille e Linda nascosti dietro un grosso albero. Le radici hanno dissestato l’asfalto riempiendolo di dossi.

I due si fermano. Guardano di nuovo la strada. Sono ancora troppo distanti perché Papille possa sentire cosa dicono.

Tornano indietro. Carletti apre la macchina. I due salgono e partono verso la strada principale. Lenti però, come se cercassero qualcuno. Superano Papille e Linda e spariscono dietro la curva a bassa velocità.

– Dev-vo ettr-rar-e.

– Cosa? Come pensi di fare?

– Citt-tofoa e fai apr-r-rie il portoe.

Papille avanza, guarda la strada. Nessuna macchina torna indietro, veloce si dirige verso il portone.

Lei lo segue. Arrivano davanti alla lista di nomi incisi sulle targhette del citofono; spinge il pulsante di un nome a caso.

– Sì? –

– Glovo signora! ho una consegna di Mc Donald’s a nome Carletti ma non risponde nessuno al citofono, forse è guasto.

Dopo qualche secondo di silenzio, il portone si apre con un sibilo.

Linda sorride. Entrano.

Alla fine dell’androne, dopo le scale che portano all’appartamento di Carletti, Papille aveva visto un chiostro interno chiuso da un’impalcatura poche ore prima, ma poi l’albanese Adriàn gli era sbucato a pochi centimetri dalla faccia.

Questa volta supera i nastri bianco e rossi che delimitano la zona e si affaccia sul piccolo giardino. La finestra al piano di Carletti è ancora aperta e l’impalcatura, in fase di allestimento, arriva di poco sotto al davanzale.

Papille supera alcuni secchi con calce e gesso. Si tocca la fronte, fa cenno a Linda di aspettare lì dove si trova all’entrata del chiostro. Inizia ad arrampicarsi su, verso lo studio.

Continua…

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