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“Il veliero sul tetto” di Paolo Rumiz (Feltrinelli)

A distanza di un anno da questo “diario di bordo”, scritto durante il primo lockdown per il Covid, c’è ancora molto da riflettere. La speranza di sfruttare l’occasione di questa devastante pandemia per ridefinire il nostro rapporto con la natura e con l’umanità, speranza che emerge costantemente dalle pagine del libro, sembra oggi già delusa. Il ritorno alla normalità, che non c’è stato se non a tratti, a cominciare dall’euforico “liberi tutti” dell’estate scorsa, ci ha fatto vedere che forse impareremo poco, se non niente, da quello che è successo e che sta ancora succedendo. Leggendo le pagine di Rumiz, ricche di riflessioni, di poesia, di umanità, si sente una stretta al cuore per ciò che avrebbe potuto nascere e che forse non nascerà: un maggior rispetto per l’ambiente, una maggiore attenzione per chi sta peggio di noi, una maggiore solidarietà tra le nazioni, un maggior rispetto per la democrazia, una maggiore onestà nell’informazione, un maggiore impegno nel preservare la sanità pubblica, e così via. Pagina dopo pagina ci ritroviamo immersi in quei giorni inediti di clausura e ci accorgiamo con rammarico che l’eccezionalità si sta trasformando in patologica ordinarietà, la paura della catastrofe in ansia cronica, il piacere di avere a disposizione un inaspettato periodo sabbatico in disappunto per aver perso un’occasione, e ci rendiamo conto che il mistero intrigante di una sfida lanciata all’umanità come ai tempi biblici si sta perdendo, per dirla con un celebre verso di Cardarelli, “come fiamma si perde nella luce, al tocco della realtà”.

L’osservatorio del libro è l’appartamento in città dell’autore, un appartamento nel quale, “per sfuggire alla claustrofobia” lui prova a “movimentare i passaggi tra le stanze, tracciando invisibili linee di demarcazione. Così gli attraversamenti si caricano di senso rituale e danno l’illusione del viaggio”. Grande viaggiatore, Rumiz ha bisogno di immaginarsi anche dentro casa delle frontiere “dolci”, come quelle che c’erano in Europa prima di Schengen, frontiere facilmente valicabili che preservavano le diversità e stimolavano il desiderio di conoscere. Convinto europeista, lamenta il paradosso tra l’apertura delle frontiere e la costruzione di muri materiali e ideologici nell’Europa attuale, attraversata da nazionalismi e sovranismi, dei quali la pandemia in corso dovrebbe mostrare la vanità. L’osservatorio si amplia quando l’autore, “evadendo dalla quarantena” si avventura sul tetto del condominio e si immagina di trovarsi sulla tolda di una nave con la prua rivolta verso oriente. Da lì si affaccia sul mare, un mare alle volte “pettinato” da una bora leggera, alle volte liscio e immobile nel crepuscolo e punteggiato dal pulsare di un faro lontano e dalle luci, rossa e verde, di una diga vicina. Lo spettacolo inusuale di un branco di tonni che luccica al chiarore della luna e di uno stormo di oche che migra in formazione a “V” nel silenzio della sera fa pensare al risveglio della natura, che si riprende i propri spazi. Nasce allora la speranza in un nuovo rispetto dell’uomo per l’ambiente. Oltre lo specchio del mare, al di là della costa, si estende il continente europeo e l’autore vede in un volo immaginario camionisti bloccati ai confini, medici e infermieri sfiniti nelle corsie d’ospedale, malati che guardano i loro cari attraverso uno schermo, “ombre spaurite di anziani” nelle case di riposo, ma vede anche, estendendo il proprio volo a tutto il mondo, “corpi di naufraghi che fluttuano nei fondali dello Jonio” e migliaia di bambini che muoiono di miseria ogni giorno senza far notizia. Si chiede allora il senso dei “notiziari martellanti che ci convincono che il coronavirus è l’unico male del mondo”. Questa e altre domande si susseguono vorticosamente nei pensieri dell’autore e riempiono, con tono alle volte indignato e alle volte fiducioso, le pagine di questo libro. I temi trattati, temi che la pandemia e il conseguente isolamento hanno reso drammaticamente attuali, sono tanti: il ruolo dell’Europa nell’epoca dei sovranismi, la solitudine come causa di disagio ma anche come occasione per riflettere e per riscoprire il proprio mondo interiore, l’autoregolamentazione come disciplina di vita in opposizione alle restrizioni delle libertà individuali imposte dall’esterno, la tutela della natura come bene indispensabile alla nostra sopravvivenza, la riscoperta della solidarietà e dello spirito di sacrificio, l’importanza del senso civico per sostenere e difendere la democrazia, la necessità della paura vera per vincere le piccole e ridicole paure che ci ossessionano quotidianamente, il valore inestimabile della sanità pubblica, l’utilità della tecnologia per i rapporti umani se usata con criterio, e così via. Temi questi che, lungi dall’essere trattati come capitoli di un saggio sulla nostra società o di un trattato di sopravvivenza ai tempi del Covid, sono frutto di pensieri estemporanei, emersi nel cuore della notte, nei momenti di contemplazione dal terrazzo di casa o nelle conversazioni con gli amici e i parenti distanti, e che hanno perciò una grande carica di umanità prima che una connotazione intellettuale. La lettura di questo libro ci fa sentire più consapevoli del mondo in cui viviamo, più solidali nei confronti degli altri uomini e più responsabili nei confronti delle generazioni che ci seguiranno.

In un incontro di Rumiz con Papa Francesco, incontro che viene ricordato in queste pagine, il pontefice rimarca la necessità di spendersi per gli altri. “Amore è rischio”, dice, “e la fede non è un’assicurazione sulla vita che dà accesso esclusivo al cielo, perché non serve amare Dio se non ami l’uomo.”

Alle premure dell’autore, che chiede al Papa di risparmiare le proprie forze, vista l’età, Francesco risponde: “Amico mio, la vita è fatta per essere bruciata, senza risparmio. Avremo tempo per riposarci dopo.”

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